Obama spiega agli americani perché si deve colpire la Siria, ma l’obiettivo è anche un altro

C’è una strategia in tandem – Putin/Obama – sulla Siria? Lo scopriranno gli storici. Intanto i venti bellici si placano, ma non per questo la diplomazia segreta può essere meno produttiva. Assad “si piega” per non spezzarsi, ma i veri colpiti sono i pretromonarchi del Golfo. Al Consiglio di Sicurezza Onu braccio di ferro fra Francia e Russia. Sollievo fra la popolazione di Damasco

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Washington – Il presidente Barack Obama ha deciso di sospendere il minacciato attacco contro il regime di Bashar al-Assad e il governo della Siria, consentendo che l’azione diplomatica avviata dalla Russia prosegua. Putin ha proposto a Damasco che le armi chimiche in possesso della Siria siano sottoposti a controllo internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite, che ne dovrebbero presiedere la distruzione. La Siria ha accettato, mostrando in modo esplicito l’intenzione di aderire al Trattato di bando delle armi chimiche, un passo positivo e costruttivo del regime di Assad.

In questo modo, Putin ha fornito a Obama gli argomenti decisivi per trarsi d’impaccio dall’iter bellico avviato dieci gironi fa. Così il presidente degli Stati Uniti ha dovuto spiegare al popolo sovrano perché ha chiesto uno spostamento – sine die – del voto del Congresso sull’attacco militare, che rischiava di segnare un fallimento per lo steso Obama, data la probabile maggioranza dei voti contrari.

Il discorso di ieri sera era stato preannunciato come un appello alla nazione e al Congresso per autorizzare l’uso della forza, ma Obama ha riconosciuto che l’iniziativa russa «ha il potenziale di cancellare la minaccia di armi chimiche senza l’uso della forza», malgrado non abbia mancato di condiere questo giudizio con affermazioni scettiche, che però fanno parte del gioco: «intanto ho ordinato ai nostri soldati di mantenere le attuali posizioni, mettere pressioni su Assad e di essere in posizione per rispondere se la diplomazia fallisce».

Vladimir Putin e Barak Obama stanno giocando la parte del poliziotto buono e di quello cattivo? Lo scopriranno solo gli storici, adesso si possono costruire solo congetture, partendo da una base di oggettività, facile a chi non è ostaggio di stereotipi e di ideologismi. L’ex agente segreto Putin ha sulla questione del terrorismo islamista e dell’imperialismo neocaliffale una visione lucida, chiara, realista. L’ex avvocato di Chicago no. Per non pensar male, come qualcuno fa anche in Egitto, dove un giudice, Tehani al-Gebali (vice-presidente della Corte Costituzionale), ha parlato di una connection tra il fratello del presidente, Malik, sarebbe legato a doppio filo alla Fratellanza Musulmana .

Se non ci fosse un legame segreto – come da noi auspicato il 6 settembre scorso – tra Russia e Stati Uniti, allora lo scenario diventerebbe più difficile, perché gli Stati Uniti si muoverebbero quasi in balia di se stessi e di una presidenza non capace di focalizzare i problemi.

In questo scenario, la mossa dilatoria/diplomatica di Obama è una specie di salvataggio all’ultimo minuto della sua stessa leadership, perché dopo aver dichiarato di voler attaccare la Siria per l’uso di armi chimiche contro il proprio popolo, nell’opinione pubblica e tra i parlamentari Usa è cresciuta la resistenza all’idea di un attacco unilaterale senza copertura ONU. Nel Congresso Obama avrebbe rischiato perfino la bocciatura dell’uso della forza e vari sondaggi hanno mostrato che circa due terzi della popolazione americana sono contro un nuovo coinvolgimento militare in Medio Oriente.

Inoltre, abbiamo osservato spesso che un attacco militare contro Assad avrebbe favorito una parte prevalente dell’attuale resistenza, fra cui i gruppi legati ad Al Qaeda, cosicché gli Usa avrebbero lottato a fianco del movimento imperialista neo-califfale in coincidenza con il 12° anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle di New York, al Pentagono e a Capitol Hill (sventato), che ricade proprio oggi.

Obama ha però ripetuto tutte le accuse contro la Siria e ha riaffermato che gli Usa sono sicuri che Damasco abbia usato le armi chimiche il 21 agosto, ma ha affermato che la proposta russa offre «alcuni segni incoraggianti» e che la Cina deve partecipare a questo processo di stabilizzazione, premessa indispensabile del suo successo. Per questo motivo domani John Kerry, segretario di Stato Usa, incontrerà Serghei Lavrov, ministro degli esteri russo e lo stesso Obama si terrà in rapporto con il suo omologo russo, Vladimir Putin.

Ma la mossa di Obama/Putin, concordata o meno che sia, mette nel mirino della diplomazia non solo la Siria – che sembra aver compreso il ponte di salvataggio gettato per il Paese dalla Russia – ma anche le monarchie del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in testa, finanziatrici dei movimenti salafiti e islamisti di matrice sunnita (compresa Al Qaeda…) in funzione di disturbo dell’Iran sciita. «Ci auguriamo che le consultazioni avviate dall’Iran con tutti le parti che sono contro la guerra, possano produrre una svolta e prevenire il processo di arrivare al punto di non ritorno – ha detto ieri Marzieh Afkham, portavoce del ministro degli Esteri iraniano, aggiungendo che l’Iran vuole – che la nostra regione sia liberata dalle armi di distruzione di massa. Questi sforzi, inoltre, dovrebbero colpire le armi chimiche nelle mani dei gruppi ribelli siriani». Un segnale anche verso Israele e di richiesta di legittimazione dell’Iran come Paese leader della regione.

Se “scoppiasse” il dialogo tra Iran e Israele, l’adesione di entrambi i Paesi al Trattato di non proliferazione nucleare darebbe maggiore stabilità alla regione e le petromonarchie non avrebbero alcun motivo di temere l’influenza sciita, che sarebbe incanalata in un percorso religioso, abbandonando quello politico più invasivo.

Intanto, nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu Francia e Gran Bretagna stanno lavorando a una risoluzione che metta una scadenza alla Siria nella consegna delle armi chimiche e minacci l’uso della forza. La Russia però è contraria a mettere troppe condizioni e soprattutto alla formulazione di minacce.

La popolazione di Damasco ha accolto con un certo sollievo la decisione del presidente statunitense di spostare la decisione dell’attacco militare. «Non siamo animali, siamo esseri umani» ha detto una donna all’Afp, citata da AsiaNews. «La gente deve avere la possibilità di parlare gli uni con gli altri e non uccidersi l’un l’altro. Quando ho sentito che non ci saranno attacchi, mi sono detta: bene, ci saranno meno morti” ha aggiunto. La donna, vestita di nero e con gli occhi colmi di lacrime, partecipava al funerale di cinque cristiani di Maaloula, uccisi negli scontri fra esercito e ribelli. «Dite al mondo – ha affermato con forza – che vogliamo la pace».

Vedremo se la ragionevolezza prevarrà e se ai fondamentalisti islamici sarà tolta l’acqua dal loro stagno

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