Alluvione: la Sardegna prova a rinascere, ma i fondi vengono da Capoterra

Il Comune dell’hinterland cagliaritano, già vittima di un’alluvione nel 2008, minaccia proteste clamorose

Olbia – Sono passati circa 20 giorni dall’alluvione che ha sommerso mezza Sardegna, spazzando via case, ponti, strade e 17 vite umane. In questi 20 giorni la popolazione ha cercato in tutti i modi di rimettere in sesto la sua quotidianità: se il primo atto è stato liberare immediatamente case e strade dal fango, il secondo è stato recuperare la routine di una vita normale. Una routine che, però, non è quella di sempre scandita dagli orari del lavoro, dai pranzi, dai giochi con i bambini. Adesso bisogna chiedere la sospensione dei tributi, cercare un professionista che certifichi i danni ai beni mobili e immobili, compilare moduli, recuperare le foto delle cose distrutte, controllare l’auto rovinata dalla piena parcheggiata nel deposito, chiedere al centro unico di raccolta una stufa o magari una confezione di pasta. Mentre questa quotidianità prende forma, ai piani alti della burocrazia italiana si combatte per una manciata di spiccioli.

Al di là delle roboanti enunciazioni dei primi minuti, nelle quali lo Stato si prendeva cura delle zone colpite con (più o meno) tanti soldi, la realtà sta riservando un’amarissima verità. La priorità di questi giorni post-alluvione è ricostruire, dove possibile, le opere distrutte. In particolare, si sta cercando di ripristinare la sicurezza stradale e la viabilità. La Regione Sardegna, infatti, è la regione italiana con il minor tasso di infrastrutturazione del paese: per un sardo fare 100 km significa attraversare 90 km di “vuoto” e, molto spesso, quel “vuoto” è l’unica opzione disponibile per passare da una zona all’altra. Di conseguenza, ripristinare le strade interrotte o mettere in sicurezza quelle danneggiate è una priorità assoluta: ne va della vita delle persone, delle imprese, dei territorio e degli animali (d’affezione o meno). Quello che sta succedendo in Sardegna, però, ha dell’assurdo.

Qualche giorno fa, il Senato ha deciso che i fondi per Capoterra – Comune vittima di un’alluvione nel 2008 – saranno dirottati nei Comuni colpiti dall’inondazione del 18 Novembre 2013. Quando si parla di “coperta troppo corta” si dice, purtroppo, un’amara verità. A Capoterra, nel 2008, morirono 4 persone (più una a Sestu) e in questi giorni è iniziato il processo relativo a questa tragedia. Ironia della sorte, i fondi destinati alla cittadina della Provincia di Cagliari sarebbero stati dirottati al nord Sardegna perché non sono stati spesi.

A lanciare l’allarme è stato un consigliere regionale del Pd, Marco Espa, per il quale le lentezze nella spesa sarebbero da imputare alla Regione Sardegna. Al di là delle polemiche tra maggioranza e opposizione, è facile notare come le emergenze, in Italia, non vengono mai risolte.

Capoterra è ancora un territorio a rischio e le indagini sin qui condotte dal Corpo Forestale stanno dimostrando che la colpa del disastro non è da imputare al fiume, che c’è sempre stato, ma a come e dove si è costruito negli anni. Un film, questo, che ripete uguale e identico in ogni tragedia italiana dove la protagonista è l’acqua che si riprende i suoi spazi. Per il sindaco, Francesco Dessi, lo scippo avrà delle conseguenze. Il Consiglio Comunale è pronto a recarsi a Roma per protestare, mentre l’Associazione “22 Ottobre” che riunisce i cittadini vittime dell’alluvione, è pronto a bloccare la statale.

Nemmeno i morti, dunque, fanno cambiare le cose: la politica è sempre sotto i riflettori, gli annunci roboanti non mancano mai, i fondi arrivano a singhiozzo e quando arrivano la pletorica burocrazia rallenta il percorso di ricostruzione. E tutto ricomincia d’accapo in un altro comune, in un altro territorio, in un’altra regione con un’altra emergenza e con un’altra gara alla solidarietà.

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@incazzangie

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