Sciiti e sunniti, le radici di una guerra politica che cavalca alcune differenze religiose

Un panorama per una migliore comprensione delle radici storiche che fanno da sfondo alla guerra inter-islamica tra sunniti e sciiti, con ripercussioni in Siria, terreno di battaglia tra il regime alawita di Assad e i Paesi della Lega Araba in prevalenza sunnita. La “Mezzaluna Sciita”

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Gli sciiti rappresentano il 10% dei 1,4 miliardi di musulmani nel mondo e costituiscono la maggioranza in IRAN, IRAQ, LIBANO, AZERBAIJAN, BAHREIN e hanno una significativa presenza in AFGHANISTAN, PAKISTAN, SIRIA, ARABIA SAUDITA ed EMIRATI ARABI UNITI.

L’origine risale alla morte di Maometto (632 DC), deceduto privo di eredi maschi e senza aver nominato un successore.

Allora i musulmani si divisero: la maggioranza, che formerà i sunniti, da Sunna, la tradizione, riteneva necessario individuare nella comunità il vicario (Khalifa, il Califfo) del Profeta; la minoranza voleva imporre la nomina di Alì ibn Abu Talib, cugino e genero di Maometto, avendone sposato la figlia, Fatima (da cui ha origine, nel 632, lo sciismo, da shiah – il partito – di Alì).

Nato a La Mecca (17.03.599) e morto a Kufa (28.02.661) Alì divenne il 4° Califfo nel 656, ma ne è considerato il primo dagli sciiti, per i quali era stato ingiustamente pretermesso da tre Califfi: Abu Bakr (632 – 634), Omar ibn al Khattab (634 – 644) e Othman ibn Affan (644 – 656).

Il padre di Alì, Abu Talib, esponente di spicco della tribù Banu Quraysh – anche se di modeste condizioni economiche – era zio paterno di Maometto che ospitò da quando, ancora giovane, divenne orfano.

Il Profeta sposò Khadija e accolse nella sua abitazione il cugino Alì, il quale ne sposò la figlia, Fatima, da cui ebbe due figli, al Hasan e al Husayni, considerati dagli sciiti 2° e 3° Califfo.

Alì ebbe dalla seconda moglie, Khawla, della tribù dei Banu Hanifa, un altro figlio, Mohammed (chiamato Mohammed ibn al Hanifiyya, non Mohammed ibn Alì). Divenuto Califfo nel 656 dopo l’assassinio di Uthman, si scontrò con Talha bin Ubayd Allah e al Zubayr bin al Awwam, alleati con Aisha bin Abu Bakr, vedova del Profeta, nella “battaglia del Cammello”, presso Bassora, nel 656. I suoi rivali morirono durante il conflitto e Aisha si ritirò a vita privata.

L’anno dopo, Alì si scontrò con il Governatore della Siria, Muawiya bin Abu Sufyan, che lo accusava velatamente di essere implicato nell’uccisione del terzo Califfo, Uthman, suo parente prossimo, ma in realtà perché rimosso dall’incarico da Alì appena divenuto Califfo. La battaglia si svolse a Siffin, sull’Eufrate, e Muawiya, che stava soccombendo, chiese un arbitrato sulla vicenda di Uthman ricevendone l’assenso di Alì.

Una parte dell’esercito di Alì si distanziò dai due leader e formò un movimento eretico, il “Kharijismo” (coloro che sono usciti).

L’arbitrato, svolto ad Adhruh, in Transgiordania, viziato da artifizi e sotterfugi, dichiarò ingiusta la morte del terzo Califfo configurandola come un crimine e non un atto di giustizia nell’interesse superiore dell’Islam, perciò punibile di morte. Nessuno, tranne pochi seguaci a Damasco, riconobbe Muawiya come Califfo (che, in quell’anno, 657, fondò il sunnismo, da Sunna, Tradizione) fino a quando Alì operò con i suoi seguaci a Kufa, in Iraq, dove aveva portato la capitale abbandonando l’insicura Medina.

Alì combatté ancora contro i Kharijiti (che avevano aderito al sunnismo) a Nahrawan (658) facendone strage, finché, nel 661, fu ucciso da uno di loro, ibn Muljam, che lo colpì alla testa con una spada intinta di veleno mentre entrava nella Moschea di Kufa per dirigere la preghiera.

Secondo la tradizione – contestata dai sunniti – Alì prima di morire avrebbe nominato successore il suo primogenito al Hasan. Il suo corpo, inumato in un luogo segreto, venne scoperto molti anni dopo a Najaf (vicino Kufa), che divenne il terzo luogo santo dello sciismo dopo La Mecca e Medina. I suoi discendenti appartengono alla grande famiglia (oltre 5 milioni di persone) degli “Alidi” diffusa in tutto il mondo.

Nel 680, a Kerbala (odierno Iraq), si scontrarono l’Esercito Kharijita Omayyade (sunniti) e i seguaci di Alì (72 combattenti guidati dal fratello di Alì, Hussein, e dal figlio Hasan), che rifiutarono la resa e vennero massacrati (Hasan morì avvelenato). Nei secoli successivi il potere rimase nelle mani della dinastia Omayyade, poi di quella Abasside e, infine, degli Ottomani, mentre il Califfato divenne una monarchia ereditaria mentre gli sciiti passarono all’opposizione.

I sunniti privilegiano l’interpretazione testuale di Corano e Sunna e la loro applicazione giuridica, la sharia, mentre gli sciiti optano per una interpretazione simbolica del Corano alla ricerca della verità della fede, pongono al centro della teologia il martirio di Kerbala, la sofferenza e il sacrificio, e considerano Gesù un Grande Profeta.

Il ceppo sciita sopravvive grazie a un ramo dinastico degli imam discendenti da Hussein (tutti uccisi) che si succedettero sino all’874, quando l’ultimo Imam, Mohamed al Mahdi (guidato da Dio), 12° Imam (succeduto al padre, Hasan al Askari nell’874), scomparse e i suoi seguaci lo considerano da allora nascosto, in attesa di tornare e regnare sino alla fine dei secoli.

L’imam, che nel sunnismo è solo una guida spirituale accessibile a chiunque sia di buona moralità, conoscitore della dottrina, sano di corpo e di mente (per i Kharijiti, invece, deve essere “il migliore”), nello sciismo assume una rilevanza politica, tanto che venne creata la figura dell’Ayatollah (il segno di Allah) la cui autorevolezza discende dalla vicinanza ad Allah.

Il riferimento dei sunniti in materia di Califfato è l’esempio dei “Califfi ben guidati”, cioè i primi quattro dopo Maometto: Abu Bakr, Omar, Uthman e Alì, tutti eletti da una ristretta schiera di notabili. La lotta fra sunniti e sciiti continua da allora, con reciproche accuse di blasfemia, punibili con la morte.

Casi di conflitto permanente sono riscontrabili in Afghanistan, dove gli Hazara sono perseguitati dai talebani; e in Arabia Saudita, Paese in cui gli sciiti vivono in una sorta di apartheid politico. Inoltre, costituiscono il bersaglio privilegiato da Al Qaida, la galassia di riferimento dei jihadisti di matrice salafita, perché vengono considerati i rivali teologici – blasfemi – meglio strutturati fra i numerosi orientamenti dottrinali islamici.

Solo nel XVI secolo la dinastia dei Safavidi elevò lo sciismo a religione della Persia mettendone i fedeli al riparo dai sunniti.

Dopo quattro secoli lo sciismo divenne protagonista della grande rivoluzione islamica con Khomeini (1979), il Grande Ayatollah che reintrodusse la mistica dello shaiyd (il martire) durante la Prima guerra del Golfo (1980–1988) contro l’aggressore sunnita da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, sostenuto e armato anche dall’Occidente.

Khomeini sviluppò le scuole religiose ripristinando il prestigio di Qom, che teorizza il “Velayat al Faqi” cioè la supremazia dell’interpretazione della Guida Suprema nella gestione del Paese (tendenza teocratica), rispetto a Najaf e Kerbala (Iraq) centri  teologici d’eccellenza aperti anche alla tendenza quietista (o pietista) – di cui è esponente apicale il Grande Ayatollah Alì al Sistani di Baghdad – contemplante la divisione tra religione e Stato. Posizione, quest’ultima, speculare al Wahabismo sunnita che dal XVIII secolo disciplina rigidamente la vita privata dei fedeli e resta demarcato dalle decisioni politiche da supportare, a meno che non collidano con i precetti di Corano e Sunna.

L’Iran svolse un forte ascendente anche in Libano, dove Hezb’Allah si impose come forza politica e militare fino a costringere Israele a ritirarsi nel maggio 2000, dopo 18 anni di occupazione.

Vicini all’Iran sono: l’Iraq, che nel corso della 3° Guerra del Golfo (marzo 2003–dicembre 2008), è guidato dagli sciiti; la Siria, alawita, (discendenti da Alì, ritenuti una setta poi – nel 1974 – inglobata in seno allo sciismo di rito duodecimano attraverso l’editto del Grande Ayatollah libanese Musa Sadr, capo degli sciiti duodecimani del Libano); formazioni palestinesi della Striscia di Gaza tra cui Jihad Islamico Palestinese, JIP; il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale guidato da Ahmed Jibril (FPLP-CG), facente parte del gruppo delle “Ten Resistance Organizations” basato a Damasco e contrario agli Accordi di Oslo fra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) siglato il 13 settembre 1993 a Washington.

L’insieme dei Partiti e movimenti sciiti determinatisi nei primi anni 2000 costituiscono, insieme all’Iran, l’arco definito da Re Abdallah di Giordania (nel 2004) “Mezzaluna sciita”.

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