Il capitale umano, ritratto amaro firmato da Paolo Virzì

Dalla commedia al thriller, Paolo Virzì vince la scommessa e confeziona un prodotto specchio dell’attualità ma dal sapore internazionale

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La vita delle famiglie Ossola e Bernaschi subiranno un brusco cambiamento in seguito a una sola notte, in cui un misterioso incidente le coinvolgerà direttamente rischiando di mettere in pericolo il precario equilibrio della prima e il lusso sfrenato di cui gode la seconda.

Paolo Virzì spiazza il suo pubblico, abituato alle commedie dai toni leggeri anche se con la serietà autoriale che contraddistingue il regista livornese, e mette in scena un thriller familiare dal gusto amarissimo. Tratto dal romanzo omonimo di Stephen Amidon (già membro della giuria al XXXI Torino Film Festival diretto proprio da Virzì), Il capitale umano sposta la sua ambientazione dal Connecticut alla Brianza, a dimostrazione del coraggio che un cineasta come Virzì possiede e a riprova di come la storia che viene raccontata ha un sapore internazionale (come già dimostrava di avere Tutti i santi giorni, anche se in piccolo). All’indomani della crisi economica, una famiglia della ricca borghesia impegna tempo e risorse per speculare in materia e quando la figlia di un piccolo agente immobiliare si fidanza con il rampollo di casa Bernaschi, Dino Ossola coglie l’attimo per introdursi negli affari che contano, con un cinismo e una irresponsabilità metafora del panorama attuale.

Dopo il ritratto personale e nostalgico di La prima cosa bella e la fiaba contemporanea di Tutti i santi giorni, con Il capitale umano Virzì crea uno scarto consistente nella sua carriera di regista, optando per un genere a lui essenzialmente nuovo e sconosciuto (thriller), coniugandolo abilmente alla tradizione classica della commedia all’italiana. Le risate sono poche, la materia è seria e il regista prende le parti del pubblico completamente estraneo agli ingranaggi economici che muovono le due famiglie protagoniste del film; quello che interessa di più a Virzì è il carattere umano della vicenda, la freddezza calcolatrice di Carlo Bernaschi, l’imbecillità di un Dino Ossola specchio di un’umanità in crisi di valori, la candida innocenza di una giovane Serena in cerca dell’amore che non trova nei propri cari, la trappola in cui sembra essere precipitata la signora Bernaschi. Il risultato è appunto una lunga serie di personaggi perfettamente credibili e ben strutturati, di cui il cast si serve per compiere un ottimo lavoro, su tutti Fabrizio Bentivoglio e Valeria Bruni Tedeschi; sorprendono le scoperte Matilde Gioli e Giovanni Anzaldo, così come è ottimo il casting di Luigi Lo Cascio e Fabrizio Gifuni (che forse meriterebbe più gloria).

Il 2014 è iniziato con un paio di pellicole italiane da mani ai capelli (Un boss in salotto e Sapore di te), ma fortunatamente Paolo Virzì mette le cose in chiaro: il cinema è una cosa seria e come tale deve essere trattato. Così appare evidente la cura maniacale per la regia, una messa in scena stupenda in grado di risaltare il paesaggio brianzolo, la direzione superba degli attori e una storia scritta e riadattata con cura. Le musiche di Carlo Virzì sono funzionali alla storia e le garantiscono il giusto tono.

Anche se la trama ha un sapore internazionale non si può ignorare il discorso che Virzì sta elaborando sulla situazione del nostro paese: un territorio pervaso da continue macchinazioni a vantaggio dell’interesse personale di pochi, ma anche popolato da forza giovane cui spetta il compito (e la speranza) di non ripetere gli errori dei propri padri e di risollevare le sorti di una nazione alla deriva.

VOTO : 8,5

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