Marò, Letta e Bonino fanno gli indiani, ma è tempo di agire per non far umiliare l’Italia

La storia infinita – che riguarda due servitori dello Stato inviati allo sbaraglio da una legge assurda – è durata troppo. Ci sono precedenti recenti che impongono a Enrico Letta e Emma Bonino un’azione coordinata e internazionale, con gli strumenti forniti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (UNCLOS)

È evidente che la storia riguardante Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sia durata troppo, perché mal gestita dal Governo Monti e altrettanto mal affrontata dal Governo Letta, con un comune denominatore: Staffan de Mistura, viceministro degli Esteri. Il quale è diplomatico di grande esperienza internazionale, ma in ambito multilaterale (Nazioni Unite), quindi – nella migliore delle ipotesi – incline a cercare un compromesso, un accordo, un punto di incontro che salvi la faccia a tutti: non è in grado però di affermare gli interessi dell’Italia, di cui è cittadino solo dal 1999, pur essendo italiano-dalmata di origine, ossia di adempiere nel modo migliore alle necessità che la situazione richiede.

Il problema di fondo è che l’India non è il Paese competente a giudicare sui fatti in cui sono coinvolti i due militari del Battaglione San Marco, perché il giudice naturale è quello del Paese di bandiera della nave “Enrica Lexie”: la petrolier – nel momento in cui si è verificata la supposta sparatoria – solcava le acque internazionali. Quel Paese competente è l’Italia.

Nei giorni scorsi, le cronache internazionali si sono occupate della vicenda coinvolgente i militanti di Greenpeace nel Mare Artico, inquisiti per pirateria dal tribunale di Pietroburgo. I Paesi Bassi, in base alle norme del diritto internazionale marittimo – stabilite dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (UNCLOS), sottoscritta a Montego Bay nel 1982 – ha adito il Tribunale di Amburgo sul diritto del Mare, che ha sentenziato l’illiceità dell’arresto dei giovani di Greenpeace, tra i quali anche l’italiano Cristian D’Alessandro, scarcerato dalla Corte Distrettuale di Kalinin lo scorso 21 novembre. Una sentenza che costituisce un precedente giuridico, nonostante la Corte di Amburgo non abbia strumenti per imporne l’applicazione, se non quelli che derivano dall’appartenenza alla Comunità Internazionale e dall’onore che ne consegue sia per la Russia che per l’Olanda. Un precedente valido anche per i fatti indiani.

Sul quel tragico incidente le autorità indiane non hanno mai risposto con sufficiente chiarezza alle ipotesi di depistaggio, soprattutto quelle riguardanti il calibro dei proiettili che hanno ucciso i due poveri pescatori, Jelestine Valentine e Ajesh Binki, incompatibili con quelli utilizzati nell’armamento individuale lungo e corto in dotazione ai militari dei Paesi NATO.

Lo scorso anno, a poche settimane dall’incidente, avevamo commentato la storia (nell’articolo leggibile qui) con l’uso ripetuto del condizionale, visti gli sviluppi successivi. Sulla base dei fatti e in funzione del dell’analisi dell’UNCLOS svolta allora, rimangono valide le nostre considerazioni.

Sotto il profilo giuridico l’India era presunta parte lesa, per aver patito la morte violenta di due suoi cittadini per mano di due militari di scorta a una petroliera italiana. Nel solco del trattato UNCLOS, il governo indiano avrebbe dovuto:

1) astenersi da intraprendere azioni penali o disciplinari contro il personale a bordo della “Enrica Lexie” (a prescindere che si trattasse di militari con le insegne e i gradi dell’Italia), in quanto nave italiana soggetta alla giurisdizione del proprio stato di bandiera;

2) attivare la procedura prevista dal comma 6 dell’art. 94 (denuncia allo Stato di bandiera), per vie diplomatiche;

3) rinunciare a fermare o, addirittura, sequestrare la petroliera, neanche come misura cautelare, aderendo alle disposizioni del comma 3 dell’art. 97 UNCLOS.

Tuttavia, l’India ha intrapreso in modo deliberato tre azioni contrarie diritto internazionale, realizzando un ribaltamento delle posizioni giuridiche tra Stati. In breve, l’India ha violato le norme, l’Italia non è stata messa in condizione di esercitare la propria giurisdizione sui fatti avvenuti, avendone esclusivo potere in virtù del Trattato di Montego Bay. Da quel momento in poi, l’Italia ha una posizione di parte offesa nella controversia con l’India e di questo si deve tenere conto in tutti i passaggi successivi, sia sotto il profilo diplomatico che sotto quello giuridico (e giurisdizionale). L’India non ha adempiuto in toto all’obbligo di cooperazione nella repressione della pirateria marittima, sancito dall’articolo 100 del trattato UNCLOS.

L’Italia, sotto il profilo giuridico internazionale e in qualità di parte lesa, avrebbe dovuto agire in via giurisdizionale, secondo le modalità previste dall’articolo 287 dell’UNCLOS, che stabilisce forum giudiziari da adire per la soluzione di una controversia in materia di diritto marittimo:

a) il Tribunale internazionale per il diritto del mare di Amburgo, costituito in conformità all’Allegato VI dell’UNCLOS;

b) la Corte internazionale di giustizia;

c) un tribunale arbitrale costituito in conformità all’Allegato VII dell’UNCLOS;

d) un tribunale arbitrale speciale costituito in conformità all’Allegato VIII, per una o più delle categorie di controversie ivi specificate.

L’ultimo forum giudiziario – il tribunale arbitrale speciale individuato nel punto d) dell’articolo 287 UNCLOS – è però incompetente sulla materia che coinvolge l’Italia e i due militati italiani, perché riguarda controversie relative alla pesca, alla protezione e preservazione dell’ambiente marino, alla ricerca scientifica marina, o alla navigazione, incluso l’inquinamento da parte di navi in transito.

Al presidente della Repubblica, che in quelle settimane aveva chiesto suggerimenti (con tono infastidito, invero) sulla questione, avevamo rivolto alcuni suggerimenti, nella sua qualità di rappresentante dell’unità nazionale e di comandante formale delle Forze Armate, perché si intraprendesse un’azione dello Stato sinergica sotto il piano diplomatico, commerciale e giudiziario.

Sotto il profilo diplomatico, suggerivamo che l’Italia dovesse 1) organizzare il richiamo settimanale “per consultazioni” dell’ambasciatore a New Delhi e dell’Addetto Militare; 2) convocare ogni settimana l’ambasciatore indiano in Italia, per comunicargli le vibranti proteste del governo italiano in ordine alla violazione del diritto internazionale marittimo, alla ingiusta detenzione dei due marò italiani e all’illegale sequestro della petroliera italiana, presentando il conto economico dei danni che saranno richiesti all’India, aggiornato in tempo reale; 3) sospendere ogni forma di nuova cooperazione economica, culturale e militare con l’India.

Sotto il profilo amministrativo, il ministero dello Sviluppo economico, di concerto con il ministero del Tesoro,  l’Agenzia delle Dogane e l’Unione europea (nei settori di competenza propri della legislazione comunitaria), avrebbe dovuto intensificare i controlli commerciali sugli scambi da e verso l’India, con l’applicazione rigorosa e puntuale di ogni minima norma esistente: insomma, attuare un boicottaggio indiretto sotto forma di eccesso di zelo amministrativo.

Sotto il profilo giudiziario, l’Italia a nostro modo di vedere avrebbe dovuto individuare la sede giudiziaria più adatta – Tribunale internazionale per il diritto del mare di Amburgo, Corte internazionale di giustizia o tribunale arbitrale ad hoc – da adire per l’apertura di una controversia internazionale contro l’India, investendone l’Assemblea generale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per gli ambiti di rispettiva competenza, evidenziando la mancata cooperazione in materia di azioni antipirateria e la violazione deliberata delle norme giuridiche internazionali in materia di diritto marittimo. Un precedente pericoloso per la convivenza internazionale.

Niente di questo è stato fatto.

L’8 marzo 2012, a due settimane dai fatti, una fonte di assoluta credibilità ci espresse la proproa opinione sulla questione, valutazione fondata su conoscenze acquisite in campo internazionale e diplomatico (ne sveleremo l’identità solo quando questa storia sarà conclusa). «Li condanneranno al massimo della pena» ci predisse la fonte riservata «poi li espelleranno e umilieranno l’Italia, perché l’obiettivo è umiliare il Paese, forse anche per motivi interni (vedi Sonia Gandhi, ndr)». Vedremo se questo “vaticinio” si realizzerà e ve ne daremo conto.

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