Il Mar Caspio (1). Dal caviale agli idrocarburi. Petrolio e gas: valenza strategica

La questione riguardante lo sfruttamento del Mar Caspio e la posizione delle repubbliche trancaucasiche inizia in questo periodo a essere notata dai media, soprattutto quando si verificano ‘incidenti’ diplomatici come quello della signora Shalabayeva, moglie del  dissidente kazako Mukhtar Abyazov. A quel punto si scava nelle notizie e ci si accorge  che i problemi di quella regione sono importanti dal punto di vista geo-politico ed economico e che l’Italia ha interessi in quel settore. Di seguito l’analisi della situazione sotto il profilo storico.  Seguirà un secondo articolo più centrato sull’attualità

Mar Caspio e Asia Centrale

Prima della fine dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, il Mar Caspio era principalmente noto come culla degli storioni  e quindi luogo di origine del miglior caviale: le ’perle grigie del Caspio’, che URSS e Iran vendevano in tutto il mondo, gareggiando nella qualità. Al gran pubblico non era noto che altre e più importanti erano e sono le ricchezze di quel Mare, risorse strategiche, gli idrocarburi (petrolio e gas): se si esamina una carta attuale del Mar Caspio e degli stati rivieraschi si rimane colpiti dalla ragnatela di oleodotti e gasdotti che ne costeggiano le rive e dal numero di piattaforme di introspezione geologica.

Dal punto di vista geografico, attualmente sono cinque gli stati che vantano diritti di sovranità sulle acque e fondali del Caspio, essendone rivieraschi: Russia, Azerbaidjan, Turkmenistan, Kazachistan (quattro repubbliche ex-URSS) e Iran.

Fin dal Medio Evo era nota in quella regione la presenza di sostanze alle quali si attribuivano delle proprietà medicinali, cosmetiche e taumaturgiche: era petrolio che affiorava, ovviamente non raffinato, molto denso, sostanza della quale non si conosceva esattamente l’origine e l’utilizzazione scientifica ma che già era considerata di gran valore anche per l’alchimia e …anche come costosissimo unguento di bellezza per le dame.

Alla fine del XIX secolo però l’utilizzazione di questo elemento era già conosciuta e il petrolio iniziò ad essere estratto e sfruttato. Tra i primi a comprendere l’importanza potenziale della zona furono i fratelli Nobel e i Rothschild. Shell e Royal Dutch iniziarono in quel periodo le estrazioni nella regione. Bisogna ricordare che nel 1897 la zona di Baku (Azerbaidjan) forniva al mondo il 45% della produzione mondiale del petrolio. In seguito la scoperta degli importanti giacimenti nella zona di Suleymanieh (allora persiana) di Mossul e Kirkuk (parte dell’impero ottomano, destinata all’Iraq dopo la Prima Guerra Mondiale), la zona del Caspio conobbe dei periodi di oblio, tornando il caviale ad essere il prodotto migliore e il più famoso.

Anche per l’URSS, i giacimenti petroliferi della regione degli Urali e in seguito della Siberia misero in secondo piano quelli del Caspio. Nel momento in cui le repubbliche transcaucasiche divennero indipendenti (1991), il petrolio del Caspio era solamente il 3% della produzione mondiale. In quel periodo, mentre l’Azerbaidjan era il principale attore per quanto riguardava lo sfruttamento del petrolio, il Turkmenistan invece lo era per la produzione del gas che rappresentava nel 1990 il 10.7% della produzione totale dell’URSS.

Quando le repubbliche ex-sovietiche divennero soggetti indipendenti di rilevanza internazionale, le compagnie occidentali, sempre in cerca di nuove regioni da monopolizzare per avere comunque risorse alternative a quelle del Medio Oriente, hanno rinnovato il loro interesse per la zona: è indubbio che il controllo sugli oleodotti e gasdotti costituirà il fattore di influenza geopolitica più importante nell’Asia centrale e nella regione Transcaucasica.

Fino al 1989 lo sfruttamento del Mar Caspio era stato monopolizzato da Mosca e da Teheran che avevano stretto forti accordi bilaterali, nonostante le divergenze politiche e ideologiche, in quanto consideravano quel Mare loro proprietà esclusiva. In effetti, lo statuto giuridico del Caspio era regolato dai seguenti trattati principali: uno di cooperazione e amicizia del 1921; uno,  commerciale e di stabilimento  del 1935 che era stato sostituito in parte nel marzo del 1940 con uno che regolava commercio e navigazione. Gli accordi citati contemplavano soprattutto le modalità di sfruttamento delle risorse, senza peraltro delimitare le frontiere marittime, in quanto non necessario.

Con lo sfaldamento dell’URSS e con l’emergere nella politica internazionale delle repubbliche ex-sovietiche, gli stati rivieraschi titolari di diritti di sovranità sulle acquee sui fondali da due erano passati a cinque: si è imposta la definizione di un nuovo statuto giuridico internazionale per regolamentare l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse. Ma l’accordo stenta tuttora ad essere raggiunto perché due sono gli orientamenti giuridici degli stati interessati, ognuno dei quali comporta importanti variazioni nella definizione economica degli interessi nazionali.

Una teoria si basa sul concetto della ‘divisione delle risorse’; l’altra, sul ‘condominio’ delle stesse. La prima questione sulla quale gli stati sono chiamati a decidere è quella relativa a come considerare il Caspio, se un mare o un lago, ancorché di vaste dimensioni. Il problema non è di poco conto. Se decidono che è un mare ‘chiuso’, di conseguenza è applicabile il diritto internazionale applicato ai cosiddetti mari aperti, così come codificato nella convenzione firmata a Montego Bay nel 1982: il che comporta che i rivieraschi possono disporre oltre ad un dominio territoriale di 12 miglia marittime, anche di una zona economica esclusiva sulla quale possono esplorare o sfruttare le risorse non solo delle acque, ma anche quelle dei fondi marini e del sottosuolo. Questo si concreta nella divisione delle risorse da sfruttare.

Se invece decidono che il Caspio è un lago, gli Stati hanno come zona di competenza esclusiva solo quella relativa alle 12 miglia marine; al di là di questa distanza, lo sfruttamento delle risorse diventa comunitario e quindi necessita di una Autorità internazionale composta dai paesi rivieraschi, che prenda le decisioni ad unanimità dei componenti, non essendo nessuno di essi titolare esclusivo di diritti di sovranità; quindi le risorse vengono considerate in condominio.

Gli interessi dei cinque stati sono assai diversi, perché Russia e Iran non hanno nella loro zona territoriale importanti giacimenti di idrocarburi, che invece sono appannaggio di Azerbaidjan e Kazachistan, essendo il Turkmenistan gran produttore di gas. Mosca e Teheran hanno appoggiato la teoria del ‘condominio’; il governo di Baku, che ha molti dei suoi giacimenti petroliferi offshore, ha sostenuto quella della divisione delle risorse, cioè di zone di sovranità nazionale di esclusivo sfruttamento; i restanti stati hanno avuto una posizione non ben definita che oscillava fra le due possibilità. Questo è stato almeno fino al 1997: nel marzo 1998 i governi di Mosca e Baku erano giunti ad una possibilità di accordo, secondo il quale il Caspio doveva essere diviso in settori sulla base di punti equidistanti e altri principi generali di diritto internazionale, tenendo peraltro in conto anche il diritto consuetudinario quale osservato in quel Mare. Sempre in quel periodo, da parte loro Azerbaidjan e Turkmenistan avevano deciso che la parte del Caspio che li univa doveva essere divisa da una linea di equidistanza, così che ogni settore designato fosse di esclusiva sovranità dello stato rivierasco. I negoziati bilaterali e multilaterali sono stati lunghi: nel luglio del 1998 il governo di Mosca propose al Kazachistan  di dividere il fondale marino, continuando a considerare le acque di superficie come patrimonio comune dei rivieraschi e in effetti nel luglio 1998 questi due stati  arrivarono a concludere un accordo che prevedeva appunto la divisione del fondale marino del Caspio del nord secondo una linea di equidistanza, mentre le acque di superficie sarebbero rimaste in comune con diritto di navigazione e di pesca. Con questo accordo con il quale Mosca cambiava il proprio precedente orientamento, l’Iran rimase isolato e protestò insieme al Turkmenistan.

Nel 1999, però, Mosca decise di rivedere l’accordo del 1998 e nel 2000 iniziò a ridiscutere la questione, mostrando un nuovo orientamento, cioè quello di accettare la divisione del sottosuolo del Mar Caspio sulla base della delimitazione della linea mediana modificata, secondo i principi del diritto internazionale: si dice che questa nuova politica di Mosca abbia avuto origine nel fatto che un importante giacimento petrolifero, quello di Kashagan Nord, ricadrebbe nel suo settore di sovranità, qualora fosse così definito il problema. In sintesi la proposta russa, che è stata fatta nel 2000 a tutti gli altri stati rivieraschi da un rappresentante personale di Putin, in generale mira a dividere il sottosuolo del Caspio, mantenere l’utilizzo comune delle acque e lo sfruttamento in comune dei giacimenti petroliferi delle zone in contestazione, ma per il momento almeno, gli altri stati interessati hanno nettamente rifiutato queste proposte.

Il governo di Teheran continua a reclamare per sé il 20% del Caspio: nel 2000 ha deciso di adottare una legge che autorizza la compagnia nazionale petrolifera iraniana Nioc a esplorare, sviluppare e sfruttare i giacimenti di petrolio e gas che ricadono sul settore che rivendica, decisione che naturalmente in qualche modo può danneggiare l’Azerbaidjan e il Turkmenistan, in quanto la porzione che il governo di Teheran pretende farebbe parte di settori che anche Baku e Ashgabat richiedono. Se il Caspio fosse diviso in settori nazionali, le stime del potenziale di idrocarburi offshore sarebbero a favore di Kazachistan e Azerbaidjan, mentre l’Iran non potrebbe disporre di molte risorse nel territorio di sua pertinenza. Invece Turkmenistan e Russia potrebbero forse contare su riserve di una certa importanza.

Ancora oggi la questione dello statuto giuridico del Caspio e della divisione delle risorse non è arrivata a definizione concreta, anche se comunque le presenze di compagnie occidentali sono numerosissime.

Una delle questioni assai importanti per una possibile soluzione è la corretta valutazione dell’importanza delle riserve di idrocarburi di questa regione: infatti sulla base di questi numeri si sta fondando la politica dei governi occidentali e delle compagnie petrolifere. In un primo momento tali riserve sono state valutate in 200 miliardi di barili, ovvero il 16% di tutta la produzione mondiale, quindi solo poco meno delle riserve dell’Arabia Saudita che sarebbero di 259 miliardi [1] . L’Iran dispone di riserve per 93 miliardi di barili quasi quanto  il Kuwait che ne ha 94. Vi sono però delle incertezze riguardo a queste previsioni: studi recenti hanno ridotto molto le stime precedenti. La regione del Caspio comunque non può costituire una seria alternativa sostitutiva ai giacimenti del Medio Oriente, che detengono circa il 65% delle riserve mondiali di petrolio. Può essere comparabile con quelle del Mar del Nord, per quanto riguarda la produzione giornaliera da raggiungere nel 2010 (3,5 milioni di barili al giorno). E’ però certo che il bacino del Caspio può divenire una riserva supplementare di petrolio al pari del Mar del Nord.

Per quanto riguarda la produzione di gas, si stima che la regione abbia,  più o meno, le stesse riserve dell’America del Nord. In più, sia per il petrolio sia per il gas, l’Uzbechistan, che non è rivierasco del Caspio ma  è strettamente legato alla geo-politica della regione, ha notevoli riserve potenziali ed è comunque tributario della regione caspica per uscire dal suo isolamento geografico: è quindi anch’esso elemento geopolitica importante nell’analisi dell’importanza strategica di quel ‘mare chiuso’.

Il problema maggiore che riguarda il Mar Caspio ora non è sapere ancora esattamente l’ordine di grandezza delle riserve ma comprendere quali potenze e quali compagnie petrolifere riusciranno ad avere il monopolio dello sfruttamento e in quali stati rivieraschi e come si svilupperà la battaglia degli oleodotti e dei gasdotti. Infatti, con la fine dell’Unione Sovietica, gli stati dell’Asia Centrale in particolare il Kazachistan e il Turkmenistan, l’Azerbaidjan e in minor misura l’Uzbechistan, hanno bisogno di far arrivare la loro produzione ai mercati internazionali e in questa esigenza la regione del Caspio assume una grande valenza geopolitica perché è su quel territorio che dovranno passare le nuove vie della seta. I tracciati dei gasdotti e degli oleodotti non sono solo opere d’ingegneria, ma rappresentano soprattutto il frutto di accordi e di alleanze politiche, cioè divengono anch’essi chiavi di lettura della struttura politica regionale. E’ indubbio che la Russia cerchi di mantenere una notevole influenza sui territori delle repubbliche centro-asiatiche, mentre Washington promuove una direttrice est-ovest che va da Bakou nell’Azerbaidjan al porto di Ceyhan in Turquia, evitando territorio russo e iraniano, anche se quel progetto non è gradito alle compagnie petrolifere perché più lungo e più costoso e quindi poco economico. Le discussioni sono lunghe e i progetti che sono redatti sono moltissimi, tutti rispondendo più ad esigenze politiche che a criteri di economia e sicurezza.

Sarebbe interessante studiare i vari tracciati proposti dalle potenze interessate e dagli stati rivieraschi, per comprendere come sarà lunga e difficile la battaglia degli oleodotti e gasdotti, sperando che le uniche armi usate siano introspezioni geologiche, analisi computerizzate, accordi bi o multilaterali. Vi sono già sufficienti focolai di instabilità in Asia Centrale e Medio Oriente, per aggravarne di potenziali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA – ARTICOLO PUBBLICATO IN ORIGINE SU “OSSERVATORIO ANALITICO, RIPRODOTTO PER GENTILE CONCESSIONE DEL DIRETTORE SCIENTIFICO (WWW.OSSERVATORIOANALITICO.COM)

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Maria Gabriella Pasqualini

Maria Gabriella Pasqualini si è laureata cum laude alla Sapienza in Scienze Politiche, Già distaccata presso il servizio diplomatico, poi docente universitario, è autore di numerosi volumi di storia militare e di saggi storici. Esperta di Medio e Vicino Oriente, collabora con numerose riviste scientifiche. A THE HORSEMOON POST è Vicedirettore e Responsabile Esteri e Difesa.

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