Sabato del villaggio. L’insostenibile pesantezza della politica italiana, incompetente e inadeguata

Dai rimborsi ai gruppi parlamentari in tutte le regioni al comportamento incosciente dei politici calabresi sull’uso del porto di Gioia Tauro, i tratti comuni della classe politica italiana si connotano spesso per scarsa qualità, ignoranza, pressappochismo e una generale tendenza a blandire la piazza. Non sempre “vox populi” è “vox dei”

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Chiunque abbia un minimo di frequentazione con la scienza della politica sa che la corrispondenza tra società civile e politica è diretta, acclarata, indiscutibile. Chiunque osservi con un minimo di indipendenza cosa accade in Italia da alcuni decenni – ben prima che crollasse la cosiddetta Prima Repubblica – sa che l’immobilismo di oggi è figlio delle mancate riforme di ieri, che l’assemblearismo che stava uccidendo la IV Repubblica francese sta soffocando quella italiana, che il combinato disposto tra mancate riforme e decadimento etico del ceto politico, amministrativo e burocratico ucciderà il Toro Tricolore.

Un fatto è altrettanto certo: se l’Italia soffre, si dispera, è in preda alle convulsioni e tuttavia resiste, lotta, non crolla di botto esalando l’ultimo respiro, significa che questo Paese ha nel proprio DNA una fila di cromosomi da far invidia a un Toro da combattimento.

Tuttavia, negli ultimi giorni la politica italiana ha dato davvero segni di sconsideratezza. Ci riferiamo alla reazione scandalosa del sindaco di Gioia Tauro, Renato Bellofiore (PD), e del presidente della Calabria, Giuseppe Scopelliti (NCD), rivelatisi in tutta la loro inconsistenza istituzionale, fino a sfondare il muro dell’incompetente imprudenza, con la forza dell’ignoranza, in merito all’uso del porto di Gioia Tauro per il trasbordo su una nave militare statunitense di parte dell’arsenale chimico della Siria, sotto la sorveglianza dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Premio Nobel per la Pace 2013!!!) e la protezione delle Grandi Potenze (Usa, Russia e Cina anzitutto).

Bellofiore ha lamentato che Gioia Tauro possa diventare la pattumiera d’Italia, ma dimentica che il porto della sua città (su cui peraltro sconosce se ha alcun potere) è meta di traffici delinquenziali di ogni ordine e grado; Scopelliti, invece, ha abbandonato la sua proverbiale moderatezza, per avventurarsi a spararla ad alzo zero, paventando il pericolo della “guerra civile”.

Altri sedicenti statisti in sedicesimo – in Sicilia come in Piemonte, in Liguria come nel Lazio – hanno profittato del denaro pubblico – ossia elargito con generosa incoscienza dal contribuente – per acquistare ogni sorta di prodotto o servizio, molti associabili all’attività politica solo ricorrendo a una fantasia provocata da stupefacenti: una persona normale, con la mente non annebbiata, non si sognerebbe mai di mettere in “nota spese” l’acquisto del biglietto di una latrina pubblica, piuttosto che mutande verdi o fumetti di Diabolik all’Istituzione di riferimento.

Marco Bertoncini, su Italia Oggi, ha titolato: “Non sono estorsori ma gentucola”, segno di una democrazia malata di maleducazione, in un Paese dove si è scambiato l’ascensore sociale mosso dalla partitocrazia per crescita culturale. In fondo, per una città martoriata e difficile come Gela, già alla fine degli anni ’60 il sociologo Eyvind Hytten, con Marco Marchioni, parlò di “crescita senza sviluppo”, un paradigma interpretativo che oggi si può estendere a tutto il Paese.

Se, in generale, questa classe politica e amministrativa (e burocratica, accidenti a Max Weber…) fosse solo ladra, si potrebbero usare gli strumenti giudiziari e di polizia. Il problema è che spesso è anche ignorante, incline a compiacere le bassezze, le paure e le traveggole del popolo, da cui peraltro non ottiene stima e fiducia, solo un rapporto clientelare e transeunte simile spesso a quello di una slot machine: punto un euro con la speranza di ottenerne 100, ma senza mettere in gioco le competenze che non ho (o che ho, ma non mi servono in un sistema basato sulla cooptazione).

L’Italia – da Nord a Sud, con differenti e sostanziali nuances – è soffocata da un’insopportabile pesantezza dell’incompetenza e dell’inadeguatezza della propria classe dirigente: almeno di quella visibile e collocata nei gangli decisionali del Paese.

Urge una inversione di rotta, anche con il contributo della Diaspora Italiana nel mondo. Senza un regime change – a prescindere dai colori politici – non si potrà salvare questo Paese.

Ultimo aggiornamento 19 Gennaio 2014, ore 00.34 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

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