Onorare le Forze Armate e l’Unità d’Italia, ma abolire il 4 Novembre, celebrazione contraddittoria

Si trasformi in “Giornata della Memoria Austro-Italiana”. La celebrazione della vittoria nella Prima Guerra Mondiale è una contraddizione sia con la Repubblica e la Costituzione del 1948 che con il processo di integrazione europea, avviato nel 1950 perché tragedie fratricide come quelle non si verifichino più in Europa. Lezione non imparata a dovere, serve ripasso generale: cominciamo noi e chiediamolo ai tedeschi

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Il 4 Novembre di ogni anno non vi preoccupate se vi assale la commozione nel pensare ai Caduti della Prima Guerra Mondiale, è normale; ma l’errore più grave sarebbe pensare che quelle pagine di storia non possano più accadere. L’antidoto migliore per la prevenzione delle tragedie – come il vaccino antitetanico previene l’infezione – è costituito da un mix di farmaci particolari: la conoscenza, la cultura e la consapevolezza del presente in relazione al passato.

Il giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate – celebrato oggi – è una ricorrenza contraddittoria, perché celebra l’unità del Paese che non esiste per colpa di tutti; e le Forze Armate, nel giorno di una vittoria militare più mito che realtà. E che è in distonia con le condizioni di preoccupante difficoltà odierne, stadio quasi finale di un processo di decennale disattenzione tecnica e programmatica da parte della politica del Paese, che ha mantenuto i militari distanti dalla vita civile del Paese: non è un caso se nessun militare sia diventato esponente politico di spicco, mettendo a servizio dell’Italia la propria esperienza. Nei casi in cui un militare ha avuto accesso alla “stanza dei bottoni”, la relazione è stata difficile, come se ci fosse una sorta di “impedimento originario” a limitarne la portata: un militare serve lo Stato per sempre, non una parte. Bei pensieri, ma inadatti alla politica di parte. Il risultato è stato però una emarginazione dalla politica.

Il 4 Novembre è soprattutto una celebrazione contraddittoria con i valori della Repubblica Italiana e con la Costituzione del 1948, che fotografa un cambio filosofico, una modificazione genetica nel DNA delle Forze Armate, che da forze di aggressione fin dalla proclamazione dello Stato unitario si sono trasformate – seguendo il prevalente senso italiano – in strumenti di Pace e di difesa della Democrazia italiana, ma anche di sostegno a popoli che non beneficiano dei frutti della civile convivenza. La democrazia è il valore fondamentale cui le FFAA si sono conformate in modo integrale dal 1948 in poi, plastica rappresentazione della cesura storica sancita dall’articolo 11 della Costituzione e, forse, anche dall’Armistizio dell’8 Settembre 1943, rigurgito di dignità nazionale. In quell’articolo c’è il rifiuto della guerra di aggressione, ma anche l’adesione ai principi, ai valori e alle decisioni dolorose che l’appartenenza alla Comunità Internazionale impone.

Di recente, il procuratore militare del Nord Italia, Enrico Buttitta, ha illustrato in modo adamantino questa rottura storica, nella prolusione a una conferenza dedicata ai Caduti di Nassiriya: le Forze Armate sono esportatrici nette della migliore italianità, quella che assiste le popolazioni in difficoltà, che porta medicine, che cura i bambini e che spara quando – obtorto collo – non se ne può davvero fare a meno. Non sono quelle del 1918, sono altro.

Infine, il 4 Novembre è incongruente con i valori dell’Unità europea, il cui progetto oggi prosegue in modo parzialmente deviato dal percorso originario, con un rigurgito di egemonismo, ossia a causa del “peccato originale” di questo Continente. Noi italiani – che in quella data “completammo” una falsa unità nazionale – abbiamo la responsabilità di fare il primo passo: si trasformi questa data in una “Giornata della Memoria Austro-Italiana”, una giornata in cui riflettere sulla guerra fratricida europea e sui valori fondamentali che tesero a inoculare nel sistema continentale gli anticorpi politici che impedissero il ripetersi di quella Tragedia.

Le Forze Armate – che meritano un ringraziamento continuo del Paese – siano festeggiate il 2 Giugno, vera giornata in cui l’Italia ritrovò una “unità” democratica, seppur incompleta, dialettica, problematica. Non c’è – non ci dovrebbe essere – spazio per la retorica patriottarda, ma c’è bisogno invece di patriottismo e di senso dell’amor di Patria. Non si alimentano questi valori celebrando il 4 Novembre. Per una volta, gli italiani siano antesignani di una proposta di progresso culturale di livello europeo.

La Vera Vittoria si potrà celebrare in Europa quando avremo un presidente federale eletto dal popolo sovrano, un governo e un parlamento davvero federali, tutti gli Stati con la stessa dignità e in cui nessuno pretende un ruolo egemonico. Quell’Europa avrà bisogno di Forze Armate federali, di cui – siamo certi – la componente italiana tramanderà ai posteri i valori fondamentali della migliore italianità, a tutela della Costituzione comune e della sovranità condivisa tra Stati e livello federale. Ossia quando la guerra si potrà dire davvero archiviata tra europei e la solidarietà diventerà un pilastro del processo politico istituzionale europeo, fondato sul principio di sussidiarietà e sulla responsabilità.

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Il Bolletino della Vittoria

Il testo del “Bollettino della Vittoria”

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.

La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czeco slovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita.

La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.

Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.

Il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Diaz»

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