Crisi in Medio Oriente. L’Iran è il convitato di pietra

L’Iran gioca un ruolo strategico nella regione e può essere elemento di stabilizzazione o fattore di deflagrazione. L’analisi prende in considerazione alcune fondamentali variabili e sottolinea il fronte delle idee in discussione sull’area

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L’iniziativa russa del 12 settembre 2013  ha “consentito” l’adesione della Siria alla “Convenzione sulle armi chimiche”, con il relativo impegno di consegnare il suo arsenale. Ne è la plastica testimonianza l’incontro a Ginevra fra il Segretario di Stato statunitense, John Kerry, e il suo omologo russo, Sergej Lavrov, meeting che ha innescato due eccezionali eventi: il posponimento della guerra a Damasco e lo scambio di lettere tra Casa Bianca e il nuovo Presidente iraniano Hassan Rohani, con la proposta della riapertura del canale diplomatico interrotto dal 1979 con l’assalto all’Ambasciata USA a Teheran.

Per il primo punto, la road map prevedeva che entro una settimana la Siria comunicasse i siti di stoccaggio del materiale chimico indicandone  tipo e quantità; che entro novembre 2013 venga conclusa l’ispezione e la distruzione dei relativi impianti di produzione; che entro giugno 2014 venga completata la distruzione dell’intero arsenale chimico.

L’agenda del secondo tema propone l’immediato esame del dossier nucleare e il confronto sulla situazione siriana.

La proposta russa è stata accompagnata da un’altra iniziativa, consustanziale alla crisi attraversante l’intera Regione mediorientale: la ripresa della fornitura all’Iran dei missili terra-aria S-300, sospesa nel 2010 dal presidente russo pro tempore – Medvedev – su pressione di USA e Israele, dopo le prime sanzioni dell’UE all’Iran per il programma nucleare; ma anche la costruzione di una seconda centrale  nucleare nell’impianto di Bushehr, come previsto nel contratto stipulato nel 2007 fra i presidenti dell’epoca, Putin e Ahmadinejad.

L’incontro fra i presidenti russo e iraniano avrebbe dovuto precedere quello sul nucleare in programma tra Iran e USA a New York, come prodromo del negoziato dei “P 5+1” (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, USA – più la Germania). L’incontro tra Obama e Rouhani non c’è stato, fisicamente, ma il lungo colloquio telefonico ha avuto lo stesso l’effetto di avviare il processo di avvicinamento dei due Paesi.

La strategia di Putin si muove su due piani.

20131005-iran-map-cia-world-factsheet-352x352Da un lato, la Russia si cautela nell’ipotesi prevalesse l’opzione bellica contro Damasco, fornendo armi all’alleato iraniano e costruendo un secondo reattore accanto a quello ampliato negli anni ’90 (funzionante solo dal 2010).

Dall’altro canto, per quanto riguarda l’Iran – che è il “convitato di pietra” di queste rivolte eterodirette in Medio Oriente – la caduta del regime alawita rovescerebbe i rapporti di forza nella Regione, spezzando quella “mezzaluna sciita” comprendente Teheran, Baghdad, Beirut, Damasco e (parte della) Striscia di Gaza.

Teheran, con l’Arabia Saudita ai confini, resterebbe accerchiata da un poderoso “Asse Sunnita” fortificato dalla restaurazione sunnita in Egitto, che dopo il colpo di stato del luglio 2013 ha interrotto i rapporti aperti dal deposto presidente Morsi con Iran e Hamas; dal caos iracheno; dall’instabilità libanese, la cui componente armata di Hezb’ Allah è stata inserita (da USA ed EU, luglio 2013) nella lista delle organizzazioni terroristiche, mentre quella sunnita – con l’appoggio degli ondivaghi drusi – ha innescato un clima di guerra civile contro gli sciiti a Tripoli nel nord, nella Valle della Beqāʿ al centro e nella capitale.

Accerchiamento che è fortificato dai restanti Paesi del “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (CCG: oltre a Riyadh, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar) e dalla Turchia passata, pochi mesi dopo l’inizio delle contestazioni a Damasco (marzo 2011), da alleata ad acerrima nemica della Siria e che con il dislocamento dei missili “Patriot” (marzo 2013) sul confine turco-siriano costituisce un’ulteriore minaccia per l’Iran.

Con la rinnovata potenzialità missilistica e l’appoggio sul nucleare assicurati dall’alleato russo, l’Iran, isolato nella regione, trova sostegno e forza anche sul piano della diplomazia internazionale, che ne limita le ricadute negative.

Sorge perciò un quesito: si avvia un percorso alternativo alla logica della guerra dopo gli ultimi, disastrosi risultati in Afghanistan, Iraq, Libia e Mali? I segnali sono contrastanti e non inducono di per se all’ottimismo.

LE ISTITUZIONI IRANIANE

Per capire come funziona l’Iran, occorre una veloce scorsa alle istituzioni del Paese.

Il 14 giugno 2013 un’indicazione di discontinuità rispetto alle crisi registrate nell’ “Arco Mediterraneo” – da Rabat a Teheran (e oltre) – è venuta proprio dall’Iran, dove presidente Hassan Rouhani ha avuto il 50% dei voti alle ultime elezioni presidenziali, ossia il 70% dei 50 milioni di iraniani aventi diritto, guadagnando l’elezione al primo turno. Rouhani, 65 anni, proviene da una famiglia di bazarini (commercianti nei bazar), con studi in Occidente e a Qom (in teologia), ed è stato Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e negoziatore nucleare durante la presidenza Khatami. È considerato un riformista.

Il Presidente si è insediato il 4 agosto successivo e trova non pochi problemi da affrontare: una popolazione giovane, con il 65% che ha meno di 30 anni; alta disoccupazione, con picchi del 30% fra i giovani; una crisi economica profonda (tasso di inflazione al 42%, caduta delle vendite del 70%, valuta nazionale svalutata del 75%, produzione del petrolio crollata dal 2011 al 2013 da 2,2 mln b/d a 900 mila), causata dalla dissennata politica del precedente presidente e dalle pesanti sanzioni internazionali; una significativa  restrizione dei diritti, testimoniata dall’alto numero di detenuti in carcere, bersaglio della brutalità degli apparati di sicurezza; una censura opprimente (che però potrebbe essere vicina a un arretramento, come testimoniato dal recente scambio di tweet tra il confondatore di Twitter e lo stesso Rouhani).

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In questo contesto, l’elezione di un tecnocrate riformista costituisce una svolta – appoggiata da Alì Akbar Rafsanjani (Presidente negli anni 1989/97), Reza Aref (vice-presidente con Khatami), Mohammed Khatami (Presidente negli anni 1997/2005) – e sancisce la sconfitta dei conservatori Mohamed Baqer  Qakibal (sindaco di Teheran), Saeed Jalil (attuale capo negoziatore per il nucleare), Mohsen Rezai (capo delle Guardie Nazionali per 16 anni) appoggiati dal Presidente uscente Ahmadinejad (2005/13).

Una sintesi della struttura di potere in Iran può facilitare la comprensione dei complessi meccanismi della teocrazia iraniana, obbediente al principio della “velayat-e-faqih” (autorità del giureconsulto, che si traduce in predomino assoluto della Guida Suprema).

Il Presidente, seconda carica del Paese dopo la Guida Suprema, ha un mandato di 4 anni, rinnovabile per non più di due volte consecutive, e svolge la funzione di capo del governo del Paese, nominando i ministri, che devono essere ricevere l’approvazione del Parlamento, responsabile del rispetto della Costituzione; il Presidente ha anche la facoltà di proporre leggi, che il Parlamento può approvare o respingere.

L’Assemblea degli esperti” è costituita da 86 religiosi con un mandato di 8 anni: attualmente ne è presidente Mohammad Reza Mahdavi Kani. Questa assemblea di religioconsulti elegge la Guida Suprema, che è ancora oggi il grande Ayatollah Alì Khamenei.

La Guida Suprema determina la linea di politica estera, conferma l’elezione del “presidente”, nomina i 6 membri religiosi e designa 2.000 alte cariche dello Stato (tra cui i Capi dell’apparato apparato giudiziario, delle Forze Armate, sia dei Guardiani della Rivoluzione che delle Forze regolari; dei Pasdaran; di radiotelevisione dello Stato; delle principali fondazioni religiose). I Capi dei Guardiani della Rivoluzione e i Pasdaran (ufficialmente 120 mila unità), proteggono i leader e i siti istituzionali, hanno vasto potere e il controllo capillare del Paese, rispondendo direttamente alla Guida Suprema.

Il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione – in ossequio del principio della “velayat-e-faqih” –  ha il compito di controllare che le leggi non siano in contrasto con il Corano e la dottrina islamica. È composto da 12 membri: 6 religiosi, con il potere di bocciare le nuove leggi, e 6 giuristi islamici, con il potere di valutare le candidature alla Presidenza (per le elezioni del giugno 2013 ne ha accolte solo 8).

Il Parlamento, eletto con voto popolare, è formato da 290 membri con mandato di 4 anni. Approva o respinge leggi di proposta governativa, ratifica trattati e convenzioni internazionali. L’attuale maggioranza è formata da conservatori.

Le Forze Armate sono costituite dai Guardiani della Rivoluzione e dalle Forze regolari.

LE NOVITÀ E LE APERTURE IRANIANE

L’idea della riapertura del dialogo dell’Iran con gli USA non è nuova, essendo stata proposta in diverse occasioni e più recentemente (marzo 2013) non esclusa dalla Guida Suprema Khamenei, il quale – ribadendo il diritto del Paese ad arricchire l’uranio per scopi pacifici – ha ripetuto che “non cercherà mai l’arma nucleare”.

20131005-tehrantimes-350x275Al contrario, durante la presidenza Obama è stato approvato il maggior numero di sanzioni e leggi contro la Repubblica Islamica. Nel biennio 2010-2012 sono stati emanati dieci ordini esecutivi del presidente per imporre sanzioni o estendere lo stato d’emergenza e 12 provvedimenti dai Dipartimenti di Tesoro e Stato (su disinvestimento, Banca Centrale dell’Iran, blocco dell’esportazione del petrolio, inserimento nella “lista nera” di rappresentanti dei Ministeri di Interno, Difesa, Informazione, Cultura e Telecomunicazione nonché degli alti gradi delle Forze Armate e di Sicurezza).

A queste misure si accompagnano la violazione dello spazio aereo con droni e aerei spia nel Golfo Persico e nel mare dell’Oman, il sostegno (coperto) a gruppi terroristici come Jundollah (ammesso da Abdul Malek Righi, capo del gruppo) per destabilizzare il Paese, gli attacchi cibernetici a siti nucleari ed energetici, l’inserimento di Teheran nell’ “asse del male” (2002), fino alla cancellazione (settembre 2012) dalla lista delle organizzazioni terroristiche dei “Mohajeddin del Popolo” (MKO), responsabili dell’uccisione di 12 mila iraniani e di aver collaborato con l’Iraq negli otto anni di guerra con l’Iran (1980-1988).

La posizione USA – fortemente promossa da Israele (in possesso di armi nucleari, senza avere mai aderito al “Trattato di non Proliferazione”) – rimane negativa come evidenziato (19 settembre 2012) a Istanbul anche a fronte della disponibilità iraniana di sospendere l’arricchimento dell’uranio al 20% in cambio di un alleggerimento delle sanzioni.

Per iniziare un “nuovo corso” Usa e Iran dovrebbero trovare intese almeno su tre temi.

Sulla questione nucleare gli USA dovrebbero facilitare un nuovo approccio dei P 5+1, essendo l’Iran già pronto – come ribadito anche dalla Russia in passato (2012) – ad accettare la sospensione dell’arricchimento dell’uranio al 20% in cambio della riduzione delle sanzioni.

Per quanto riguarda la Siria la presenza attiva di Teheran potrebbe rivelarsi di grande aiuto nel quadro di una soluzione politica e l’abbandono dell’opzione militare, voluta soprattutto da Arabia Saudita, Qatar, Turchia, U.K. e Francia.

Altro tema – ma non previsto nell’agenda dei colloqui bilaterali Washington – potrebbe essere il coinvolgimento iraniano nella stabilizzazione dell’Afghanistan, atteso che nel 2001 l’Iran è stato determinante nella sconfitta dei Taliban, mentre gli USA – dopo 12 anni di guerra – non solo non li hanno sconfitti, ma proseguiranno la loro presenza anche dopo il ritiro delle truppe (2014), stabilendo basi nel Paese.

Da tempo sembrano esserci segnali di (prossima o potenziale?) guerra.

Nel Golfo Persico vi sono portaerei USA, fregate inglesi e francesi, squadre navali, mentre Israele, sensibile alla minaccia nucleare iraniana, è in prima linea sul fronte della guerra coperta.

Tel Aviv ha rafforzato la sua presenza inviando squadre dell’intelligence nel Kurdistan iracheno, per reclutare rifugiati curdi da infiltrare nel confinante Iran; avrebbe contatti con militanti di Jundallah, l’organizzazione sunnita pakistana responsabile di numerosi attentati nella Repubblica Islamica.

Israele è ritenuta da Teheran mandante di attentati e dell’uccisione di scienziati iraniani. Alcuni episodi su cui si concentrano i sospetti iraniani: l’esplosione in una base missilistica a sud della capitale, che causò la morte di decine di tecnici (novembre 2007); il virus informatico ”Stuxnet”, testato da USA e Israele, che contagiò i computer delle Centrale di Busher (giugno 2010); l’esplosione in una base di missili “Shahab-3”, che uccise 8 tecnici (settembre 2010); l’esplosione in una base missilistica, in cui rimase ucciso l’ideatore del programma, Brigadiere Generale Hassan Moghadam e 30 tecnici (novembre 2011); lo schianto dell’aereo con a bordo tecnici russi diretti all’impianto nucleare  di Busher, che provocò la morte di una decina di persone fra le quali 6 scienziati russi (giugno 2011); l’uccisione con una bomba sulla moto dello scienziato Massud Alì Mohammed, esponente del programma nucleare (gennaio 2010); l’uccisione del fisico nucleare Majid Shahariari (novembre 2010); l’uccisione a Teheran dello scienziato  Daryosh Rezaei (luglio 2011); l’uccisione con una bomba sull’auto dello scienziato  Mustapha Ahmadi Roshan, che lavorava nello stabilimento di Natanz.

In preparazione della (possibile, nuova guerra) gli USA hanno iniziato (novembre 2012) la costruzione di una stazione radar in Qatar, dove c’è la più grande base militare statunitense, “Al Udeid Ait Base” con 8 mila uomini, e sorgerà l’ “X. Band” radar, chiudendo lo scudo antimissile triangolare i cui primi due funzionanti sono nel deserto Negev israeliano e nella Turchia centrale, in modo da bloccare l’eventuale lancio di missili iraniani ora in grado di raggiungere Israele e l’Europa.

Alla stazione radar si affiancherà un altro sistema di difesa, il primo “Terminal  High Altitude Area Defense” (Thaad), dotato di un proprio radar che – lavorando di backup – aumenterà l’efficienza dell’intero sistema.

Il timore di un “pericolo imminente” per il nucleare iraniano con finalità atomiche, attribuito alla Comunità Internazionale, è in realtà di Israele e USA, mentre non concordano con la politica statunitense verso Teheran Russia, Cina, India e Turchia: l’ Europa (tranne l’U.K.) mantiene una posizione più defilata.

Priva di un grande esercito e con una strategia essenzialmente difensiva, l’Iran mira soprattutto a scoraggiare un’invasione. La costruzione di armi atomiche è ancora da provare, mentre nell’area ci sono i Paesi che le hanno – Israele, India, Pakistan – che si sono rifiutati di firmare il “Trattato di non Proliferazione” e dove i programmi nucleari sono stati realizzati con il sostegno degli USA.

Il pericolo di un’altra “guerra umanitaria” è elevato.

© OSSERVATORIO ANALITICO 2013, RIPRODUZIONE PER GENTILE CONCESSIONE DEL DIRETTORE SCIENTIFICO

Articolo originario in “Osservatorio Analitico

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