Ginevra 2013, italiani cosmopoliti o succubi della cultura altrui? Parliamo italiano, la lingua della Pace

Motori | 83° Salone dell’Auto

I costruttori italiani sono gli unici a parlare una lingua diversa dalla propria durante le conferenze di presentazione delle novità

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 L’83ma edizione del Salone Internazionale di Ginevra si è aperta ieri con la prima delle due giornate dedicate alla stampa mondiale. Le halles del Palexpo ginevrino si sono trasformate veramente nel centro del mondo automobilistico, una comunità di interessi che parla tutte le lingue del pianeta. Un ambiente cosmopolita in cui si possono vivere tutte le sfaccettature dei comportamenti umani e delle incrostazioni culturali.

Le conferenze di presentazione delle novità presentate al pubblico durante le kermesse, che sarà aperta ai visitatori dal 7 al 17 marzo, sono state il momento per fare il punto della situazione del mercato automobilistico e le prospettive di sviluppo di ciascuna casa. In generale, ma ne parleremo in modo più approfondito nei prossimi giorni, il tema comune sembra essere uno solo: resistere alla buriana e guardare avanti, per un fulgido avvenire fondato sulle nuove frontiere della motorizzazione.

In questo quadro, la parte più incisiva la sta giocando il gruppo Volkswagen, con una strategia di attacco a 360 gradi, in linea con l’obiettivo di scalzare Toyota e General Motors dal primato del mercato. Le conferenze stampa di VW e Audi sono state assai significative su questa attitudine, per cui non viene tralasciato nulla al caso. Per un gruppo tedesco che voglia diventare leader mondiale, la scelta di tenere le presentazioni in lingua originaria (seppure con il supporto di un efficientissimo servizio di traduzione simultanea praticamente in tutte le principali lingue) potrebbe sembrare in controtendenza, ma non lo è. È, a nostro avviso, il tributo al proprio idioma, in una proiezione di potenza che per ora rimane in ambito commerciale (e speriamo resti limitato al commercio di beni e servizi). Indice di uno Stato che funziona, che viene percepito “non nemico” dai propri cittadini, che in genere ricambiano con lealtà costituzionale. Di una comunità che si riconosce e che riconosce di avere molto in comune.

Sia chiaro, noi pensiamo che un evento internazionale – come il salone dell’auto di Ginevra – avrebbe dovuto avere una lingua ufficiale, da scegliere secondo un criterio prestabilito. Noi propendiamo per l’inglese, come nuovo latino del commercio e delle imprese; ma avrebbe potuto essere (nel caso specifico) anche il francese, in onore di Ginevra.

Quel che ci ha profondamente colpito è, al contrario, che tutti i costruttori principali hanno svolto le conferenze nella lingua madre, tranne gli italiani. Alfa Romeo, Ferrari, Giugiaro, IED, Lamborghini, Maserati hanno presentato le rispettive premieres in inglese, con qualche accenno di italiano.

A parte le considerazioni su certi incespicamenti linguistici (che però possono accadere a chiunque), un dato ci ha particolarmente colpito. Gli italiani è come se si vergognino di essere italiani, come se parlare la lingua più colta del mondo sia un gesto di cattiva educazione, come se si voglia far dimenticare al mondo di appartenere al Paese con il più alto tasso di beni culturali per metro quadrato del pianeta Terra. Non un segno di cosmopolitismo, peraltro innestato nei nostri geni, ma un segno di debole arretramento.

Non c’è dubbio che nell’attuale fase storica l’Italia – intesa come Stato – non esercita un ruolo esemplare nel panorama mondiale delle democrazie Occidentali. La corruzione, i lacciuoli all’iniziativa privata, il fisco soffocante con norme assurde e spesso contraddittorie, una classe dirigente mediamente inadeguata alla sfida storica contemporanea, sono elementi di un declino che ad alcuni sembra inarrestabile e, con buona probabilità, irreversibile.

Eppure, basta fare attenzione all’afflusso degli addetti ai lavori negli stand italiani – senza pari – per rendersi conto che gli altri ci percepiscono meglio di quanto facciamo noi italiani. Per assistere alla conferenza stampa della Ferrari, diverse decine di operatori dell’informazione si sono piazzati nei punti strategici ben un’ora prima. Di fatto lo stesso avvenuto in Lamborghini. Morale della favola: tra chi ama di più l’Italia e i prodotti italiani forse ci sono più stranieri che italiani.

Un suggerimento (lo abbiamo dato personalmente a Eleonora Ronsisvalle, dinamica addetta stampa dell’Istituto Europeo di Design, siciliana di esportazione): nelle more che venga decisa una lingua ufficiale nei meeting internazionali come il Salone di Ginevra, gli italiani parlassero italiano. Si promuoverebbe così una lingua dolce, di un popolo bizzoso ma pacifico, espressione di una cultura universale e proiettata all’Uomo, idioma di una comunità di destini che – malgrado le attuali difficoltà – è riuscita a superare ben altre crisi e passerà anche l’attuale.

L’italiano è una lingua bellissima, anche se difficile, ma è soprattutto la lingua di chi non pensa più di muovere guerra a nessun altro popolo e ne ha certificato l’attitudine anche nella propria casta costituzionale. L’italiano è la lingua dei soldati che aiutano le popolazioni dell’Afghanistan a superare l’oscurantismo talebano. L’italiano è la lingua degli operatori delle ONG umanitarie, sparsi per il mondo ad alleviare le sofferenze della popolazione civile in mezzo a mille crisi. L’italiano è la lingua della cristianità cattolica (anche in questo caso malgrado l’azione di individui che violentano la propria missione religiosa, prima che violare le vite altrui). Insomma, parlare italiano non solo è un dovere per gli italiani, ma promuoverne la diffusione dovrebbe essere un piacere.

Parliamolo, diffondiamolo, amiamolo l’italiano, che è – fuor di metafora – la lingua della Pace. Di questi tempi non è poco e può essere tanto, sia per riqualificarci agli occhi del mondo, sia per migliorarci ai nostri occhi.

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John Horsemoon

Sono uno pseudonimo e seguo sempre il mio dominus, del quale ho tutti i pregi e i difetti. Sportivo e non tifoso, pilota praticante(si fa per dire...), sempre osservante del codice: i maligni e i detrattori sostengono che sono un “dissidente” sui limiti di velocità. Una volta lo ero, oggi non più. Correre in gara dà sensazioni meravigliose, farlo su strada aperta alla circolazione è al contrario una plateale testimonianza di imbecillità. Sul “mio” giornale scrivo di sport in generale, di automobilismo e di motorsport, ma in fondo continuo a giocare anche io con le macchinine come un bambino.

2 pensieri riguardo “Ginevra 2013, italiani cosmopoliti o succubi della cultura altrui? Parliamo italiano, la lingua della Pace

  • 23/12/2013 in 19:21:19
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    “…come se si vergognassero…”, “…come se fosse…”, “…come se si volesse…”.
    “Gli italiani parlino.” (‘parlassero’ è forma dialettale).
    CASTA costituzionale??? 🙂
    Incondizionato plauso alle argomentazioni.

    • 24/12/2013 in 00:26:35
      Permalink

      Anzitutto, grazie di seguirci e grazie del commento: a prescindere dalla condivisione delle nostre argomentazioni.

      Una sola precisazione: “Gli italiani parlassero” non è forma dialettale: è un congiuntivo esortativo.

      Auguroni di buon Natale e di un 2014 all’insegna del combattimento per salvare questo Paese.

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