Incidente Alitalia. Bruno d’Agata, il pilota da caccia addestrato per uccidere che ha salvato 156 persone

Il pilota del volo Madrid-Roma che due giorni fa ha atterrato senza un carrello parla: “in quei momenti serve la massima concentrazione, non c’è spazio per la paura. Quella arriva dopo”. Una manovra da manuale che mostra la preparazione dei nostri piloti militari e di quelli civili. Orgoglio italiano? Sì!

Aereo atterra senza carrello a Fiumicino, nessun ferito

In qualche modo è una specie di paradosso il fatto che una persona addestrata per molti anni a fare la guerra – quindi, all’occorrenza, ad ammazzare persone – si trovi nello scomodo ruolo di “salvarne” 156, compreso se stesso. Bruno d’Agata è il pilota dell’Alitalia che domenica sera ha evitato con maestria una tragedia a Fiumicino, riuscendo ad atterrare senza il carrello centrale di un Airbus A320 dell’Alitalia. Con 57 anni anagrafici, molti dei quali passati con la divisa dell’Aeronautica Militare Italiana, d’Agata non si è (sempre in apparenza) composto.

«Non ha provato paura?» – gli ha chiesto Rinaldo Frignani, nell’intervista pubblicata sul “Corriere della Sera” di oggi. Risposta: «In quei momenti serve la massima concentrazione, non c’è spazio per la paura. Quella arriva dopo, soprattutto dopo un atterraggio come questo». Roger, comandante.

Dopo aver volato con F-104 Starfighter (detto anche widowmaker e non credo serva traduzione) e Tornado, d’Agata è transitato nell’aviazione civile, prima con Air One, poi con Alitalia. «Non mi era mai successo in 15 mila ore di volo» ha confessato d’Agata.

Nella procedura di atterraggio di emergenza come quella di due giorni fa, un pilota applica tutto il bagaglio di formazione tecnica e psicologica accumulata per anni. Alla fine, l’indicatore migliore è “quell’applauso” sentito dal pilota dell’Alitalia domenica sera. Di certo avrà avuto un ruolo fondamentale il tono di voce e la fiducia che hanno riposto nelle sue parole i passeggeri. Bastava che uno solo di essi andasse via per la tangente – e in una fase del genere sarebbe stato anche comprensibile – che tutto sarebbe stato più difficile.

Per questo motivo non serve a niente farsi prendere dal panico quando si viaggia in aereo, il mezzo di trasporto statisticamente più sicuro al mondo. Se il traffico automobilistico fosse organizzato come quello aereo, gli incidenti sarebbero rari. A guidare su una strada statale italiana – quella in condizioni migliori – si corrono più rischi di quanti se ne corrano in una tratta transoceanica.

Non ci può essere panico in quei momenti, come ha spiegato d’Agata a Lucio Cillis su “la Repubblica”. «Panico? No. Attimi di tensione sì, in particolare quando abbiamo improvvisamente accelerato e iniziato le procedure per riportare in quota il velivolo. Poi – aggiunge il pilota – abbiamo consumato il carburante facendo attenzione a svuotare maggiormente il cherosene presente nell’ala destra, quella sopra il carrello guasto».

Eroe? No, grazie. «Guardi sono lusingato dice ancora al quotidiano romano – posso rispondere solamente di essere molto contento di aver concluso in sicurezza il volo, senza che nessuno si facesse del male e procurando anche pochissimi danni all’aeromobile». Un eroe normale, diremmo. Uno che da pilota militare non ha mai partecipato a un’azione di guerra, ma solo per caso.

Nell’immediatezza dei fatti, molti sono stati i commenti sui social network sulla qualità dei piloti italiani: nella stragrande maggioranza dei casi positivi e ammirati, con quale voce fuori dal coro (ai più sembrata stonata). Ma è lo stesso Bruno d’Agata a fornire l’interpretazione autentica (di parte? Forse, ma una partigianeria condivisa). Perché una persona seria lo è soprattutto nei momenti di stress (ogni riferimento …). «Devo ammettere che una volta atterrati, quando sei sano e salvo e con te tutti i passeggeri, qualcosa ti passa per la testa. Tiri un sospiro di sollievo» ha detto il nostro eroe italiano a “la Repubblica”, aggiungendo che «la paura non può fare parte del nostro lavoro, serve tanta, tanta concentrazione. Anche perché passiamo molte ore sui simulatori della compagnia e questo tipo di imprevisti fanno parte dell’addestramento. E mi lasci anche dire»  conclude «che i piloti italiani sono tra i migliori al mondo, non c’è dubbio, sono un fiore all’occhiello di questo Paese».

Per cui, se non “Forza”, almeno un “Viva l’Italia”. Ora, sempre e comunque.

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