Dalla Cina con stupore. Abolizione dei Laojiao e mitigazione della politica del figlio unico

Contrariamente alle prime reazioni, il comunicato del Politburo alla fine del Terzo Plenum del PCC fa intravedere alcune aperture interessanti verso un miglioramento del rispetto dei diritti umani in Cina. L’abolizione del sistema di repressione del dissenso – ufficialmente di rieducazione attraverso il lavoro – apre la porta al pluralismo. L’ammorbidimento della legge sul figlio unico è teso soprattutto a far cessare gli abomini dei piccoli burocrati locali del partito, esecutori feroci per non perdere il lavoro e rischiare l’emarginazione. Se “Dei delitti e delle pene” diventasse un best-seller…

Carcere in Cina

Pechino – Dopo tre giorni dalla fine dei lavori e nonostante la delusione serpeggiasse tra i fautori dei diritti umani in Cina, oggi è emersa una realtà un po’ diversa: il Gigante Asiatico abolirà il sistema di rieducazione attraverso il lavoro (Laojiao), sarà più flessibile con la politica del figlio unico e ridurrà gradualmente la pena capitale. Sono questi i cambiamenti più importanti che la nuova leadership apporterà al Paese nei prossimi cinque anni al governo, approvati nel Terzo Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista cinese concluso lo scorso martedì.

Il comunicato integrale è stato pubblicato solo oggi, e chiarisce gli accordi raggiunti dai 373 membri del Politburo, in una riunione che potrebbe cambiare il volto della Cina. «La Cina rispetta e protegge i diritti umani» si legge nell’articolo 34 del Comunicato, con cui si stabilisce l’abolizione del sistema penale della rieducazione attraverso il lavoro. Per migliorare il sistema di protezione dei diritti umani nel paese, il governo provvederà ad «abolire il sistema di rieducazione attraverso il lavoro, migliorare la punizione di atti illegali e correggere la legge per creare un sistema corretto per tutta la società».

Il governo creerà un sistema che assicuri la giustizia e l’aiuto legale; migliorerà le condizioni professionali degli avvocati e aiuterà a rafforzare l’etica della professione. L’avvocato per i diritti umani Pu Zhiqiang ha detto ad AgiChina24 alla fine del Plenum che alcuni cambiamenti sarebbero avvenuti nel campo legale e che seppure minori rispetto all’ambito di pianificazione del Terzo Plenum, possono essere rilevanti se messi in atto nel modo giusto.

«Bisogna vedere cosa succederà ora, ma in generale è un segnale positivo» ha detto Pu. Un anno fa i legislatori avevano già profilato una possibile fine del sistema di rieducazione attraverso il lavoro, un metodo punitivo che in Cina esiste dagli anni ’50 ed è adoperato soprattutto per punire il dissenso ideologico. Lo scorso dicembre il governo annunciò di aver iniziato una revisione del sistema che avrebbe potuto portare a cambiamenti sostanziali della punizione penale.

Il Plenum ha anche stabilito che le coppie in cui uno dei due genitori è figlio unico possono d’ora in avanti avere più di un bambino. Oggi in alcune città, tra cui Pechino e Shanghai, due genitori figli unici hanno diritto a una seconda nascita. La misura sarà «messa in pratica e migliorata gradualmente per ottenere uno sviluppo equilibrato di lungo termine della popolazione in Cina» si legge nel documento. La politica del figlio unico è stata adottata su larga scala alla fine degli anni 70 per mettere un freno alla crescita della popolazione più numerosa del mondo. In trent’anni, però, il sistema ha creato uno squilibrio demografico, responsabile oggi di un rapido invecchiamento della popolazione e, nella sua distorsione, a un dislivello dei sessi. La Cina è infatti ancora un Paese a forte predilezione per il figlio maschio. Nel corso degli anni, inoltre, i dettami del figlio unico sono stati imposti con metodi violenti e inumani. Migliaia di donne sono state costrette ad aborti forzati in maternità avanzata e famiglie intere sono state distrutte dall’applicazione violenta della legge ad opera di funzionari locali per la pianificazione familiare, costretti a rispettare nella propria circoscrizione quote nascita stabilite annualmente. Pena la retrocessione o il licenziamento.

Tra le riforme previste anche il numero di reati punibili con la pena di morte sarà ulteriormente ridotto. Nel 2007 il governo cinese stabilì che tutte le sentenze di pene capitali avrebbero dovuto essere validate dalla corte suprema.

La decisione portò al dimezzamento delle esecuzioni capitali nell’arco di un decennio, ridotte ancora di più da un emendamento adottato tre anni e relativo al tipo di reati punibili con la pena di morte. Oggi la Cina è ancora il primo paese al mondo per il numero di esecuzioni capitali, stimato a più di mille, ovvero più del numero complessivo del resto del mondo, dove si sono messi a morte 682 criminali nel 2012 secondo Amnesty International.

Inoltre, secondo il comunicato emesso oggi dal Terzo Plenum del Partito, sarà migliorato anche il sistema carcerario e «il Paese lavorerà per vietare confessioni estorte attraverso la tortura e gli abusi fisici».

È ancora presto per dire se la pressione popolare verso la corruzione dilagante nei quadri del PCC stia sortendo effetti in qualche modo paradossali, perché il sistema monolitico di potere sta mostrando qualche crepa e cercherebbe – con alcune riforme – di salvaguardare le posizioni di privilegio assicurate dal potere. Presto per esultare sul progresso verso la democrazia, presto per dire se la Cina stia adottando le prescrizioni indicate quasi 250 anni fa da Cesare Beccaria: è certo però che a Pechino qualcuno stia leggendo e comprendendo i principi enunciati nel celeberrimo “Dei delitti e delle pene” scritto dal nonno del nostro Alessandro Manzoni.

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