Censis: il 56% italiani si disinteressa di politica (e la politica sembra disinteressarsi degli italiani, se non in periodo elettorale)

Il 47° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese fornisce un quadro impietoso del rapporto tra cittadini e istituzioni politiche, considerate distanti dalle necessità del Paese, incapaci di amministrare in modo corretto e lontane dalla gente, che si disinteressa sempre di più di politica

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Cresce il disinteresse per la politica in senso generale a favore della difesa del microterritorio: il 56% degli italiani (contro il 42% della media europea) non ha attuato nessun tipo di coinvolgimento civico negli ultimi due anni, neppure quelli di minore impegno, come la firma di una petizione.

Lo si evince dal 47° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Più di un quarto dei cittadini manifesta una lontananza pressoché totale dalla dimensione politica, non informandosi mai al riguardo. Al contrario, si registrano nuove energie difensive in tanta parte del territorio nazionale contro la chiusura di ospedali, tribunali, uffici postali o presidi di sicurezza.

Italiani sempre più lontani dalla politica dunque, a meno che non si tratta di argomenti che li coinvolgono in prima persona o afferenti al loro microcosmo. Oltre un quarto dei cittadini italiani manifesta lontananza totale dalla dimensione politica, non informandosi mai o quasi mai. Se a questa percentuale si aggiunge la quota di coloro che dichiarano di interessarsi ai fatti della politica al massimo qualche volta al mese, si supera il 40% di disinteresse a livello medio generale, con punte del 45% e del 50% nei piccoli comuni e nelle aree del Mezzogiorno.

Nel giro di non più di un ventennio, si è assistito a una torsione a 360 gradi per quanto concerne le rivendicazioni locali:

– è cambiato l’oggetto, passando dalla richiesta di nuove funzioni prima assenti (si pensi agli aeroporti, alle università, alla stessa domanda di nuove Province) alla difesa di funzioni storicamente presenti e oggi a rischio in alcune realtà (scuole, ospedali, uffici postali, stazioni, ecc.);

– sono cambiati i protagonisti, un tempo le élite politiche, le associazioni locali, le rappresentanze imprenditoriali, oggi i cittadini e i loro comitati a difesa di strutture e servizi potenzialmente a rischio;

– sono cambiate le forme dell’agire, passando dall’azione di lobbying intorno a un’idea di sviluppo alle manifestazioni organizzate, i presidi, le occupazioni per la difesa dell’esistente.

Per dirlo sinteticamente, si è passati da una fase dove i territori chiedevano di essere messi nella condizione di competere ad armi pari incorporando nuove funzioni a una dove l’azione sociale si addensa intorno alla difesa di quanto si ha già, della sopravvivenza.

In politica si assiste al ritorno del decisionismo dal centro. Infatti: la quota dei disegni di legge provenienti dal Parlamento nelle due ultime legislature è pari al 94,4%, contro il 4,4% del Governo. La quota delle leggi approvate si ferma però al 22,2% per il Parlamento e raggiunge il 76,6% per quelle promosse dal Governo.

L’indice di approvazione delle leggi è incontrovertibile: 0,8% per il Parlamento (superato in termini di efficacia anche dalle Regioni, che presentano un indice di finalizzazione del 5,1%) e 62,2% per il Governo. Negli ultimi dodici mesi, i governi che si sono avvicendati alla fine della scorsa Legislatura e all’inizio della nuova hanno emanato oltre 660 provvedimenti di attuazione delle varie leggi di riforma (dai decreti “Salva Italia”, “Cresci Italia”, “Semplifica Italia” al più recente “Decreto del fare”), mentre la quota di quelli effettivamente adottati, a ottobre 2013, è stato pari a circa un terzo.

Fra i provvedimenti del Governo Monti a maggior grado di attuazione si collocano quelli relativi alla spending review (58,9%), al “Salva Italia” (53,6%), al “Cresci Italia” (50%). Per quanto riguarda invece il Governo Letta, che fra aprile e ottobre ha prodotto 213 provvedimenti, di cui più di un terzo relativi al “Decreto del fare”, il dato di attuazione a ottobre è del 6,1%.

Il paradosso della moltiplicazione degli interventi di riforma, cui però si associa la percezione diffusa di un’insufficienza di tali provvedimenti rispetto alla spirale drammatica della crisi economica e sociale, è il segnale di un’incompiuta riconfigurazione della scala e della dimensione d’intervento fra i diversi livelli di governo: europeo, nazionale, territoriale.

Nella precedente Legislatura, a fronte di quasi 9.000 disegni di legge presentati alle Camere, 8.399 erano di matrice parlamentare, contro 482 di iniziativa governativa e solo 67 di iniziativa regionale. Ma su un totale di 400 leggi approvate, solo 91 facevano capo a quelle promosse dal Parlamento, mentre quelle definite dal Governo erano pari a 304.

Le Regioni hanno invece visto approvate solo 4 leggi delle 67 presentate. Se si valuta nel complesso il lavoro prodotto nelle due ultime Legislature, la quota dei Disegni di legge provenienti dal Parlamento ha raggiunto il 94,4%, contro il 4,4% di quelli del Governo. La quota delle leggi approvate si ferma però al 22,2% per il Parlamento e raggiunge il 76,6% per quelle promosse dal Governo.

Nella XVI Legislatura, su 123 Decreti leggi emanati si contano 106 approvati definitivamente, 38 dei quali con ricorso alla fiducia. Sostanziale la differenza del ricorso alla fiducia fra il Governo Berlusconi IV e il Governo Monti, che lo ha sostituito, nella presentazione di Disegni di legge: nel primo caso, a fronte di 241 Disegni di legge approvati, per 39 di essi si è dovuto ricorrere alla fiducia (16,2%); nel secondo caso, il rapporto fra il totale dei Disegni di legge approvati e quelli approvati con fiducia sale al 63,3%. Il Governo Letta, alla data del 15 ottobre 2013, ha emanato 17 Decreti legge, di cui 11 approvati definitivamente e 2 con ricorso alla fiducia; il tasso di approvazione con fiducia dei Disegni di legge governativa è oggi fermo al 17%.

Insomma, il disinteresse degli italiani per la politica forse è giustificata dalla scarsa produttività delle assemblee parlamentari, nazionale e regionale, e dalla incapacità della classe politica ad amministrare con acutezza un Paese complesso, ma anche un’Italia ricca di opportunità e di possibilità. Del resto, la cittadinanza forse avverte che la politica si interessi dei cittadini solo in alcune circostanze: le scadenze elettorali.

Credit: AGI

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