Letta (e Napolitano) blinda(no) Cancellieri. Avvertimento al PD: “Voto sfiducia è atto politico”

Renzi: il ministro ha perduto quel prestigio e quella autorevolezza che sono condizioni necessarie alla funzione di ministro della Giustizia”. Cuperlo: si dovrebbe dimettere ma siamo responsabili. Civati: domani fiducia e’ a Letta. Errore politico. Grillo: PD tutti matti

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A fianco di Annamaria Cancellieri è sceso Enrico Letta, mentre il Pd – riunito per decidere la linea politica da tenere sul caso del Guardasigilli – è stato smentito dal…PD. «Se siamo arrivati qui a questo punto, con domani un voto di sfiducia, vuol dire che questo è un passaggio politico a tutto tondo. Un voto di sfiducia è una sfiducia al governo», aveva detto il presidente del Consiglio, rivolgendosi al gruppo Pd.

«La risposta deve essere un atto politico: un rifiuto», aveva precisato Letta, aggiungendo: «so che ci sono differenze, ma questo è un passaggio politico e mi appello al senso di responsabilità collettiva. La nostra unità è l’unico punto di tenuta del sistema politico italiano», aveva avvertito il “premier” (tra virgolette perché il premier in Italia non esiste: l’istituto del Presidente del Consiglio dei Ministri non è equiparabile a quello del Premier/Primo Ministro britannico o del Cancelliere tedesco).

Così sia. Andate in pace, cristianamente, e soprattutto fatevene una ragione.

Dalle cronache parlamentari trapelano la stanchezza, l’irritazione per le accuse, ma anche la determinazione a resistere della ministra di Giustizia, che si presenterà oggi in Aula con un discorso teso a convincere critici e diffidenti. Matteo Renzi, tornato ad attaccarla per chiederne le dimissioni, anche in mancanza di un avviso di garanzia (al momento), è uscito sconfitto dall’Assemblea del PD di ieri sera. Così come Cuperlo e Civati. Le differenti nuances delle reazioni rendono visibile la mappa della lotta all’interno dei Dem, anche loro divisi tra governisti e lealisti, peccato tutti confluiscano – come un labirinto scherzoso borbonico – nella stanza di Enrico Letta, pronto a fare “cucù!”, anche in tedesco o in napoletano (la lingua originaria di Napolitano, Giorgio, inteso come capo dello Stato).

L’intransigenza di Matteo Renzi sul “caso Cancellieri” ha pagato in termini di consenso in prospettiva delle “primarie” dell’8 dicembre e la sconfitta – con resistenza, ma senza perdite – avrà l’effetto di moltiplicarne il risultato per un coefficiente “x”, che dà la misura della rabbia circolante in giro sulla questione proprio tra l’elettorato di riferimento del PD, ma anche tra l’elettorato moderato, cui il sindaco di Firenze non ha nascosto di guardare con bramosia erotico-politica. Prima di piegarsi, ma non di spezzarsi, Renzi aveva chiarito: «non è un problema di avviso di garanzia, ma il ministro ha perduto quel prestigio e quella autorevolezza che sono condizioni necessarie alla funzione di ministro della Giustizia», rispondendo a un’intervista radiofonica, per rincarare la dose nella sua newsletter personale: «sono per le dimissioni di Cancellieri, indipendentemente dall’avviso di garanzia o meno».

Simil-sovietica la posizione di Gianni Cuperlo, l’uomo dei tre-miliardi-tre di Ballarò. «La mia opinione è che il ministro dovrebbe dimettersi prima del voto, se però Letta ci chiede si essere responsabili dobbiamo esserlo», il verbo cuperliano. Ossia: è una porcata immonda, ma se ce lo chiede Letta diventa mousse di cioccolato. Tuttavia, Cuperlo è per la responsabilità diffusa, imposta e concordata. «Responsabili dobbiamo esserlo tutti e non a intermittenza», ha avvertito il candidato alla segreteria del PD, attaccando Pippo Civati.

«Non è accettabile che si annunci una mozione di sfiducia a mezzo stampa contro un ministro del nostro governo, anche se capisco che per uno che considera il voto di fiducia una variabile individuale anche questo è normale», ha proseguito il candidato alla segreteria del Pd. «C’è da contrastare un attacco politico che anche io considero sia in atto. Diciamolo insieme e manteniamo questo atteggiamento anche quando usciamo da qui», ha insistito. Poi dice che non sono comunisti.

Cuperlo però ha preso di mira direttamente anche Matteo Renzi. «Se è necessario, anche se è anomalo, invitiamo il sindaco di Firenze a portare qui il suo contributo, ma riscopriamo il valore dell’unità», anche se nel merito della questione la ministro Cancellieri avrebbe dimettersi: «qualunque esponente del Pd si sarebbe dimesso in quelle condizioni». Insomma, centralismo democratico, unito a opportunismo politico e una dose infinita di bronzo, steso nelle facce di costoro.

Pippo Civati ha centrato la questione, ma poi si è adeguato, composto: «con l’intervento di Enrico Letta si è cambiato totalmente il piano del discorso e quello che voteremo compattamente» ha detto «non è la fiducia alla Cancellieri, ma il rinnovo alla fiducia al governo Letta», con un ragionamento condivisibile, ma non meno spericolato di quello di Cuperlo, visto che il deputato milanese aveva annunciato addirittura la presentazione di una mozione di sfiducia individuale nei confronti della ministro Annamaria Cancellieri. Per Civati «si poteva trovare il modo di trasformare la mozione in un ordine del giorno, dire qualcosa finalmente, invece si e’ trattato di uno sproloquio regolamentare e basta». «C’è stato durante la riunione un violentissimo attacco di Gianni Cuperlo, tra applausi scroscianti, contro di me» ha rilevato Civati, che ha aggiunto: «avrei preferito che il confronto sul congresso si svolgesse nello studio di Sky…Il risultato», ha concluso«è che abbiamo fatto un altro errore politico». Ma gli errori sono evitabili, basta volerlo.

Sul PDL/NCD (Partito della Libertà e Nuovo CentroDestra, che ha assunto un acronimo da taxi, come NCC…) niente da dire: la difesa di Annamaria Cancellieri è totale e, francamente, incomprensibile a chi non è abituato a pensare male. Responsabilità repubblicana? Può essere, ma la responsabilità dovrebbe anche apparire tale e tale non appare. E invece sembra che la difesa dell’operato di Annamaria Cancellieri sia una ulteriore difesa di Silvio Berlusconi, una difesa non del tutto infondata, peraltro, perché non si capisce perché il ragionamento dovrebbe valere oggi per la ministra di Giustizia e, al contrario, sia stato meritevole di sanzione penale quello dell’ex presidente del Consiglio. La differenza la fa il lignaggio delle persone coinvolte? Giulia Ligresti è meglio di Ruby?

Decisamente contro la ministro della Giustizia Roberto Maroni, segretari federale della Lega Nord, sintetico ed esaustivo: «voteremo la sfiducia». Sprezzante Beppe Grillo sul suo blog. «Questi sono da ricoverare, meritano un Tso accurato, si credono Machiavelli e sono solo dei politicanti» ha scritto l’ex comico. «Il pdmenoelle è formato da un numero impressionante di cuculi – ha rincarato la dose – Il cuculo depone l’uovo nel nido di altri uccelli e Il piccolo che nasce si sbarazza delle altre uova presenti. I due cuculi più attivi del pdmenoelle sono Renzi e Civati».

Al contrario, resta schierato a difesa di Anna Maria Cancellieri Pier Ferdinando Casini, che denuncia: «Come fa un governo con le difficolta’ che abbiamo, europee e nazionali, ad andare avanti se tutti i giorni chi lo sostiene e’ impegnato soltanto a dare ultimatum e a cannoneggiarlo?» Il riferimento è evidente: su tutta questa storia si intravede la regia del capo dello Stato, che ha blindato Cancellieri per blindare il Governo Letta. Ma tutti gli attori di questo ennesimo episodio della commedia democratica italiana non hanno valutato bene chi beneficerà di questo sconsolante modo di fare politica: Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle, se va bene, ossia se l’esito del disgusto popolare rimarrà in un alveo democratico.

Il rischio delle manifestazioni di piazza contro la politica politicante e contro gli abusi nordcoreani del potere è dietro l’angolo, inciso nelle relazioni semestrali dei servizi di sicurezza, che a detta di Snowden sono più democratici dei politici italiani: osservano, analizzano, redigono report, ma non partecipano al gioco. Rilevano pericoli che i politici – i politicanti – italiani non sanno risolvere e disinnescare alla base, facendo non uno ma 100 passi indietro nella liberazione dello Stato dalla partitocrazia.

Credit: AGI, agenzie

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