Contro il progetto egemonico della Germania di Angela Merkel e a favore degli Stati Uniti d’Europa

I Founding Fathers (Padri Fondatori) dell’Europa unita avviarono dopo la Seconda Guerra Mondiale un processo di pace che rendesse impossibile la guerra fratricida in futuro, usando un espediente (il funzionalismo) ma con in mente l’obiettivo dichiarato di unificare il continente in un progetto istituzionale federale, non in uno Stato unitario che ridesse spazio alle aspirazioni egemoniche di qualcuno. Il modello era quello statunitense nato a Filadelfia nel 1787, non quello sovietico

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In Europa è in corso un colpo di Stato senza lo Stato, un tentativo di creare con mezzi surrettizi e antidemocratici qualcosa che assomigli a un “quasi-Stato” unitario, attorno all’egemonia di uno degli Stati membri dell’Unione Europea: la Germania guidata da Angela Merkel.

Il 26 maggio 2012, Joschka Fischer, ex ministro degli esteri tedesco, lanciò dalle colonne del Corriere della Sera un monito: «La Germania non affondi l’Europa. Sarebbe la terza volta in cent’anni», una sintesi straordinaria di quel che sta avvenendo. Angela Merkel, capo della CDU e cancelliere in carica in attesa di riconferma dopo le legislative del settembre scorso, ieri ha proposto una modifica dei trattati europei, per mettere in riga con idonee sanzioni veloci gli Stati poco virtuosi in tema di politica di rigore. Una visione egemonica e unitaria, che non ha niente a che vedere con uno Stato federale in cui la sovranità sia condivisa in sfere esclusive di competenza.

Al presidente degli Stati Uniti d’America non verrebbe mai in mente di mettere il becco nelle questioni interne – financo fiscali e finanziarie – della California. E non cito la California a caso, perché è lo Stato con un debito pubblico talmente pesante da arrivare quasi al fallimento. Cosa ne è derivato? Che la classe politica statale si è assunta le responsabilità che derivano da tale situazione e il governo federale ha supportato – con appositi fondi perequativi – settori strategici. Tutto il resto è stato attuato trasferendo ai privati la responsabilità di far funzionare il meccanismo della sussidiarietà. Ma non è accaduto che il Governatore del Texas (o di un qualsiasi altro Stato dell’Unione) si sia espresso contro la politica californiana: ciascuno è stato al proprio posto e ha rispettato il proprio ruolo e l’articolazione federale degli USA.

Quando il 9 maggio 1950 l’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman lanciò nella sua “Dichiarazione” il processo di integrazione dell’Europa, l’obiettivo non nascosto era quello di arrivare a uno Stato federale, non a uno Stato unitario che sarebbe stato pericoloso, antistorico e su cui si erano combattute almeno due guerre generali nel Continente nei 100 anni precedenti. I Padri Fondatori dell’Europa federale, unita e pacifica – Robert Schuman, l’americano Jean Monet, Konrad Adenauer, Alcide de Gasperi, Paul Henri Spaak, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi – avevano chiaro il modello cui ispirarsi: gli Stati Uniti d’America nati dalla Convenzione di Filadelfia, non l’Unione Sovietica nata dalla Rivoluzione d’Ottobre.

L’idea era quella di costruire uno Stato attorno al rapporto di federazione, utilizzando un espediente tecnico – il principio funzionalista – in base al quale la soluzione di un problema concreto in un settore (a partire dal carbone e dall’acciaio, poi dall’energia atomica) fosse la molla per estendere l’ampiezza della cooperazione e allargarla ad altri settori, fino al “cortocircuito” creativo che avrebbe dovuto spingere all’elaborazione di una Costituzione e alla proclamazione dello Stato federale.

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In America si individuò la forma di Stato e di Governo in grado di coniugare la necessità di unirsi per affrontare problemi comuni indissolubili – e impossibili da risolvere per in singoli Stati ex colonie – con l’aspirazione all’indipendenza degli stessi Stati. Fu questo compromesso istituzionale a consentire l’istituzione di una specie di Monarchia Costituzionale a Tempo (limitato), che mise insieme l’efficacia del governo monarchico assoluto con i saldi principi del parlamentarismo costituzionale. Il presidente federale – monarca temporaneo – con ampi poteri, ma bilanciato da pesi e contrappesi perché nessuno potesse abusare del potere assoluto come Giorgio III, il re di Gran Bretagna contro cui i Sons of Liberty erano insorti la sera del 16 Dicembre 1773, con il “Tea Party” nel porto di Boston, avviando il processo che avrebbe portato in meno di tre anni alla Dichiarazione di Indipendenza del 4 Luglio 1776 e all’istituzione della Confederazione.

A nessuno dei delegati convenuti a Filadelfia nel 1787 venne in mente di poter accogliere le richieste degli Stati più importanti – come il Massachusetts – di avere più peso degli altri nel processo decisionale comune. E tuttavia, la decisione che fece fare il balzo di qualità al processo di costituzionalizzazione dello Stato federale americano fu quella di mettere insieme il debito.

20131021-Alexander_Hamilton-350x452Una scelta su cui pesò la volontà federale del federalista Alexander Hamilton, ministro del Tesoro di George Washington, che dal 1790 (mentre in Europa ci si industriava per predominare gli uni sugli altri) – riuscendo a vincere l’opposizione guidata da James Madison, poi segretario di Stato di Thomas Jefferson e 4° Presidente degli Stati Uniti – attuò il consolidamento dei debiti pubblici statali a medio termine (appesantiti anche dalle spese sostenute durante la Guerra di Indipendenza contro la Corona Britannica) e li convogliò in un debito federale a lungo termine. Una mossa che risollevò il credito pubblico federale, perché tranquillizzò gli investitori (interni ed esteri): da allora gli Stati Uniti d’America non avrebbero dovuto più essere considerati come un esperimento geopolitico, ma come l’unione indissolubile dei destini americani. Lo stesso Fisher ha richiamato Alexander Hamilton nella sua intervista al Corsera dello scorso anno. È quella la via da intraprendere.

Il processo autoritario-egemonico portato avanti dalla Germania di Angela Merkel non solo deve essere fermato con le armi della democrazia (prima che sia necessario ricorrere ad altri tipi di armi, come la storia insegna), ma deve essere sovvertito e reimmesso in una corsia federale, cosa che però comporta una conseguenza diretta: la fine del collaborazionismo rigorista.

Mario Monti ha mostrato – con il suo governo – quanto lontani siano i “professori” dal mondo reale, stringendo un Paese in difficoltà in una morsa fiscale soffocante, senza migliorare di un millimetro lo stato di degrado delle finanze pubbliche oberate da un debito colossale, montato da decenni di politiche errate e dalla sponsorizzazione delle clientele partitocratiche. Debito che avrebbe dovuto essere tagliato dalla spesa improduttiva e dalle rendite partitocratiche di posizione, che avvicinano l’Italia a paesi dittatoriali come la Corea del Nord (in cui una minoranza aggressiva stringe la corda attorno al collo della maggioranza). I rigoristi italiani senza costrutto sono i nuovi collaborazionisti del Quarto Reich eurogermanico.

Naturalmente, perché uno Stato federale europeo possa funzionare e allontanare per sempre i fantasmi dell’egemonia di uno Stato potente come la Germania, occorre che in Italia si cambi il percorso, si recida ogni forma di delinquenziale legame tra politica ed economia, si trasformi la partecipazione sindacale (vero ulteriore freno allo sviluppo del Paese), si ribaltino i principi democratici con cui il popolo partecipa alla gestione dei beni comuni: che sono di tutti e appartengono a ciascuno in parti uguali, non come oggi che sono considerati “di nessuno”, quindi alla mercé dei furbi e degli amici degli amici.

L’Italia ha contribuito all’elaborazione intellettuale dell’idea di Nuova Europa con il pensiero dei federalisti di Ventotene,20131021-francobollo-80-anni-Altiero-Spinelli-350x259 Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, autori di quel trattato fondamentale della nuova civiltà europea scritta nel periodo più buio dell’ultimo secolo, la dittatura nazi-fascista: “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. Sull’abiura del comunismo Spinelli cominciò a studiare, insieme a Rossi, il dibattito federalista nordamericano del XVIII Secolo. In quel momento, i due confinati dal fascismo ebbero l’illuminazione per elaborare una proposta che riuniva le istanze europeiste corse nel Vecchio Continente dalla fine di Napoleone.

Per questo è indispensabile che gli eredi di Altiero Spinelli – i membri del Movimento Federalista Europeo – alzino la voce per dire “basta” alla svolta egemonica del processo di costituzionalizzazione dell’Europa, che andrebbe nel senso contrario a quello ispirato dal “Manifesto di Ventotene” e si avvicinerebbe a un progetto neo imperiale germanico, simile a quello sovietico: federale solo di nome, autoritario nella sostanza.

Non ci potrà essere alcuna speranza di Stati Uniti d’Europa su basi egemoniche, in cui uno Stato – la Germania – guidi tutti gli altri. Ma non ci potrà essere altrettanto uno Stato federale europeo se in uno degli Stati membri (come l’Italia) i funzionari pubblici sono pagati mediamente il triplo dei colleghi pari grado del più popoloso Stato dell’Unione.

Serve perciò responsabilità diffusa – nostra, italiana – per togliere alla Germania di Angela Merkel i motivi per guardare agli Stati del Sud Europa come il pozzo senza fondo in grado di affossare tutti. Facciamolo quanto meno per i nostri figli e per non essere stramaledetti dai nostri nipoti.

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