Una ricerca Doxa lancia l’allarme AIDS: “un giovane su 3 non lo considera un rischio reale”

Secondo la ricerca condotta per Cesvi Onlus tra i giovani dai 16 ai 34 anni, le giovani donne si espongono di più al rischio contagio

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Secondo l’istituto di ricerca Doxa, un giovane su tre in Italia non considera l’Aids un rischio reale. Questo il preoccupante dato che emerge da una ricerca realizzata per conto della onlus Cesvi (Cooperazione e sviluppo) tra i giovani dai 16 ai 34 anni.

Il rapporto evidenzia che solo il 35% dei ragazzi e ragazze in Italia, nonostante sappiano che la via di trasmissione principale è quella sessuale, usa il preservativo con abitudine nelle proprie relazioni e solo il 29% dichiara di aver fatto il test dell’Hiv. La ricerca ha riscontrato che le giovani donne si espongono di più al rischio, sentendosi protette da una relazione stabile.

Per tenere alta l’attenzione sul problema e fare chiarezza sul tema della prevenzione, in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids, chGiangi Milesi, presidente del Cesvie ricorre il prossimo 1° dicembre, Cesvi rilancerà la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi giunta alla XXI edizione “Fermiamo l’Aids sul nascere“, con il duplice obiettivo di sostenere la lotta al virus nei Paesi più colpiti e rialzare il livello di attenzione fra i giovani italiani sulla necessità della prevenzione.

Per Giangi Milesi, presidente di Cesvi, «a 30 anni dalla individuazione del virus dell’Hiv è un ottimo segnale che in Italia sia stato sperimentato per la prima volta al mondo con successo un vaccino terapeutico pediatrico, rivolto ai bambini nati infetti per via materna, trasmissione della malattia che interessa il 95% dei nuovi casi pediatrici ogni anno. La nostra lotta alla diffusione del virus in paesi come lo Zimbabwe dove la malattia tocca quasi ogni famiglia, riguarda proprio la protezione dei nuovi nati» ha dichiarato all’agenzia di stampa TMNews. «È fondamentale bloccare il contagio tra madre e bambino con la terapia antiretrovirale al momento del parto» sostiene Milesi, secondo il quale «la ricerca non deve fermarsi e tantomeno i trattamenti con i farmaci antiretrovirali e le campagne di informazione, in Italia come nei Paesi del sud del mondo», considerato il fatto che «l’Aids ancora oggi è una delle malattie che miete più vittime nel mondo».

Un allarme che deve essere colto dalle autorità sanitarie nazionali e regionali, per sviluppare un sistema di informazione che aumenti la consapevolezza sui pericoli e sui mezzi per la migliore prevenzione dalla ulteriore diffusione della malattia.

Credit: TMNews

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