Il Censis fotografa gli italiani che sopravvivono a una classe dirigente inadeguata alla sfida storica

Nelle considerazioni generali del 47° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese ci sono alcune contraddizioni. Come si può pretendere dai cittadini fermento, voglia di intraprendenza, lealtà e correttezza, inclinazione al lavoro, interesse per il governo del paese e dialettica sui mezzi di comunicazione di massa, se i segnali lanciati dalla classe dirigente – non solo politica – sono del tutto contrari e disincentivanti?

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Il Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese, giunto alla sua Quarantasettesima edizione, offre uno spaccato di un’Italia in crisi ma non dalla schiena spezzata; piegata dalle difficoltà ma non del tutto sconfitta; chiusa a testuggine sulla famiglia – vero agente di welfare ancora efficace – e sulle agenzie sociali volontarie di prossimità, ma con una crescente sfiducia verso la classe politica e, più in generale, la classe dirigente del Paese.

Tuttavia, la buona notizia è che non c’è stato il crollo atteso (i tedeschi se ne facciano una ragione): l’Italia, con fatica, sta mostrando capacità stoiche di resistenza, anche se alcuni fenomeni devono preoccupare se proiettati nel medio e lungo periodo: per esempio, l’emigrazione imprenditoriale, più che quella dei lavoratori.

Alcune contraddizioni si possono però scorgere nelle considerazioni generali del Rapporto.

Secondo il direttore del Censis, Giuseppe de Rita, «la società italiana ha bisogno e voglia di tornare a respirare per reagire a due fattori» che hanno caratterizzato la vita sociale nel corso dell’ultimo anno. Due fattori che sono – a nostro avviso – le due facce della stessa medaglia: l’inadeguatezza della classe dirigente del Paese di fronte alla sfida storica che la crisi economica ha posto, scoprendo in nervi scoperti di una società debole (per alcuni motivi cui accenneremo).

Da un lato gli italiani si sono rifugiati nella famiglia – in quel processo di reinfetazione che serve a ripararsi dalla tempesta, ma con la conseguenza di comprimere le proprie «energie vitali» e di sottrarsi «alle proprie responsabilità» di partecipare in concreto allo «sviluppo, che è sempre un processo di molti». Dall’altro quello che si definisce come una «scelta implicita e ambigua di “drammatizzare la crisi per gestire la crisida parte della classe dirigente», che ha manovrato con «annunci drammatici, decreti salvifici e complicate manovre» con l’intento di tentare una rilegittimazione finalizzata a dare «stabilità al sistema». Una sorta di strategia della tensione non militarizzata.

Il che equivale a dire che il Governo presieduto da Mario Monti ha condotto una politica emergenziale per scelta deliberata, con l’obiettivo di fornire una nuova legittimazione alla partitocrazia e alla classe politica al governo, condendola con una salsa europea indigeribile perché mutata nella ricetta originaria.

Questo è stato funzionale al prolungamento della vita di un sistema responsabile della mala gestio di una crisi che altrove – Giappone, Stati Uniti e Gran Bretagna – è stata gestita nell’unico modo possibile: mettendo la mano al portafoglio e stampando la moneta necessaria alla spesa. Come fa uno Stato sovrano, quel che l’Unione Europea non è.

Di fronte a questo scenario – che coinvolge, anche se in misura minore, il Governo Letta – come pensare che gli italiani potessero affrontare la pioggia acida e soffocante del peso fiscale, se non ponendosi innanzi un obiettivo fondamentale, la sopravvivenza? Continuare a esserci per molti è già un grande successo, vista la scandalosa catena di suicidi indotta dal fallimento di tutte le agenzie pubbliche di assistenza, con la “collaborazione” di un sistema bancario che ha abbandonato la finalità di istituto: finanziare e rischiare in modo ragionevole.

Con la complicità delle istituzioni europee autocratiche e antidemocratiche – per le quali si può ripetere paro paro il ragionamento della “drammatizzazione per giustificare la propria esistenza” – le élite nazionali hanno reso possibile un sistema in virtù del quale la Banca Centrale Europea ha prestato a tassi ridicoli corpose risorse alle banche, che però le hanno utilizzate per acquistare titoli del debito pubblico e non per ridare linfa all’economia. Altro che conflitti di interesse.

Dunque perché stupirsi del distacco degli italiani dall’Italia politica? «Quale realtà sociale abbiamo di fronte dopo la sopravvivenza?», si chiedono De Rita e il Censis. “Living first” verrebbe da rispondere, costi quel che costi. «Oggi siamo una società più “sciapa” osserva il Censi – senza fermento, circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo del sistema, passiva accettazione della impressiva comunicazione di massa». E perché dovrebbe essere il contrario? Quali esempi, quali messaggi, quali testimonianze ottengono i cittadini italiani dall’osservazione della propria classe dirigente?

Ecco la contraddizione nel ragionamento del Censis. Gli italiani assistono impotenti e disgustati alle malversazioni e all’uso farabutto del denaro pubblico. Sono spettatori di scandali finanziari in cui a pagare sono solo i “pesci piccoli”, mentre i piranha travestiti da anoressiche sardine si possono ancorare alle amicizie di Stato. Alcuni industriali sono bravi a investire denari altrui, concessi a fiumi da quelle banche che mettono però in difficoltà – con vergognosi labirinti burocratici – i piccoli imprenditori e i professionisti, privatizzando i ricavi (come è naturale che sia) ma socializzando le perdite (una follia italiana!), salvo poi pontificare in cerimonie liturgiche proprie del malato capitalismo italiano.

Se tutto questo avviene, come si può pretendere dalla cittadinanza fermento creativo, voglia di lavorare e fondare le proprie fortune sull’impegno e non sulle conoscenze partitocratiche? Come ci si può aspettare lealtà fiscale, interesse per la cosa pubblica e vivace dialettica anche attraverso i media?

Quel “sale alchemico” di cui parla il Censis che ha condito la ripresa nel secondo dopoguerra, oggi preferisce migrare oltre confine, dove trova burocrazia corretta, non corrotta e veloce; un sistema bancario efficiente ed efficace, che non ha abdicato alla sua funzione naturale; un fisco sostenibile a fronte di servizi di qualità; certezza del diritto e stabilità fiscale, tali da archiviare l’oggettiva denegata giustizia in patria.

Oggi la verve italiana è proiettata a migliorare le economie di Svizzera, Austria e Slovenia, o perfino di Malta, dove molte imprese – soprattutto meridionali – hanno trovato spazio a causa di un esilio obbligato per sopravvivere di fronte all’aggressione di un fisco famelico e anticostituzionale.

E di che parla il Censis quando afferma che i due canali si sviluppo economico prossimo venturo possano essere il “welfare” e la “connettività”?

Con quali risorse i cittadini possono garantirsi prestazioni di welfare accettabili, se sono costretti a pagare tasse opprimenti, con cui dovrebbero ricevere servizi scandinavi e non confrontarsi, in caso di visite ed esami, con liste di attesa lunghe mesi, se non anni? E di quale connettività stiamo parlando, se di banda larga si continua a parlare, ma è un chiacchiericcio e niente più? Se il digital divide è la frontiera dell’inviluppo, più che il trampolino per lo sviluppo?

Il Censis non può dirlo, ma in Italia s’è stravolta la regola politologica secondo cui la politica è specchio fedele della società civile: e se fosse peggiore?

La conclusione è che sarà un mezzo miracolo laico e civile se l’Italia passerà questo momento drammatico senza spargimento di sangue, ma occorrerà un’assunzione generale di responsabilità di quella parte silente della società, quella che è dotata di valori e di preparazione per risollevare il Paese, ma che non “si sporca le mani” con la politica. E occorrerà che anche la “diaspora italiana perbene” (ché c’è anche quella criminale a insozzare il globo terracqueo…) nel mondo aiuti il proprio Paese di origine con uno sforzo straordinario di assistenza ideale, finanziaria, valoriale.

Il Sud in questo scenario è chiamato a fare il triplo di fatica, per risollevare se stesso e non far perire tutto il Paese. Potrà accadere solo con la definitiva archiviazione della partitocrazia e della pessima selezione politica, che premia chi porta i voti dei clan mafiosi e delle tribù fameliche e ignoranti, a favore di chi ha una visione di insieme che superi le proprie – anche legittime – aspirazioni.

Altrimenti finirà per compiersi quanto profetizzato da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella nella loro ultima fatica “Se muore il Sud”. «Fa venire il sangue al cervello, a chi come noi ama il Mezzogiorno, ripercorrere le occasioni perdute di ieri e di oggi… Ma che razza di classe dirigente è quella che lascia affondare un pezzo dell’Italia?»

Ma che razza di classe dirigente è quella che lascia morire un pezzo dell’Europa come l’Italia tutta?

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