Giulio Andreotti, il toro espiatorio di una Repubblica nata nella menzogna

Dopo la morte, il giudizio prende due vie: quella di Dio, insindacabile, e quella degli storici, revisionabile all’infinito. L’errore storico della DC: pensare di poter “governare” la mafia, non accorgersi di essere nella mani dei criminali. Lo studio del suo archivio illuminerà gli storici

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La storia dell’Italia è stata influenzata in modo negativo dalla decisione di un uomo che amava il Paese più di se stesso, che non seppe rovesciare il sovrano, suo padre, e non volle contestare l’esito di un referendum istituzionale falsato da brogli, perché farlo avrebbe aperto le porte alla guerra civile fratricida: Umberto II di Savoia. Il Re di Maggio se ne andò e rese possibile l’apertura di una fase storica contrassegnata dalla gestione comune del potere tra due fronti avversari e non complementari: la DC e i partiti laici, filo-atlantici, europeisti, grati agli americani per aver donato una nuova speranza al Paese con il “Piano Marshall”; dall’altro, il Partito Comunista, che in Mosca vedeva il faro delle libertà, non il pozzo degli orrori della libertà. Almeno fino alla svolta “atlantista” di Enrico Berlinguer del giugno 1976.

Andreotti fu in parte l’ispiratore di quella svolta realista di Berlinguer e la sua vita politica non può essere chiusa nello scrigno del disprezzo, perché egli fu una figura complessa del panorama politico italiano, bloccato tra le faglie geopolitiche della Guerra Fredda. Guerra che alcuni hanno definito con precisione “Terza Guerra Mondiale”, la meno bellica, ma non la meno violenta, dei conflitti generali e costituenti combattuti in Europa e nel mondo nel corso del XX secolo.

Di certo Giulio Andreotti fu uomo di Stato, ironico detentore di potere, gestore di persone e regolatore di cose. Fabrizio Cicchitto, esponente con varie sensibilità del Pdl, di Andreotti ha dato una descrizione precisa: «per lui la mediazione era l’essenza della politica e andava esercitata con tutti, dal Pci ai grandi gruppi economico finanziari agli alleati politici fino anche alla mafia tradizionale, mentre invece condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese». La fotografia di una realtà possibile, che molti siciliani sanno come molto vicina alla verità.

La Democrazia Cristiana si illuse che si potesse distinguere tra “mafia tradizionale” e mafia criminale, ossia che la prima potesse svolgere un ruolo a sostegno di uno Stato debole perché spaccato verticalmente tra “noi” e “voi”, tra moderati e comunisti, tra filo-americani e gente che portava le borse di rubli e di dollari falsi in Patria, per finanziare anche l’indicibile.

Questa distinzione fu un’illusione tragica, per almeno due motivi. Il primo, che si potesse distinguere tra una mafia buona e una terrorista e cattiva. Da sempre siamo convinti che i criminali che sparano siano solo l’ultimo, imbecille anello della catena criminale, che al vertice ha persone colte, dai modi signorili e dall’abbigliamento curato. Ma la distinzione tra buoni e cattivi della disonorata società è da sempre una stupidaggine. Vili criminali. Il secondo, è che la DC e Andreotti in primis, che in Sicilia ebbe numerosi e potenti addentellati, si siano illusi di poter “gestire” la mafia e non si accorsero che la piovra avesse invaso i gangli decisionali del Paese e della burocrazia dello Stato.

Non abbiamo mai creduto alla storia del bacio con Riina, ma abbiamo sempre pensato che il fatto in se fosse ininfluente. I democristiani e gli andreottiani ebbero la colpa di non accorgersi che non si poteva andare a braccetto con la borghesia e, allo stesso tempo, con chi della borghesia e degli imprenditori era di fatto il boia e il becchino, la criminalità organizzata.

Andreotti di questo meccanismo fu il “toro espiatorio”, il muro di contenimento che non poteva essere abbattuto per via democratica, per la vita stessa del Paese. “Toro” perché solo una personalità dalla forte psiche come Giulio Andreotti poteva resistere a quelle pressioni. Processandolo i magistrati pensavano di poter processare un Paese e la propria classe dirigente, chiudendo però gli occhi sul resto della scena. Chi strumentalizza le prescrizioni non si accorge di fare il gioco di chi vuole lasciare il Paese in perenne bilico.

A quei processi una democrazia matura non avrebbe dovuto arrivare, perché i meccanismi democratici avrebbero dovuto spingere una classe dirigente anche a pagare il peso di decisioni dolorose, seppur lungimiranti. L’illusione di “gestire” la mafia e la cecità che ne conseguì hanno consegnato alla criminalità un potere straordinario, che è economico, politico e istituzionale. Roba da meritare lo sciopero fiscale senza fine dalla parte sana del Paese.

Ma questi uomini – che in nome della “ragion di Stato” si illusero di poter domare “la bestia” – scardinarono anche ogni ipotesi di futura ricostruzione di quella relazione essenziale che in democrazia si tesse tra popolo e i propri rappresentanti attorno al valore dell’esempio, vero fulcro attorno a cui oggi l’Italia gira con impeto senza apparente via d’uscita.

La colpa della DC fu di voler miscelare il fiato del diavolo e l’acqua santa, in una emulsione impossibile di cui ancora oggi sentiamo l’insopportabile lezzo. Con la scomparsa di Giulio Andreotti un pezzo di Storia d’Italia va in archivio, ma l’Italia avrebbe bisogno di studiare l’archivio di Andreotti, un gioco di parole per dire che le sorprese sulla sua vita non sono ancora finite. Il meglio deve ancora venire.

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