L’attentato all’ambasciata iraniana in Libano rientra in una strategia di destabilizzazione del Medio Oriente

Bilancio: 23 morti e circa 150 feriti. Tra le vittime l’addetto culturale della sede diplomatica. L’attacco è stato rivendicato dal gruppo jihadista sunnita delle Brigate ‘Abdullah Azzam’, affiliato ad al-Qaeda. Le due esplosioni sono avvenute nel quartiere a maggioranza sciita di Bir Hasan, a pochi minuti di distanza l’una dall’altra, per mano di due attentatori. Ambasciatore Iran punta il dito contro Israele. Un diversivo? Il contingente italiano nell’UNIFIL

LEBANON-BLAST/

L’attacco kamikaze avvenuto vicino all’ambasciata iraniana a Beirut, in Libano, ha causato un bilancio pesantissimo – 23 morti e circa 150 feriti – ma le conseguenze potrebbero subire un’amplificazione ulteriore, se la matrice fosse confermata. L’attacco è stato rivendicato dal gruppo jihadista sunnita delle Brigate “Abd Allah al-Azzam”, affiliato ad al-Qaeda. Abd Allāh Yūsuf al-‘Azzām è stato maestro di Osama bin Laden e fondatore del gruppo dei Mujāhidīn al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Il gruppo – finanziato dalla CIA attraverso l’ISI (Inter-Services Intelligence) pakistano e con il sostegno dell’Arabia Saudita – fu protagonista della guerriglia in conto terzi (nelle intenzioni dei finanziatori veri, i pakistani, e di quelli indiretti e truffati, gli americani) contro le truppe sovietiche e poi della “scalata” alla conquista del potere in Afghanistan, accanto ai taliban. Al-‘Azzām morì il 24 novembre 1989, a seguito di un attentato con circostanze mai del tutto chiarite.  

Questo solo per spiegare il contesto che potrebbe esserci dietro l’assalto rivendicato da Al-Qaeda, che ha ucciso – tra gli altri – l’addetto culturale iraniano a Beirut. La morte è stata confermata dall’ambasciatore iraniano in Libano, Ghazanfar Roknabadi, in un’intervista all’emittente di Hezbollah ‘al-Manar‘.

Le due esplosioni in successione sono avvenute nel quartiere a maggioranza sciita di Bir Hasan, nella zona meridionale di Beirut, a pochi minuti di distanza l’una dall’altra. A provocarle due kamikaze, uno a piedi e l’altro a bordo di un camion.

Questo attentato si inserisce in un momento di particolare delicatezza per tutta l’area. In Siria è stato concluso il disarmo chimico dell’arsenale ufficiale da parte dei tecnici dell’ Opac. Per l’Iran questo pomeriggio riprendono i negoziati con il “Gruppo 5+1” a Ginevra, in un clima di moderata fiducia, malgrado le farneticanti parole provenienti dalla Guida Spirituale Ali Kamenei verso Israele, che non cessa di ammonire i negoziatori sul pericolo nucleare iraniano, con una sponda esplicita nella Francia.

Gli interessi a mandare all’aria questi fronti di raffreddamento sono molteplici e alcuni guardano agli Stati del Golfo Persico quando si parla di intorbidimento di acque. Ne deriva qualche pericolosa fibrillazione, che mette in allarme gli analisti mediterranei, Italia inclusa (ovviamente), malgrado una deliberata politica estera arrendevole e di secondo piano, che è arrivata al massimo delle conseguenze negative dall’insediamento di Mario Monti a Palazzo Chigi a oggi. A tutto beneficio delle spinte egemoniche tedesche.

L’attentato è stato condannato dal premier libanese dimissionario, Najib Miqati, per il quale si è trattato di un «atto terroristico e codardo», perché teso a «utilizzare» il Libano «per inviare messaggi politici». Il Najib Miqati ha quindi invitato alla calma i cittadini libanesi, precisando di aver dato mandato alle forze di sicurezza di «accelerare le indagini per accertare tutte le circostanze» dell’attentato. Condanna anche dal premier incaricato del Libano, Tammam Salam, il quale ha dichiarato che «la miglior risposta» è «restare calmi e rafforzare la nostra unità».

Fuad Siniora, ex primo ministro  e leader del movimento al-Mustaqbal (Il Futuro) – ha affermato che l’attentato «deve trasformarsi in un nuovo impulso per gli sforzi volti a risparmiare il Libano dai fuochi nella regione», chiedendo alle autorità di individuare e consegnare alla giustizia i responsabili dell’attacco «terroristico». Il leader delle Forze libanesi, Samir Geagea, ha definito l’attacco kamikaze un «incidente criminale» e ha sottolineato come sia un imperativo «ora più che mai sostenere la politica di ‘dissociazione’ del Libano dagli sviluppi nella regione». Insomma, in Libano non c’è alcuna voglia di farsi trascinare in guerre che andrebbero a sovvertire la vita di un popolo molto provato negli ultimi 50 anni.

Tuttavia, l’ambasciatore iraniano in Libano, Roknabadi, ha accusato Israele per gli attacchi. «Dietro le esplosioni ci sono gli agenti dell’entità sionista», ha affermato per poi aggiungere in modo generico «questo attacco terroristico non ci colpirà, ma anzi ci renderà più forti e convinti delle nostre posizioni». Una mossa che potrebbe anche essere un diversivo dialettico, per indicare altri “mandanti” un po’ più meridionali, coinvolti nella destabilizzazione della Siria attraverso le brigate internazionali salafite che cercano di sovvertire il governo di Bashar Al-Assad.

Nel corso di un’intervista rilasciata all’emittente degli Emirati Arabi ‘al-Arabiya‘, Albert Mansour, ministro della Difesa libanese, ha invece affermato che questo tipo di attacchi «aggiungono benzina sul fuoco dello scontro settario e dell’ostilità tra sciiti e sunniti». «Questi innocenti – ha sottolineato Mansour – sono rimasti uccisi in un atto terroristico a sangue freddo». E per motivi non del tutto attinenti con la vita politica e istituzionale del Libano, ci sentiamo di aggiungere.

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Da Damasco, tradizionale convitato di pietra della vita libanese, è arrivato una nota di condanna attraverso la tv di Stato, ma senza aggiungere ulteriori dettagli e commenti: «il governo siriano condanna con fermezza l’attacco terroristico eseguito vicino all’ambasciata iraniana a Beirut».

La situazione nel Paese dei Cedri interessa molto l’Italia, considerata la presenza al confine con Israele del contingente UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), la forza di interposizione creata sotto l’egida delle Nazioni Unite, di cui il contingente italiano costituisce una parte importante. La cosiddetta “Operazione Leonte” è iniziata il 26 agoto 2006, con il secondo ridispiegamento dell’UNIFIL, in forza della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU n. 1701 dell’11 agosto 2006 e poi della n. 1832 del 27 agosto 2008.

Dal 28 gennaio 2012, l’Italia ha assunto il comando della missione, guidata ora dal Generale di Divisione Paolo Serra. A UNIFIL partecipano oltre 10.000 soldati provenienti dai seguenti Paesi: Armenia, Austria, Bangladesh, Bielorussia, Belgio, Brasile, Brunei, Cambogia, Cina, Croazia, Cipro, El Salvador, Francia, Finlandia, Repubblica di Macedonia, Germania, Ghana, Grecia, Guatemala, Ungheria, India, Indonesia, Italia, Irlanda, Kenia, Malesia, Nepal, Nigeria, Qatar, Korea, Serbia, Sierra Leone, Slovenia, Spagna, Sri Lanka, Tanzania e Turchia.

Dalla base “Millevoi” di Shama, che è anche la sede del Comando Ovest dell’intera missione delle Nazioni Unite, il contingente italiano sovrintende le operazioni delle basi di Al Mansuri, Shama e delle postazioni collocate lungo la “Blue Line”, ossia il confine armistiziale con Israele, su cui vigila il contingente tricolore, in una zona che arriva al fiume Litani. Gli originari compiti di osservazione del ritiro israeliano oggi sono stati sostituiti da quelli di assistenza umanitaria alla popolazione civile e di monitoraggio della cessazione delle ostilità.

In questo momento i militari italiani della Joint Task Force-Lebanon sono circa 1.100 e appartengono, per la maggior parte, alla Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli” di stanza a Gorizia. Sotto il comando italiano del Settore Ovest operano unità di manovra e di supporto fornite da altre nazioni quali Irlanda, Ghana, Corea del Sud, Finlandia, Brunei, Malesia, Slovenia e Tanzania.

Tenere quella parte di Mediterraneo in un ambito di relativa serenità è fondamentale per l’Italia.

Credit: Adnkronos, AGI, Ministero della Difesa, Rt.com

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