Escalation in Medio Oriente: in Siria e Israele corsa alle maschere antigas

Mentre Usa, Francia e Regno Unito sembrano prepararsi a un attacco missilistico dal mare, Damasco cerca armi in tutto il mondo. In aprile, una nave libica, proveniente dalla Corea del Nord e diretto in Siria, è stata intercettata in Turchia con maschere, armi da fuoco e proiettili. In Israele la popolazione si attrezza per rispondere a un’eventuale rappresaglia chimica, non necessariamente solo dal regime di Assad. Allarme per le difese insufficienti

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Istanbul – A conferma della complessità dello scenario nel Mediterraneo Orientale, si è avuta oggi la conferma che la Corea del Nord sta cercando di aiutare il regime siriano di Bashar al Assad, violando le sanzioni internazionali sulla compravendita di armi. Pyongyang avrebbe infatti inviato in Siria una nave carica di maschere a gas, proiettili e armi da fuoco. Il cargo, identificato come Al En Ti Sar e battente bandiera libica, è stato intercettato dalle autorità turche, dopo il passaggio dallo stretto dei Dardanelli.

Secondo il Sankei Shimbun – quotidiano giapponese che pubblica oggi la notizia, riportato dall’agenzia AsiaNews – il viaggio è finito lo scorso aprile grazie a un’operazione congiunta condotta dalle forze turche e americane. Il carico, scrive il giornale, “dimostra che la paura di una guerra chimica nella regione mediorientale è scoppiata almeno all’inizio del 2013, con Damasco costretta a comprare armamenti dall’altra parte del mondo per cercare di vincere la guerra civile in corso e quella internazionale che si profila all’orizzonte“.

Questo sarebbe una conferma che sul teatro siriano i timori sull’uso di armi di distruzione di massa, vietate dalle convenzioni internazionali (che però legano sotto il profilo giuridico gli Stati, non i movimenti terroristici e transnazionali), sono diffusi da tempo.

20130828-maschera-antigas_3Nel frattempo, anche il governo israeliano si prepara a un possibile attacco da parte siriana (o iraniana) e ha iniziato la distribuzione di maschere a gas. Le riserve di Tel Aviv per il momento non coprono neanche la metà della popolazione. Secondo il Servizio postale israeliano – che gestisce i centri di distribuzione delle maschere – negli ultimi giorni la richiesta da parte dei civili è aumentata a dismisura. Nel nord del Paese la popolazione è arrivata persino ad acquistare in modo autonomo le maschere, attingendo anche al mercato privato, temendo di non riuscire a trovare quelle distribuite dallo Stato.

Il governo di Benjamin Netanyahu non ha ancora stanziato i fondi per l’acquisto e la distribuzione delle difese anti-gas – valutati in circa 266 milioni di euro – e a Gerusalemme solo il 29 per cento dei residenti ne ha una in casa. Entro la fine dell’anno, sempre che non ci siano emergenze da affrontare, l’esecutivo di Netanyahu stima di poter rifornire solo il 60 per cento della popolazione israeliana.

Un dato che dovrebbe convincere tutte le parti in lotta a cercare una soluzione negoziale, conveniente per tutti. Un esempio classico di “dilemma del prigioniero” in cui la cooperazione risolve e produce benefici per tutti, lo scontro rischia di far piombare il Mediterraneo in una guerra totale.

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