Michael a spasso nel Giardino delle Meraviglie

Molte persone sopravvissute a traumi importanti al risveglio dal coma hanno raccontato esperienze extracorporee con un denominatore comune: la visita di un luogo luminoso, in cui imperano serenità e beatitudini. Chi ha fede sa cos’è quel luogo, chi non ha fede si meraviglierà. Abbiamo immaginato perciò il viaggio che in questo momento la parte spirituale del sette volte iridato sta compiendo nel Luogo della Pace, dove ci sono tutti, anche coloro che hanno in comune una passione: la velocità

Il Giardino delle Meraviglie © John Horsemoon 2014

Michael Schumacher è nel suo letto del reparto di terapia intensiva del policlinico universitario di Grenoble. Il suo corpo, tenuto freddo in modo artificioso e nel quadro di misure mediche volte a far lavorare l’organismo a regime minimo. Una sosta obbligata ai “box”, come in un test e dopo un botto. Solo che il test questa volta si chiama “vita” e il botto è quello che ha subìto la sua testa.

Il coma farmacologico è una specie di droga pesante, che fa addormentare e sognare. In realtà, molte persone sopravvissute a situazioni analoghe hanno poi raccontato, una volta ristabilitesi, esperienze di viaggi interdimensionali. Hanno narrato luoghi luminosi e densi di pace e serenità.

Per questo, visto che con l’eptairidato pilota tedesco condividiamo la fede nella vita oltre questa vita, vogliamo immaginare un particolare reportage di questo suo viaggio immerso nella luce, da cui si può tornare. Spesso basta solo volerlo.

Dal “Blu Light Paddock”, Prima Stella a Destra

Incontriamo Michael Schumacher nel Quadrivio delle Beatitudini, prima del Light Blu Paddock. Noi possiamo vedere tutti, loro no, ma solo per un motivo: loro hanno già concluso il “trasferimento” qui, noi ancora no (per fortuna? A volte sì, a volte no…).

C’è Gilles che gira, lo si riconosce dallo sbuffo delle nuvole: sempre di traverso, pure qui. È inseguito da due tizi su una macchina bianca, con strisce blu, azzurre e rosse. Si dice siano Henry Toivonen e Sergio Cresto, ma loro non scendono neanche dalla P4. Parlano solo via radio con Attilio, Colin e Richard, tutti e sempre di traverso. Sembrano nel loro paradiso, ma solo perché sono in Paradiso.

Ayrton l’hanno visto andare alla Torre della Direzione, pare abbia un incarico speciale: assistente del Direttore di Corsa. Roland fa il cicerone, ma si intristisce quando sente parlare di un fiume romagnolo dal nome santo (Santerno…). Ci sono tutti qui, in questo posto meraviglioso, pieno di luce che non abbaglia, ma ritempra. Simoncelli sta dormendo, vorrebbe collegarsi con la fidanzata, ma Skype almeno qui ancora non è arrivato (e questa è di certo una fortuna).

Didier è addetto alle piogge: in questo modo fa crescere le erbacce che si stanno mangiando il vecchio Hockenheim. Lorenzo, Ignazino e Michele si sfidano di continuo e vincono sempre, insieme. Henry Surtees li segue ammirato, nei suoi occhi la passione del padre John e la leggerezza di chi avrebbe potuto fare e non ha avuto il tempo. Steffan e tanti altri si ritrovano al bar e si capiscono con gli occhi.

Allora, Mick, che ne pensi“, proviamo a chiedere. Lui tace, all’inizio, ha gli occhi umidi, si vede che è combattuto. Vorrebbe restare, qui si sta – ça-va-sans-dire – da Dio. Ma laggiù c’è Mick Jr con Gina Maria e Corinne. E gli occhi si inumidiscono ancora di più.

Di Bene si sta bene“, dice all’improvviso, interrompendo il silenzio. “Però non mi sento del tutto libero” ci confida, “ci sono alcune ‘cose‘ che mi tengon legato giù“, ammette. Una voce, come negli aeroporti, si sente all’improvviso. “Gilles, avvicina in Direzione, Ayrton vuole parlarti“. A Schumy scappa un sorriso.

In lontananza si vede un signore elegantissimo che controlla ogni sentiero. È il marchese de Portago. Lo segue come un’ombra von Trips, mentre Nuvolari, Varzi e Caracciola corrono da una nuvola all’altra ascoltando Lucio Dalla, che canta vigile su di loro e al pianoforte Elio de Angelis suona con la classe di sempre.

Non so” ci confida il Kaiser, “qui si sta davvero bene, però…” sospira…

Del resto, il cervello lo puoi tenere freddo per farlo guarire dalla botta, ma l’anima non si raffredda mai e il pensiero neanche. E il pensiero di Michael Schumacher è in questo momento per i suoi figli, sua moglie, la sua vita. Non è facile decidere se combattere, rimettere in sesto la carrozzeria, aspettare con pazienza e sacrificio, soffrire; o salutare la Compagnia e venire qui in questo posto ritemprante lo spirito. Ché il corpo polvere era, polvere tornerà. Per tutti, anche se tutti tendiamo a dimenticarlo, a mettere da parte l’unica verità che – decurtissianamente – ci livella: nasciamo per morire, arriviamo per andarcene, dovremmo lasciare questo posto migliore di come l’abbiamo trovato.

Resto qui a pensare un po’ e capire cosa devo e voglio fare, la vita mi ha dato tutto, ma ora forse io devo dare alla vita dei miei. Capirò. Ciao”, ci dice secco, congedandoci, il sette volte campione del mondo di Formula 1, che qui sarebbe Michael e nulla più, ma il nulla qui è pieno di tutto.

Torniamo giù, rientriamo in noi.

Non sappiamo se è colpa dello zampone o delle turbolenze aeree che, per alcuni attimi, ci hanno avvicinato a questo Paddock Celeste l’ultimo giorno dell’anno appena finito, fatto sta che questo dialogo immaginario a noi non sembra tanto immaginario, ci sembra reale, come se l’avessimo davvero vissuto. Così, benché Michael Schumacher non sia un comandante che abbandona la nave – essendo egli stesso comandante e nave – ci viene in mente il rude invito di un ufficiale della Guardia Costiera italiana qualche tempo fa, formulato nella forma di un fiorito imperativo categorico.

Michael, torna a bordo, accidenti! Il Paradiso può attendere …

Ultima modifica 2 Gennaio 2014, ore 11.54 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

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John Horsemoon

Sono uno pseudonimo e seguo sempre il mio dominus, del quale ho tutti i pregi e i difetti. Sportivo e non tifoso, pilota praticante(si fa per dire…), sempre osservante del codice: i maligni e i detrattori sostengono che sono un “dissidente” sui limiti di velocità. Una volta lo ero, oggi non più.

Correre in gara dà sensazioni meravigliose, farlo su strada aperta alla circolazione è al contrario una plateale testimonianza di imbecillità. Sul “mio” giornale scrivo di sport in generale, di automobilismo e di motorsport, ma in fondo continuo a giocare anche io con le macchinine come un bambino.

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