Berlusconi è l’effetto, non la causa, di un Paese decadente e ucciso dall’incompetenza partitocratica

Antonio Esposito dimostra che il sistema giudiziario si salva solo per il sacrificio di certi “eroi” – morti e vivi – ma non per un funzionamento che garantisca tutela vera dei diritti. Solo un imprenditore straniero pazzo verrebbe a investire in Italia. O uno “ammanicato”

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Dalla condanna definitiva di Silvio Berlusconi, si è scritta e letta tutta la gamma immaginabile di analisi: raffinate, volgari e violente, ridicolizzanti il “pregiudicato Berlusconi”, dileggianti, osannanti. Un catalogo di bassezza umana e forse anche di scorrettezza professionale.

Poi, l’intervista al giudice della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito, data a “Il Mattino” di Napoli, ha dato la drammatica conferma che gli allarmi sulla giustizia sono fondati a prescindere dalla condanna di Berlusconi. Una circostanza richiamata dal presidente del Consiglio Superiore della Magistratura – nonché Capo dello Stato – Giorgio Napolitano, qualche minuto dopo l’emissione della sentenza del Processo Mediaset, nel ricordare come la riforma della giustizia sia uno dei problemi non affrontati per rimettere in piedi l’Italia.

Del resto, in quale Paese occidentale un magistrato di Cassazione avrebbe parlato di una sentenza emessa sotto la sua presidenza, senza essere subito raggiunto da provvedimenti sospensivi e, perfino, penali? Nei Paesi civili – modernamente civili – i giudici parlano con le sentenze e con le motivazioni delle sentenze, non con le interviste ai giornali “ex amici” o “amici”.

Tutto questo mostra in modo inequivocabile che l’Italia è un Paese malato da tempo e la stessa storia imprenditoriale di Silvio Berlusconi è la plastica dimostrazione di un’economia soffocata dallo statalismo e dall’eccesso di potere. Berlusconi non ruppe forse l’intollerabile monopolio della RAI per farsi spazio nel mercato dei media privati, con una manovra da tycoon, più che da imprenditore? Non ruppe le regole, per la libertà di informazione?

Chi oggi sostiene che Berlusconi sia la causa di tutti i mali italiani è in palese malafede, perché semmai Berlusconi è l’effetto di un sistema paralizzato dai veti incrociati, dai conflitti di interesse incrociati, dalle corporazioni e dalla paralisi intellettuale che attanaglia le capacità professionali di una fetta consistente della popolazione economica italiana, che si culla di essere al riparo dalle intemperie della Storia sotto l’ombrello ordinistico. Vale per tutti i professionisti aderenti a un ordine professionale, giornalisti inclusi. Vale anche per chi evoca la protezione dei sindacati per i diritti, ma tace sui doveri: basterebbe prendere la dottrina sociale della Chiesa, espressa nella Rerum Novarum di Leone XIII, e applicarla in toto.

Questo blocco feroce di tipo sovietico impedisce la vera esplosione creativa del Paese. Certo, l’evasione fiscale è un peso grave, ma il peso fiscale genera evasione, non il contrario. Talvolta si legge sui social media – da parte di qualche improvvisato analista economico/tributario – qualche contorto riferimento alle norme statunitensi sull’evasione fiscale, che prevedono il carcere. Ma questi improvvisati e cialtroneschi reporters dimenticano di raccontarla tutta. Anzitutto, che negli USA praticamente si scarica quasi tutto dalle tasse (semplifichiamo). In secondo luogo, che il codice penale interviene in modo duro, ma nell’ambito delle regole del giusto processo. Facciamo un esempio.

Il 2 ottobre 2008 Helio Castroneves, pilota brasiliano dell’IndyCar allora in forza al team di Roger Penske, fu arrestato dagli agenti federali e portato davanti al Gran Jury della Florida con sei capi di imputazione per frode fiscale e cospirazione insieme alla sorella e al suo avvocato/procuratore. All’udienza fu condotto in manette e con le catene alle caviglie, perché il sistema statunitense punisce severamente – anche con il potere evocativo delle immagini – l’evasione fiscale (l’accusa sosteneva un’evasione di circa 5,5 milioni di dollari). Il pilota brasiliano evitò il carcere grazie alla esosa cauzione di 10 milioni di dollari, ma non poté sfuggire al sequestro del passaporto e la sua stagione sportiva si interruppe perché non poté partecipare alla tappa del campionato in Australia.

Tuttavia, il 18 aprile 2009, ossia dopo soli sei mesi e mezzo, Castroneves fu assolto da ogni accusa insieme ai coimputati e immediatamente fece due cose: la prima, ringraziare Dio e tutte le persone che gli erano state vicino; la seconda, fiondarsi a Long Beach per partecipare al GP di IndyCar, risalendo sulla sua monoposto numero 3 e riprendendo immediatamente l’attività professionale.

La questione fu, per la giustizia americana, chiusa in poco più di sei mesi e la pubblica accusa non poté proporre appello di fronte all’assoluzione, perché il principio vigente è che l’accusa deve dimostrare la colpevolezza, ma non può sequestrare la vita di una persona con la lunga sequela di appelli. L’appello è un diritto riconosciuto al reo, non allo Stato. Quando in America si mostrano sorpresi degli appelli proposti dai pubblici ministeri verso le assoluzioni in primo grado in Italia, il motivo è questo.

Cosa mostra la storia citata? La vetustà del sistema giudiziario italiano, che denega giustizia e si poggia sul sacrificio di un manipolo di eroi – Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Rocco Chinnici, solo per fare tre nomi di chi ha dato la propria vita all’Italia, ma la lista è lunga e densa di professionisti valenti che danno lustro silenzioso al Paese in un sistema che disincentiva la normalità – per non affrontare la rivoluzione necessaria per fare dell’Italia un Paese efficiente, con un sistema giudiziario efficace, non politicamente impegnato.

Ne beneficerebbe la lotta pragmatica alla corruzione (per esempio attraverso la figura dell’agente provocatore, più volte citato da Pietro Grasso, fin da quando era magistrato) e la lotta concreta all’evasione fiscale, ma in un sistema che non fosse soffocante, vero limite allo sviluppo economico. L’andamento degli investimenti stranieri in Italia è una testimonianza troppo evidente per non considerarla. La fuga degli imprenditori italiani verso Svizzera, Austria, Slovenia costituisce l’altra faccia della medaglia di una tragedia/Paese.

Riformare l’Italia è ogni giorno di più necessario, ma diventa altrettanto utopico. In fondo, Silvio Berlusconi scese in politica come parte della società civile che si proponeva di risolvere i mali della partitocrazia e di modernizzare il Paese, ma nel corso del tempo si è mostrato come parte dei problemi, non delle soluzioni.

In una prospettiva storica, il fallimento politico di Berlusconi sarà un dato oggettivo, a fronte di successi imprenditoriali incontrovertibili. La condanna penale sarà però un dato passeggero, definitivo ma non per questo immodificabile: sia perché l’ordinamento giuridico stesso prevede l’istituto della revisione delle sentenze definitive (con alcuni presupposti, ma qui citiamo in generale), sia perché il ricorso di fronte alla Corte di Strasburgo evocata dall’avvocato Franco Coppi potrebbe infierire al Paese una dolorosa condanna di sistema, ben più grave della condanna per evasione fiscale (se emanata comprimendo i diritti della difesa).

Insomma, Berlusconi passa, ma l’Italia rischia di non passare attraverso il nodo gordiano della globalizzazione e della contemporaneità, a causa della paralisi del sistema partitocratico su cui è eretto lo Stato e ogni branca dell’amministrazione pubblica, giustizia compresa. Uno scenario terribile per ogni persona di buon senso.

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