La tragedia di Montreal dopo il GP del Canada: si chiamava Mark Robinson il marshall morto, uno di noi

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Oggi avrebbe compiuto 39 anni. Lascia solo un grande ricordo di generosità a parenti e amici. Tributo alle donne e agli uomini senza nome, i commissari di pista. Senza di essi non esisterebbe il motorsport

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Chi si occupa di automobilismo (o motociclismo) può sfoderare l’abbecedario della passione di queste donne (sempre più di frequente) e questi uomini spesso vestiti di arancione, auto-incarcerati in ideali carceri Guantanamo della passione, le piste in giro per il mondo. I commissari di pista sono un misto tra Mary Poppins e Superman (a proposito: buon 75° compleanno…) dei circuiti, pronti a salvare da un rogo o a consolare con una pacca sulla spalla i piloti di ogni risma e categoria. Pronti ad ammonire con uno sguardo tagliente anche il più titolato dei piloti o a rimettere coi piedi per terra il più evanescente.

A volte pittoreschi, eccentrici, burberi, sorridenti o incazzati con la Via Lattea. Tuttologi o spaesati. Tutti, nessuno escluso, accomunati da una passione che conosciamo bene, che divora le menti di fronte al pilota preferito o alla squadra del cuore, mai a farsi venire in mente di poter contrastare la passione altrui se non con qualche battuta, qualche sfottò, qualche presa in giro, ma poi pronto a una birra insieme. Altro che rugby. Il terzo tempo è stato di fatto inventato, in modo del tutto inconsapevole, sulle piste.

Mark Robinson era uno di noi. La sua passione per l’automobilismo in generale, per la Formula 1 in particolare, era straordinaria. Mark avrebbe compiuto oggi 39 anni di vita terrena, ma non li compirà, perché domenica ha varcato la soglia del suo secondo compleanno, l’ingresso nel Regno della Luce. Chi crede non ha dubbi, chi non crede altrettanto.

Ucciso in un incidente sul lavoro che lavoro non era, ma era migliore e significativo del proprio impiego all’UPS di Montreal: il Gran Premio del Canada era il rito annuale di abluzione a favore della passione mitocondriale per l’automobilismo. Era il pellegrinaggio sacro (con la esse minuscola) al tempio dedicato a “Gilles Villeneuve”, quel Canadese Volante andatosene quando Mark aveva quasi nove anni.

Nella notte tra domenica e lunedì, quando ho lanciato la notizia dell’incidente verificatosi nel dopo-gara di Montreal (poi rivelatosi tragico), ho scritto: “Il commissario di pista è una figura di appassionato particolarmente importante nel motorpsort: senza la presenza e il servizio di queste persone non sarebbe possibile effettuare alcuna gara, dal più scalcagnato slalom di provincia al Gran Premio di F1, alla 24 Ore di Le Mans”.

Mark aveva queste qualità normali ed eccezionali allo stesso tempo. Sacrificava ogni parte del tempo libero per la Formula 1; ne registrava ogni gara sia in francese che in inglese, per valutare le differenze di interpretazione delle reti televisive canadesi. Collezionava memorabilia, raccolte in tanti anni di volontario servizio alle gare.

Mark Robinson come ogni anno avrebbe festeggiato il suo compleanno con i suoi amici, che invece lo accompagneranno nell’ultimo viaggio terreno, per entrare nel Paddock Infinito del Creato.

Jean Todt, presidente della Federazione Internazionale dell’Automobile, in un comunicato ha reso omaggio a Mark Robinson e a tutti i commissari di pista del mondo, «uomini e donne che rendono possibile l’organizzazione degli eventi sportivi motoristici. Senza queste migliaia di volontari che danno tutti se stessi disinteressatamente, il motorsport non passerebbe la linea di partenza». Una verità incontrovertibile.

Scusatemi se questa volta non ho parlato di tempi, di giri, di pit stop, di gomme, di motori e cambi, di assetti, di arretramenti in griglia e Drive Through, di bandiere gialle e bandiere blu. Ho preferito questa settimana parlare di persone impareggiabili, alle quali non sempre si dedica la necessaria attenzione, donne e uomini senza volto e senza nome. Mark Robinson era uno di loro. E uno di noi.

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John Horsemoon

Sono uno pseudonimo e seguo sempre il mio dominus, del quale ho tutti i pregi e i difetti. Sportivo e non tifoso, pilota praticante(si fa per dire...), sempre osservante del codice: i maligni e i detrattori sostengono che sono un “dissidente” sui limiti di velocità. Una volta lo ero, oggi non più. Correre in gara dà sensazioni meravigliose, farlo su strada aperta alla circolazione è al contrario una plateale testimonianza di imbecillità. Sul “mio” giornale scrivo di sport in generale, di automobilismo e di motorsport, ma in fondo continuo a giocare anche io con le macchinine come un bambino.

2 pensieri riguardo “La tragedia di Montreal dopo il GP del Canada: si chiamava Mark Robinson il marshall morto, uno di noi

  • 13/06/2013 in 01:20:56
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    Sono un commissario di monza, leggere queste parole mi ha riempito gli occhi di lacrime.
    Un profondo dolore stringe il cuore pensando al collega che ci ha lasciato in un modo così tragico….

    • 13/06/2013 in 01:39:38
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      Ho voluto riservare a tutti voi – che condividete con chi corre una passione infinita per l’automobilismo e il motorsport in genere – il giusto tributo di riconoscenza, perché spesso non si riesce a farlo sulle piste, sulle strade, nei circuiti, per la concitazione dei momenti. Grazie al vostro servizio le corse possono esistere.
      John Horsemoon

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