Il paradosso dell’intelligence al tempo del Datagate

Gli sbalordimenti del Partito Mondiale dei caduti dal Pero sono strumentali a un regime change nel sistema internazionale. Gli Stati Uniti di Barak Obama, già salvati dal “tecnico” Vladimir Putin, sull’orlo del precipizio. Camminare a braccetto con i tedeschi in Europa è pericoloso: sono pronti sempre a darti una mano, per buttarti di sotto…

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Quartier generale dell’NSA a Fort Meade, Maryland (foto Wikipedia)

Lo dico sùbito, così non c’è alcuno spazio per i fraintendimenti. Non considero Edward Snowden un benefattore dell’umanità, né Glenn Greenwald – il giornalista del Guardian che gli regge il moccolo – un soldato della libertà di stampa e dei diritti civili.

Nella migliore delle ipotesi – ma è un’ipotesi più valida per Greenwald, molto meno pe Snowden – sono strumenti inconsapevoli di una manipolazione che alcuni addebitano – con adeguate argomentazioni – a un grande Stato continentale asiatico. Una specie di variante del “risotto alla Cantonese”.

La cantonata, invece, la sta prendendo chi usa questa storiaccia di tradimenti per farne una battaglia politica contro gli Stati Uniti d’America, nuovi capobanda delle schiere del Regno del Male per l’uso indiscriminato delle intercettazioni elettroniche effettuate intorno al mondo, politici, sindacalisti e governanti compresi. E pure isole, visto che s’é parlato della Sicilia come centrale di smistamento di cavi sottomarini intercettati dalle “forze del male” anglo-britanniche. Cose da film, va.

Ovvio che in tutta questa storia ci sia il vero e il falso evidente, anche se preso per oro colato; e si intravedano una serie di salti per prendere la palla al balzo e mettere in difficoltà Obama, probabilmente la più straordinaria impostura politica della storia americana (in una prospettiva storica). Ancora oggi, Obama è osannato dalle sinistre, criticato e messo in difficoltà dalle destre, ma senza alcun costrutto.

E tuttavia – su Obama torno fra un po’ – il nodo centrale è quel che è avvenuto nel mondo dal 23 agosto 1996 all’11 settembre 2001: la mancata comprensione di un fenomeno che aveva lasciato i meandri nebulosi di una lotta tra terrorismo e forze di polizia e si era elevata di livello in una guerra transnazionale tra un’organizzazione privata e una coalizione di Stati: tra al Qaeda e Occidente (Russia compresa).

Detto in breve, l’Al Qaeda del 23 agosto 1996 e della “Dichiarazione di Guerra contro gli americani che occupano la terra dei due Luoghi Santi (Arabia Saudita, ndr)” non esiste più, sostituita da una rete in franchising che, invece di vendere magliette, occhiali o caramelle, dispensa terrore a partire dall’abbattimento del tabù dei tabù: includere i civili in modo deliberato negli obiettivi delle azioni di guerra. Un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità.

La prima nozione – quella di crimine di guerra – difficile da evocare, se non si scioglie il nodo costitutivo: può un privato essere parte di una guerra, come era considerata fino al 10 settembre 2001? La seconda – quella di crimine contro l’umanità – applicabile in teoria, difficilmente tale in pratica. O meglio, nella pratica attuata finora, confusionaria dei piani diversi. Perché il terrorismo strictu sensu è materia di law enforcement, di sbirri, di poliziotti; il militarismo jihadista di Al Qaeda Incorporation è materia militare, di soldati e cannoniere. Urge la ridefinizione internazionalista del concetto di “guerra”.

Se non si scioglie questo nodo, non si può capire la confusione generata dai 2.752 morti delle Torri Gemelle (e gli altri a Washington e in Pennsylvania) sul sistema nervoso nordamericano. Fosse successo da noi, sarebbe crollato lo Stato? Forse, o forse no. Gli attacchi in Europa sono stati minori (nella logica tragica dei numeri), quasi uno scappellotto. Eppure, non si saprà mai quanti altri devastanti attacchi siano stati sventati in questi anni, grazie all’attività di continuo spionaggio elettronico (elint), magari combinato con l’analisi delle foto satellitari (reconaissance) dalla costellazione Key Hole, probabilmente anche con l’integrazione di informazioni derivanti da intelligence tradizionale, effettuata da fonti costituite da persone (humint), la più pericolosa: sbagliare significa morire, spesso in modo atroce.

Il dibattito è vivace anche negli Stati Uniti, dove perfino i fogli conservatori – come The Atlantic, quindi più vicini per tradizione al mondo militare – si interrogano sui danni prodotti dalla paura del terrorismo e se non sia perfino più pericolosa la paura che non la stessa Al Qaeda. Con annesse riflessioni sull’uso dei droni e l’uccisione di civili senza la garanzia di un giusto processo: ossia in piena violazione della Costituzione degli Stati Uniti d’America, terra dalle infinite contraddizioni, ma retti da principi fondamentali per le libertà individuali, dal Bill of Right in poi.

Sicurezza e libertà sono sulla stessa linea vettoriale, corrono nella stessa direzione, ma si comprimono per verso: dare preferenza alla libertà significa attentare alla sicurezza, mentre una maggiore attenzione alla sicurezza finisce per comprimere la libertà. Necessiterebbe un giusto equilibrio, ma chi lo decide cosa è giusto e cosa non lo è?

Il dramma di questi tempi ignoranti, perché va detto – con chiarezza irrispettosa di ogni livello istituzionale – alla base della furia di intelligence americana c’è un buco di comprensione del resto dell’Occidente: il fenomeno jihadista come attacco imperialista alle libertà. Per puro paradosso storico, sembra che l’unico a capire il fenomeno sia l’antidemocratico Vladimir Putin, il quale può attingere alle proprie competenze tecniche di uomo di intelligenza applicata alla comprensione dei fenomeni geopolitici a uso e consumo delle decisioni politiche, ossia uomo di filiera politica dall’assunzione delle informazioni alle decisioni.

Putin ha compreso che è fondamentale discernere il grano dei valori occidentali (cui comunque la Russia tende, malgrado l’attuale fase di passaggio dall’abisso sovietico comunista al sole della democrazia capitalista, moderata da una legislazione sociale e perequativa) dal loglio della furia islamista. Una confusione che deriva dalla ignoranza media della classe dirigente e politica occidentale contemporanea, incapace di prendere decisioni per vulnus di conoscenza e di competenza, una potenziale fonte di tragedia storica cui occorre porre rimedio, scardinando l’ignoranza dalle stanze del potere: un processo che deve partire dalle scuole e finire nelle più remote stanze della burocrazia. Prospettiva di lungo termine, ovviamente, prima si avvia il processo e meglio è.

La signora Merkel gioca in modo non convenzionale in una prospettiva di risveglio tedesco che si basa sull’ipotesi del ritiro americano dall’Europa, una visione che andrà modificata a breve per non fare tornare alla casella del “Via” la storia europea: negli ultimi 100 anni la Germania ha sempre tentato per via militare la conquista del controllo del Continente, oggi sembra riuscirci con metodi apparentemente pacifici, anche se le nuove SS siedono a Francoforte, operano dalla sede della BCE e indossano più tranquillizzanti grisaglie e cravatte di pregio. Improponibile gioco dell’oca, cui sapranno reagire le forze più illuminate del Paese (si spera).

Che la National Security Agency (NSA) o il National Reconaissance Office (NRO) raccolgano nel mondo le evidenze di attacchi contro obiettivi americani e alleati è tema di cui si possono stupire solo le finte anime belle, ossia solo chi tenta di sfruttare vantaggi geopolitici dalla debolezza di un alleato come gli Stati Uniti sotto il regno transitorio di Re Barak II.

E anche in questo caso, va citato il presidente russo Putin, ossia colui che ha salvato gli Stati Uniti dall’innescare una guerra di vaste proporzioni nel Mediterraneo orientale, attaccando la Siria. Perché Putin – a differenza della maliziosa Angela Merkel e del Miles Gloriosus François Hollande – sa che la rottura del fronte della libertà (cristiana) avrebbe conseguenze per tutti nel lungo termine, perfino per quella parte del mondo che prega Allah e chiede all’Altissimo che gli islamisti di Al Qaeda & Company siano sconfitti, il jihadismo debellato e perseguito come crimine contro l’umanità.

Chiamatela, se volete, conoscenza del male dall’interno o, più semplicemente, percezione esatta dell’orrore oscurantista di chi chiama Dio a giustificare i propri crimini per il potere.

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