Pochi uomini e molti caporali di un dramma collettivo: l’Italia immersa in una guerra di inciviltà

Dopo la sentenza Mediaset, che ha confermato la condanna a 4 anni (3 condonati) di Silvio Berlusconi, si è aperto il fronte delle imbecillità, delle vendette parolaie, degli improperi, dei dileggi, delle offese. Berlusconi non è la causa, bensì eventualmente uno degli effetti dei mali del Paese, espressi in conflitti di interessi penetranti, trasversali, diffusi e bloccanti la società, l’economia e lo Stato. Pessima figura del giornalismo

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Da venerdì scorso sui media nazionali si è scatenata la caccia al bersaglio “Silvio Berlusconi”, con una sequela di epiteti che andrebbero presi in considerazione perfino dal Consiglio dell’Ordine nazionale dei giornalisti, per la virulenza e per la plastica rappresentazione contraria a quel dovere di continenza che ciascun giornalista dovrebbe mantenere. Neanche a efferati e sanguinari mafiosi sono stati rivolte parole così pesanti, così odiose, così violente. Ne cito solo tre, a titolo di esempio.

 

 

 

Però questa mia riflessione amara è solo una premessa che non può nascondere il dato oggettivo di quanto sta accadendo e la prima immediata conseguenza. La sentenza emessa dalla Corte di Cassazione deve essere rispettata, deve essere applicata in ogni suo aspetto, non si può annientare. Può essere ampiamente discussa, perché in democrazia le sentenze si discutono, eccome, l’errore giudiziario è sempre dietro l’angolo (per non parlare della persecuzione politica, ambito in cui non entrerò).

Il condannato che ritenesse di essere stato ingiustamente sanzionato, ha il diritto di potersi continuare a dichiarare innocente, di ricercare di ribaltare la sentenza con un procedimento di revisione nei modi e nei tempi previsti dalla legge. Se perciò Berlusconi ritiene di essere stato condannato immotivatamente, proceda con i propri legali verso quell’obiettivo, in ogni sede esperibile.

E tuttavia questo diritto umano – nel caso di un uomo politico di rilevanza nazionale direi anche “dovere” per i riverberi sull’onore del Paese – non può prescindere dall’espiazione della pena. E a tal proposito, Silvio Berlusconi dovrebbe fare un gesto da leader, uno di quei gesti di rottura in cui è – sa essere – maestro indiscusso sul palcoscenico della vita pubblica: si dimettesse da membro del Senato immediatamente, per evitare l’onta della revoca dell’elezione; si presentasse ad una casa circondariale per espiare la pena residua di un anno. Ha la forza di un quarantenne, non patirebbe comunque le condizioni miserevoli dei carcerati ordinari. In subordine, accettasse i servizi sociali, auto-imponendosi un atto di modestia che avrebbe solo l’effetto di renderlo più autorevole di fronte ai suoi estimatori (e forse non solo).

Sarebbe un atto dirompente di forte leadership, che colpirebbe l’opinione pubblica nazionale e internazionale, soprattutto in quegli ambienti – non citati dalla principale stampa nazionale (perché piegata a interessi inconfessabili?) – in cui si sono sollevate perplessità sulla consistenza delle motivazioni alla base della condanna nei due gradi di giudizio e nella conferma in Cassazione.

Berlusconi in galera obbligherebbe a una riflessione profonda sul blocco vissuto in questi venti anni dal Paese, un blocco che taglia in modo trasversale l’Italia e di cui ha fatto cenno Ernesto Galli della Loggia nel suo editoriale di ieri sul “Corriere della Sera”. La sconfitta giudiziaria di Berlusconi – nessuno si faccia illusioni – è un tracollo che rischia di trascinarsi tutti gli attori di questi anni, in politica, in magistratura, nel giornalismo.

In politica, passerà il berlusconismo, ma sopravvivrà l’antiberlusconismo tramutatosi, come l’Arba Fenice, in “anti-qualcos’altro” per una forma speciale di “conventio ad excludendum 2”: quella di considerare una parte della società politica – la sinistra – estranea ai mali del Paese, non corresponsabile in pieno. Sarebbe utile ricordare che la “questione morale” sollevata da Enrico Berlinguer non escludeva il PCI, così come non esclude gli aventi causa succedutisi negli anni.

In magistratura, perché se la parte maggioritaria degli italiani guarda a certi magistrati (Falcone, Borsellino, Chinnici, Costa) come eroi solitari che hanno dovuto combattere anzitutto loro colleghi; un’altra parte consistente – che non ha alcun legame con il malaffare e la criminalità – pensa che la magistratura si sia intestata una battaglia politica per perseguire determinate finalità politiche e istituzionali. In quale Paese occidentale un magistrato potrebbe candidarsi alle elezioni, poi – non premiato nelle urne – tornare alle proprie funzioni, rifiutare l’assegnazione di una sede, farsi dichiarare decaduto con un escamotage che ne mantenesse viva la possibilità di rientrare in servizio dopo due anni, accettare un improvvido incarico di sottogoverno (la selva di tutti i mali italiani, la palude delle fetenzie, le sabbie mobili dei conflitti di interesse periferici e centrali) senza colpo ferire? A parlare di riforma della giustizia ha parlato il presidente della Repubblica, qualche minuto dopo la sentenza emessa dalla Corte di Cassazione su Berlusconi. Non è di certo un caso.

Nel giornalismo, perché se è vero che l’informazione è il cane da guardia della democrazia, il baluardo di ogni abuso, non è un abuso di funzione quello di bersagliare un condannato in sede penale di ogni sorta di offesa personale, dileggio, esteso a familiari, sodali politici, affetti? Non è questa una forma di pena accessoria non comminata da alcuna Corte che non sia un autoproclamato Tribunale del Popolo di una rivoluzione incivile?

20130805-sandro_bondi300x210didLa politica però rischia di subire un tracollo ulteriore, sotto il peso di quello che Antonio Polito ha chiamato ieri “analfabetismo costituzionale” e che io vorrei privare dell’aggettivo: analfabetismo tout court. Ma come si fa a evocare la “guerra civile” – come ha fatto il coordinatore nazionale del PDL, Sandro Bondi, non il responsabile locale di Roccacannuccia – quando l’Italia è circondata da Paesi che hanno vissuto negli ultimo venti anni una tale tragica esperienza, come gli Stati della ex Jugoslavia, l’Algeria, la Tunisia, la Libia e l’Egitto?

Come si fa a rompere un tabù semantico che dovrebbe rimanere tale? Umberto II di Savoia preferì abbandonare il Paese e accettare i maldestri brogli nel referendum istituzionale Monarchia/Repubblica, piuttosto che rischiare una guerra civile tra italiani, provati da venti anni di fascismo (malgrado alcuni indiscutibili successi sociali che non intaccano il giudizio storico negativo, tragicamente negativo), dalla guerra e dalla macchia indelebile delle leggi razziali antisemite. Se ne andò in esilio, il Re di Maggio, il cui unico torto fu probabilmente quello di essere troppo rispettoso del genitore, Vittorio Emanuele III, che andava detronizzato con un colpo di Stato salvifico per l’Italia e per la monarchia. Ma siamo nel campo della storia controfattuale, buona per le discussioni da spiaggia.

Oggi, in un momento drammatico per il Paese, necessiterebbero uomini, non caporali; leader e non mezze calzette farneticanti; equilibrio e non pericolose fughe avventuriere. Continuando la guerra politica incivile seguita al crollo del muro di Berlino, si continuerà a mantenere bloccata l’Italia, con la conseguenza sotto gli occhi di tutti. Disoccupazione crescente, crollo del benessere medio – aumento degli squilibri sociali – aumento della conflittualità, in un perverso circolo vizioso di cause che alimentano effetti a catena verso il baratro.

Una parte del Paese – quella che ha assaporato la vita all’estero per motivi di studio o di lavoro – sta crescendo con la consapevolezza di poter vivere senza l’Italia e di poter vivere meglio, con una prospettiva migliore per se e i propri figli, lontana dal Belpaese. Costoro hanno rotto un altro tabù difficile da rompere: convinti che non si possa cambiare il Paese e non si possa renderlo più vicino alle altre nazioni occidentali e avanzate (come meriterebbe per motivi storici e culturali), hanno deciso che è meglio cambiare Paese. Sic et simpliciter.

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