Addio a Lou Reed, anima tormentata (e underground) del rock sperimentale

Si è spenta a 71 anni la voce dei mitici Velvet Underground, protagonista e poeta del rock che sconfisse i tabù di un’intera generazione

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Lou Reed, voce e chitarra prima dei Velvet Underground e poi protagonista in solitaria della scena rock negli ultimi trent’anni è scomparso improvvisamente all’età di 71 anni. Ancora nulla di certo sulle effettive causa della morte; appena tre mesi fa aveva superato brillantemente un trapianto di fegato.

Se ne va quindi una voce storica del panorama musicale, una vita intera passata a celebrare i lati più nascosti di New York e le sue sfaccettature più variopinte. E’ nel lontano 1966 che fonda insieme a John Cale i Velvet Underground, uno dei gruppi più riconoscibili nella storia del rock sperimentale, quello che grazie al supporto di Andy Warhol e la sua factory riesce a pubblicare il suo primo e leggendario album (divenuto celebre anche grazie alla famosa copertina disegnata dallo stesso genio della pop-art), The Velvet Underground & Nico (1967).

Molti dei tabù fino ad allora esistenti nel mercato musicale rompono i muri della buoncostume, ecco che temi (usati in forma esplicita) come la droga e le perversioni sessuali prendono vita sotto forma di canzoni indimenticabili (Waiting for the Man, Venus in Furs e su tutte Heroin).

L’esperienza, a tratti snervante, all’interno del gruppo terminerà nel 1970; l’artista, preda di un forte esaurimento nervoso, decide di calcare altri territori, ma i primi tentativi non sembrano regalargli alcuna gioia. L’album d’esordio, che porta il suo nome, è un disastro; fortunatamente arriva in suo soccorso David Bowie che gli produce il suo secondo lavoro, Transformer. L’album vende e regalerà al mondo molti dei pezzi che proiettano ancora oggi Lou Reed nella leggenda: parliamo di Walk on the Wilk Side, Satellite of Love, Perfect Day e Vicious.

Il suo terzo album, Berlin, diverrà uno dei più apprezzati dalla critica e dai cultori delle generazioni successive, ma le vendite non saranno entusiasmanti. Per ovviare a questa situazione Reed si concentrerà su lavori più commerciali e stilisticamente più simili a Transformer come Sally Can’t Dance (1974). Seguiranno una serie di album di discutibile qualità che porteranno il cantautore a intraprendere nuove strade per i successivi anni Ottanta.

Del 1982 è The Blue Mask, che riporta Reed all’apice, merito anche della collaborazione con Robert Quine, chitarrista considerato di culto nella sfera punk all’epoca. La popolarità di Quine all’interno del gruppo porterà Reed a riconsiderarne il ruolo per poi allontanarlo definitivamente dall’album New Sensations.

Gli anni Novanta si aprono con Song for Drella, un concept album dedicato alla memoria di Andy Warhol (scomparso da poco) e realizzato in collaborazione con l’amico di lunga data John Cale. Quello che ne esce fuori è un raro esempio di bellezza e poesia, in cui il duo appena riformatosi per l’occasione esplora il lato più dolce della propria ispirazione, ritrovando l’armonia e la spensieratezza di un tempo.

Negli ultimi tempi Lou si era dedicato a un’opera che ha rivisitato in chiave rock le poesie e i racconti di Edgar Allan Poe, dal titolo non casuale The Raven, coadiuvato da musicista di prima categoria come David Bowie e Ornette Coleman. Anche il cinema non è stato esente dal suo influsso, è infatti apparso nelle vesti di se stesso in due pellicole del regista Wim Wenders (Così lontano, così vicino e Palermo Shooting).

Collaborazioni più recenti lo vedono insieme dai The Killers ai Gorillaz fino all’ultima coi Metallica, nel 2011, con l’album Lulu.

La celebre Perfect Day, tratta dall’album del 1972 Transformer:

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