Guido Barilla, la pezza peggiore del buco. Accusato (ingiustamente) di omofobia, cede alla lobby LGTB e alla political correctness

Dopo l’intervista a “La Zanzara”, il presidente del gruppo parmense aveva spiegato il senso delle sue parole, ma la valanga di proteste strumentali verso le sue parole lo hanno fatto cedere: una richiesta di scuse per aver detto la verità. Se scambiamo la famiglia con qualsiasi forma di affettività lecita, apriamo la botola per un relativismo che non fa bene a nessuno. Neanche alle minoranze, che devono essere protette dalle maggioranze, ma non possono sostituirle

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Guido Barilla ha compiuto una inversione a 180 gradi, rispetto alle dichiarazioni di tre giorni fa, rese a “La Zanzara”, il programma “delinquenzial-radiofonico” (nel senso di provocatorio per statuto genetico) condotto in modo magistrale da Giuseppe Cruciani e David Parenzo su “Radio 24”. Il presidente dell’azienda parmense aveva detto che non avrebbe mai avallato uno spot pubblicitario con una “famiglia” gay, «perché noi siamo per la famiglia tradizionale». A seguito dell’alzata di scudi – una vera e propria chiamata alle armi sull’onda della promozione della diversità – il più grande dei figli di Pietro Barilla aveva poi spiegato di aver «il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna» e per questo di aver «il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque», dichiarando di guardare con favore anche «i matrimoni tra gay», ribadendo però che «Barilla nelle sue pubblicità rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque e da sempre si identifica con la nostra marca».

Nel tempo corrente, il relativismo è il pilastro è il faro della confusione valoriale, per cui anche una scelta di marketing – rispettabile come un’altra e affatto discriminatoria – ha dovuto piegarsi alla demagogia del mondo omosessuale, insorto contro Barilla, che ha affidato al profilo Facebook dell’azienda di famiglia il messaggio – sia in inglese che in italiano – di ulteriori scuse, diremmo di autofustigazione, visto che arriva a sostenere di «avere ancora molto da imparare sull’evoluzione della famiglia», dichiarando altresì la disponibilità a incontrare i rappresentanti delle comunità che si sono sentite offese. Per cui è immaginabile nei prossimi giorni sarà occupato in un gay-lesbo-trans-bisex-tour per discutere di non sappiamo cosa.

L’inchino di Guido Barilla a una minoranza (assai) rispettabile, ma minoranza

Con tutta evidenza, la pezza di Barilla è peggiore del buco (inesistente), perché posticcia, ritagliata sotto la pressione indebita ricevuta dalle lobby LGTB, informata alla political correctness, che è la base teorica del relativismo.

Dal mio punto di vista – evidentemente limitato – penso che le minoranze debbano essere non solo rispettate dalle maggioranze, ma addirittura protette, attraverso l’innalzamento di barriere contro le discriminazioni, per evitare che siano in qualche modo tollerati gesti di emarginazione e violenza. Quindi, anche per la tutela delle relazioni tra persone dello stesso sesso, il legislatore dovrebbe trovare forme di protezione giuridica e di stabilizzazione dei diritti e dei doveri reciproci, per persone che intendessero chiedere all’ordinamento tale riconoscimento.

Tuttavia, come le maggioranze hanno il dovere di proteggere le minoranze, è impensabile che le minoranze impongano alle maggioranze i propri punti di vista, per trasformarli in verità universali. La famiglia non è tradizionale o non convenzionale, la famiglia è una sola: quella che lega in un progetto esistenziale intergenerazionale persone di sesso diverso, per il concepimento di figli, che dai propri avi traggano non solo un bagaglio genetico eterogeneo, ma anche un retroterra culturale unico.

È legittimo credere che la famiglia sia costituita da un padre, una madre e dei figli? O è obbligatorio ritenere invece che famiglia sia qualsiasi aggregazione civile e affettiva, legata al presente, perfino impreziosita da una vita messa al mondo, ma grazie alle possibilità della tecnica e della scienza, non con gli strumenti ordinari consegnati a noi dalla natura e con un legame tra generazioni?

Nelle scorse ore si sono svolti diversi show mediatici, soprattutto sui social network, tra pro e contro Barilla. In particolare, su Twitter – e poi su Facebook – si sono scontrati i #boycottbarilla con i #iostoconbarilla. Nei due schieramenti, anche giornalisti, lanciatisi in boicottaggi di discutibile legittimità giuridica, visto che ai giornalisti (professionisti e pubblicisti) è inibita la pubblicità, quindi anche quella negativa.

Io stesso sono stato involontario destinatario di un atto di “ostracismo” da parte di un giornalista della sede Rai della Sicilia, che mi ha pregato di uscire dalla propria cerchia di amici su Facebook, dopo aver difeso Barilla dall’accusa di aver sollevato una polemica omofoba. Naturalmente ho subito accontentato il collega (visto che siamo iscritti allo stesso ordine), ma con profonda amarezza.

Barilla cede in modo disonorevole ad accuse ingiuste. Lo fa per evitare danni all’azienda: forse dovrebbe approfondire più le tecniche di comunicazione commerciale (mai dire niente di sconveniente, ipocrisia a 1000, buon viso a cattivo gioco), che aggiornarsi sull’evoluzione della famiglia.

Non è tempo di dire pane al pane, vino al vino; di discernere il giusto dall’errato; di considerare normalità e anormalità. Quello corrente è il tempo della strumentalizzazione, del relativismo, del profitto veloce, anche in materia etica. Non è più sufficiente rispettare gli altri, si devono assumere per forza le altrui tendenze, pena essere bersagliato di strali, che si concretano come discriminazioni che intenderebbero contrastare contro altre discriminazioni, un corto circuito intellettuale segno della complessità dell’attuale fase della società occidentale.

È giusto?

Ultimo aggiornamento 28 Settembre 2013, ore 2.55 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

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