Arabia Saudita, realpolitik e strategia. E nel 2014?

Il regno degli Al Saud ha un importante ruolo nel mondo musulmano sunnita e nel Golfo Persicoun nemico sciita nell’Iran. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha un ruolo?

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L’11 dicembre 2013 a Kuwait City si è svolto il Vertice dei sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo CCG), Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. I lavori si sono conclusi con l’accordo su:

  • – la necessità di seguire l’evoluzione dell’apertura iraniana con i Paesi del 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU e la Germania) in merito al contenzioso nucleare;
  • – la condanna del Presidente siriano Bashar al Assad con l’appello ai militari iraniani, iracheni ed Hezb’Allah libanesi di lasciare il Paese;
  • – la rinuncia saudita al seggio del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nell’ottobre precedente in segno di protesta per l’improvvisa decisione statunitense di non attaccare la Siria;
  • – la formazione di un Comando Militare Interforze con sede a Riyadh “per rispondere alle sfide regionali e internazionali… e rafforzare la cooperazione di sicurezza”.

È stata invece respinta la richiesta saudita – già avanzata nel 2011 – di unificare i Paesi del CCG per una comune strategia su politica estera ed energetica.

Il disaccordo sul punto è dovuto al fatto che, la settimana precedente al summit, il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif aveva visitato quattro Stati del CCG escludendo Arabia Saudita e Bahrein. Durante le visite il Ministro Zarif aveva esposto la nuova posizione di Teheran nel contesto internazionale e rinsaldato i rapporti da tempo in corso con Oman e Qatar nei settori dell’economia e delle risorse energetiche.

Re Abd Allāh bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl SaʿūdLe divergenze fra i Paesi del CCG sono state presentate dalla maggioranza dei media come un affievolimento del ruolo saudita nella Regione e a livello internazionale. In realtà se Riyadh e Manama costituiscono un tutt’uno, Qatar e Oman restano attenti custodi della loro autonomia mentre Emirati e Kuwait sono su posizioni neutrali. Ciascun Paese insomma cura i propri interessi.

La compattezza in seno al CCG diventa granitica in occasione di minacce strategiche. Minacce che dal 2009 si sono concretizzate nelle rivolte che hanno attraversato l’Arco del Mediterraneo da Rabat a Latakia e nello sviluppo del nucleare in Iran che aveva assunto una posizione egemonica in seno alla “mezzaluna sciita” formata con Iraq, Siria, Hezb’Allah libanese e formazioni sciite palestinesi della Striscia di Gaza.

L’inizio di quelle manifestazioni spontanee del popolo che richiedeva libertà, dignità e giustizia sociale è stato individuato dai regimi del Golfo come un pericolo per la loro esistenza. E hanno adottato per ciascun Paese contromisure selettive accompagnate da una guerra mediatica di disinformazione guidata dalle emittenti “Al Jazeera” del Qatar e “Al Arabiya” dell’Arabia Saudita e dai leader spirituali di riferimento, tra i quali il predicatore egiziano – qatariota sheikh Youssef Qaradawi. Gli interventi per indebolire le proteste – per la quasi totalità disarmate – sono stati molteplici. Il CCG ha appoggiato anche con finanziamenti in Tunisia ed Egitto i Fratelli Musulmani sostenendone principalmente la componente salafita, molto vicina al pensiero wahabita saudita.

Il Golfo ha ottenuto il placet della Lega Araba e dell’Unione Africana per l’immediata guerra a guida USA-NATO alla Libia, il Paese più ricco di risorse energetiche ed economiche ma privo di armamento ed Esercito adeguati e senza Paesi di supporto in seno al C.d.S. ONU.

In Bahrein Arabia Saudita ed Emirati sono intervenuti militarmente – con appoggio dell’intero CCG e tacito consenso della Comunità internazionale – per reprimere le manifestazioni, con un bilancio di oltre 100 morti, migliaia di feriti e di arresti.

Nello Yemen la rivolta è stata contenuta pilotando con l’appoggio USA l’uscita di scena di Abdullah Alì Saleh, al potere da 33 anni, e la sostituzione alla guida del Paese con il suo vice Al Rabbu Mansur Hadi.

È stato accresciuto il contributo finanziario e logistico all’integralismo salafita in Iraq, Libano e Siria con l’obiettivo di attivare uno scontro inter-religioso e isolare l’Iran. Contestualmente sono state rinforzate con armi e finanziamenti le monarchie in Giordania e Marocco.

Le proteste in seno al CCG da parte della componente sciita – che è maggioranza in Bahrein e Oman – sono state affrontate da un lato con la repressione e dall’altro con pacchetti di aiuti a disoccupati e impiegati statali.

L’Iran rimane interesse comune dei Paesi del Golfo che intendono contrastarne il ruolo di prima potenza regionale sia nel caso che l’eventuale egemonia derivi da uno sviluppo nucleare sia se venga favorita da una nuova leadership in grado di riaprire il dialogo con la Comunità occidentale e soprattutto con gli USA. Non sorprende, quindi, il recente avvicinamento di Riyadh a Tel Aviv sul nucleare iraniano e sul mancato intervento armato degli USA in Siria.

In realtà i due Paesi hanno avuto contatti anche nel 2006 prima, durante e dopo l’attacco israeliano al Libano (7 luglio e 11 agosto) con l’obiettivo di azzerare la capacità militare di Hezb’Allah, che aveva lanciato razzi contro siti israeliani.

Con Israele inoltre l’Arabia Saudita condivide: il sostegno ad Abdel Fattah Sisi che con il colpo di Stato del 3 luglio 2013 ha posto fine al Governo dei Fratelli Musulmani in Egitto; l’esclusione di En Nahda dal Governo tunisino; l’incondizionato appoggio ai re di Giordania e Marocco; il timore di un Iran con energia atomica.

Un segnale di affievolimento dei rapporti USA/Sauditi si potrebbe cogliere nell’accordo di cooperazione militare siglato dagli USA a Doha in coincidenza con il Vertice di Kuwait City ai sensi del quale i militari statunitensi resteranno altri 10 anni nella base di Al Udeid.

In realtà gli investimenti degli USA nel CCG in armamenti ammontano a centinaia di miliardi di dollari di cui sessanta destinati ai sauditi. Inoltre ha sede in Arabia Saudita la base statunitense da cui partono i droni per le incursioni nello Yemen: da lì partì il drone che uccise nel settembre 2011 Anwar al Awlaki, il cittadino americano poi divenuto il capo politico-militare di Al Qaeda nella penisola araba.

Secondo un articolo del giornale russo Komsomolskaja Pravda, ripreso dall’intellettuale francese Thierry Meyssan, il collante che lega e legittima il rapporto USA e Arabia Saudita è il clan dei Sudairi: essi sono tra i cinquantatre figli del re Ibn Saud, fondatore dell’Arabia Saudita, i sette generati dalla principessa Sudairi.

Il loro capo era re Fahd che governò dal 1982 fino alla sua morte nel 2005. Ne sono morti altri due: nel 2011, l’ottantacinquenne principe Sultan, Ministro della Difesa dal 1962 e nove mesi dopo il principe Nayef, settantottenne. Il più giovane è il principe Ahmed (73 anni) e vice ministro degli interni dal 1975.

Secondo l’articolo citato, dagli anni ’60 il loro clan avrebbe organizzato e finanziato i regimi pro-occidentali del “Grande medio Oriente”.

Per comprendere meglio l’attuale situazione, quando, dopo la seconda guerra mondiale, il territorio passò sotto la sovranità USA, il Presidente pro tempore, Franklin Delano Roosevelt, avrebbe fatto con il re Ibn Saud un accordo secondo il quale la famiglia dei Saud avrebbe garantito la fornitura di petrolio agli USA che in cambio avrebbero assicurato l’assistenza militare per mantenerli al potere. Questa Alleanza nota come “Accordo del Quincy” sarebbe stato negoziato sulla nave che aveva questo nome.

Per rivalità fra i potenziali successori a Ibn Saud venne deciso che la corona non si sarebbe trasmessa di padre in figlio ma da fratellastro a fratellastro.

L’attuale re Abdallah, novantenne e malato, è intervenuto sulla successione e ha stabilito che il sovrano sarebbe stato nominato dal Consiglio del Regno, formato dai rappresentanti dei vari rami della famiglia reale e potrebbe essere di una generazione più giovane.

Alla riforma si oppongono i Sudairi perché prossimi candidati e tutti del clan: Sultan, Nayef e Salman e, essendo morti i primi due, la corona sarebbe stata di Salman, settantasettenne e governatore di Riyadh.

In questo momento svolge un ruolo primario un altro esponente dei Sudairi, il principe Bandar, figlio di Sultan e nipote del re Fahd, già addetto militare e poi Ambasciatore a Washington dal 1982 al 2005, legatissimo agli USA e all’U.K. per averli supportati, facendo addestrare e inviando combattenti arabi contro l’Armata Rossa in Afghanistan nella guerra 1979 – 1989. Sempre in primo piano, Bandar avrebbe pagato la sua ostilità al re Abdullah nel 2010 e ripreso nello stesso anno il suo ruolo con l’intervento dell’attuale amministrazione USA.

Sarebbe stato Bandar lo stratega della controrivoluzione avviata prima, durante e dopo le manifestazioni che hanno attraversato l’Arco Mediterraneo.

E nell’anno appena iniziato?

© RIPRODUZIONE RISERVATA – ARTICOLO PUBBLICATO IN ORIGINE SU “OSSERVATORIO ANALITICO”, RIPRODOTTO PER GENTILE CONCESSIONE DEL DIRETTORE SCIENTIFICO

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