Arco mediterraneo. Guerre umanitarie e guerra permanente (2)

Continua  l’analisi della situazione attuale soprattutto riguardo ai rapporti Iran-Israele, con l’aggravamento della situazione in Siria e la rinnovata instabilità in Libano [si veda Arco Mediterraneo. Guerre umanitarie e guerre permanenti (1)]

20131118-arco-mediterraneo-2-israele-syria-660x385

La nuova strategia antiterrorismo USA prevede una serie di “azioni letali mirate” con impiego di droni per “smantellare specifiche reti di estremisti violenti che minacciano l’America” secondo le indicazioni del “Consiglio per la Sicurezza Nazionale” (ne fanno parte i Vertici delle Forze Armate  e delle Agenzie d’Intelligence) e del rappresentante statunitense all’ONU, Samantha Power, artefice della campagna preparatoria della guerra alla Libia per porre fine alla violazione dei diritti umani e favorevole alla guerra contro la Siria.

Mentre (1° ottobre 2013) gli esperti internazionali per il disarmo arrivavano a Damasco per lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano, il Premier israeliano Benjamin Netanyahu all’ONU ha criticato l’iniziativa del Presidente iraniano dichiarandosi “pronto ad agire da solo” lasciando intendere un attacco alle centrali di arricchimento dell’uranio di Teheran.

La situazione resta molto fluida sia per le possibili inadempienze damascene (vere o fabbricate ad arte) che per la delegittimazione delle promesse dell’Iran bollate da Israele come un escamotage per guadagnare il tempo necessario a realizzare la bomba atomica.

In tal senso, con sorprendente tempismo (29 settembre), l’intelligence israeliana prima dell’arrivo di Netanyahu negli USA ha annunciato l’avvenuto arresto nell’aeroporto “Ben Gurion” di un uomo d’affari belga d’ascendenza iraniana che avrebbe avuto con sé foto dell’Ambasciata USA in Israele risalenti all’11 settembre 2012.

L’uomo, Alì Mansouri, 58 anni, entrato in Israele con la falsa identità di Alex Mans e in possesso di un passaporto belga, avrebbe ammesso che l’intelligence iraniana intendeva utilizzarlo – offrendo in compenso un milione di dollari – come uomo di affari per costituire una società in Israele il cui reale obiettivo sarebbe stato quello di “minare gli interessi israeliani e occidentali”.

Siria e LibanoIl giorno dopo, nella periferia di Karaj, a Nord Est di Teheran, è stato trovato morto Mojtaba Ahmadi, capo del Dipartimento degli hacker di Stato iraniani.

Secondo il sito iraniano “Alborz”, Ahmadi è stato ucciso con due colpi di arma da fuoco sparati a distanza ravvicinata da due uomini in moto, come dichiarato dal locale capo della Polizia; notizie riprese anche da media britannici i quali ricordano come dal 2007 al 2013 siano stati uccisi in Iran 5 scienziati nucleari e il capo del programma di missili balistici, azioni delle quali l’Iran accusò l’Intelligence israeliana. Le Guardie Rivoluzionarie negano l’omicidio ipotizzando “un orribile incidente” e ritengono “ogni speculazione prima del termine delle indagini inappropriata”.

A distanza di due giorni la Guida Suprema Khamenei ha pubblicamente dichiarato il suo appoggio all’apertura di Rohani nei confronti degli USA, seguito dal conservatore Alì Larijani, Presidente del “Majlis” (Assemblea Consultiva Islamica).

Le iniziative unilaterali di Israele – al quale millenni di persecuzioni e l’orrore dell’olocausto conferiscono una legittimazione “senza se e senza ma” nella Comunità Internazionale – e il clima di guerra permanente in cui vive nel cuore del Medioriente sono una costante della policy di Tel Aviv che individua la minaccia immediata ma non esiziale nelle formazioni combattenti palestinesi e la minaccia esiziale non immediata ma ormai vicina nell’Iran.

Del resto, per Israele la guerra in Siria – in chiave anti-iraniana – è iniziata da tempo.

Nel solo anno 2013 ha bombardato il Paese quattro volte: il 30 gennaio un Centro Ricerca a Jamarya (Nord-Ovest di Damasco); la notte fra il 4 e il  5 maggio la colonna di un Reparto Militare e la notte successiva di nuovo il Centro di ricerca di Jamarya; a luglio un sito (presumibilmente) contenente missili di provenienza russa a Latakia.

Anche in passato Tel Aviv ha bombardato la Siria: nel 2004 il campo palestinese di Yarmuk (17 km da Damasco), primo attacco dalla guerra del 1973; nel settembre 2007, tre F25 hanno colpito ad Al Kibar (nell’area desertica a Nord-Ovest del Paese) una caserma fortificata ritenuta un sito nucleare.

Rinforzata la protezione sul Golan dall’estate 2012, Israele avrebbe anche inviato (agosto 2013)  in Giordania suoi militari destinati a infiltrarsi in Siria per supportare gli oppositori.

Il 3 settembre, nel corso di una missione congiunta con la Marina USA, Israele ha lanciato  missili nel Mediterraneo per testarne i tempi e i modi di reazione dei Paesi areali.

Anche il Libano – il cui spazio aereo è violato quotidianamente da Israele – è sempre all’attenzione di Tel Aviv, atteso l’appoggio che Irancentinaia di militanti di Hezb’Allah danno al regime siriano insieme ai pasdaran iraniani: ad agosto 2013 militari israeliani dopo aver oltrepassato di 400 metri il confine vigilato dalla missione Unifil 2 e raggiunto il villaggio di Laboune, hanno riportato ferite  per l’esplosione di una mina; nello stesso mese, a seguito di razzi lanciati in area desertica israeliana in un’azione rivendicata dalle Brigate Abdullah Azzam, formazione di matrice qaedista operante al confine fra Libano e Siria (utilizzando il nome del primo maestro e mentore di Bin Laden), Tel Aviv ha bombardato l’incolpevole Quartier Generale del “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale” (FPLP-CG) a Neameh, a sud di Beirut, filo iraniano e in lotta contro Al Qaeda.

A Damasco gli esperti internazionali dovranno recarsi in diciannove siti di armi chimiche (1.000 tonnellate) di cui 7 in aree di conflitto per supervisionare le strutture e distruggere le armi.

Le zone contese sono difficilmente controllabili dai lealisti anche per la frammentazione in seno agli oppositori.

Pochi giorni prima l’arrivo degli esperti, infatti, quarantatré gruppi ribelli guidati da Sheikh Mohammed Zahran Alloush, fondatore della milizia islamista “Liwa al Islam” operante a Goutha e Duma (est di Damasco), hanno dato vita all’ “Esercito dell’Islam”  e rotto i rapporti con la “Coalizione d’opposizione siriana” come avevano già fatto “Al Nusra” e “Ahrar al Sham” che hanno costituto (20 settembre) l’ “Alleanza Islamica”.

Divisioni e scontri fra i vari gruppi islamici di matrice qaedista si sono accentuati.

Le due recenti formazioni restano separate dall’ “Esercito Siriano Libero” e rifiutano di ricompattarsi con la “Coalizione” nonostante la promessa dell’Arabia Saudita di finanziare con 100 milioni di dollari un “Esercito Nazionale” e l’impegno politico di Riyadh che ha chiesto al gruppo degli “Amici della Siria” di “intensificare il sostegno politico, economico e militare all’opposizione siriana per modificare gli equilibri sul terreno”.

L’Arabia Saudita teme l’apertura di Teheran agli USA perché potrebbe sottrargli il ruolo d’interlocutore americano e costituire un nuovo centro decisionale nella Regione.

Intanto, secondo i dati dell’ “Osservatorio Siriano per i Diritti Umani” – con sede a Londra – nel conflitto sono rimaste uccise 115 mila persone (fine settembre 2013) di cui: 47.206 militari e combattenti fedeli al regime, tra i quali  28.0804 soldati regolari, 18.228 miliziani di appoggio al regime e 174 militanti di Hezb’Allah libanese; 23.707  ribelli, di cui 17.071 civili armatisi contro Assad, 2.176 disertori dall’Esercito siriano, 4.460 jihadisti stranieri uccisi in battaglia; 41.533 civili fra i quali 6.087 bambini e 4.079 donne.

Secondo l’ONU ormai quasi sette milioni di siriani necessitano di aiuti umanitari, tra cui circa quattro milioni e mezzo di sfollati interni e più di due milioni di profughi esterni.

La strada per la Conferenza Ginevra 2 è disseminata da fattori esterni ed eventi imprevedibili – come l’episodio del  capo degli hacker iraniano – e l’opzione della guerra resta molto probabile, come ha dichiarato lo stesso Presidente USA nel corso dell’incontro con il Premier israeliano.

(Credits: Google Map, CIA Map)

© RIPRODUZIONE RISERVATA – ARTICOLO PUBBLICATO IN ORIGINE SU “OSSERVATORIO ANALITICO”, RIPRODOTTO PER GENTILE CONCESSIONE DEL DIRETTORE SCIENTIFICO (WWW.OSSERVATORIOANALITICO.COM)

Shares

Un pensiero riguardo “Arco mediterraneo. Guerre umanitarie e guerra permanente (2)

  • 18/11/2013 in 14:14:02
    Permalink

    Intanto, secondo i dati dell’ “Osservatorio Siriano per i Diritti Umani” …..

    Peccato, l’utilizzo di questa “fonte” fa scadere la credibilità di tutto l’elaborato,

I commenti sono chiusi

Shares
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: