India/Marò. È tempo di nervi saldi, ma serve cambio di passo subito. Cinque punti essenziali

Verrà il tempo delle inchieste parlamentari, ma ora è fondamentale tenere la schiena dritta. Enrico Letta prenda in mano personalmente la situazione: se non ne è capace, un motivo in più per lasciare. Nessun pietismo, nessuna trattativa: l’Italia è dalla parte della ragione giuridica internazionale, non è uno Stato terrorista. E chiariamo con l’India sul NSG, Nuclear Supplier Group: con questo chiaro di luna, per i prossimi 30 anni non se ne parlerà neanche…

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Agitazione, indignazione, preoccupazione. Tre sostantivi, tre stati d’animo circolanti negli ambienti diplomatici europei rispetto alla situazione in cui si trovano i marò italiani in India. Sarebbe però un grande errore cedere, malgrado i molti errori, forse anche molta malafede.

Verrà il tempo di un’inchiesta parlamentare che determini, con chiarezza ruoli e responsabilità di tutti, anche eliminando – in toto o in parte se necessario – il segreto di Stato che copre alcune riunioni del Consiglio Supremo di Difesa, come quella in cui nel marzo del 2013 il presidente del consiglio pro tempore, Mario Monti, decise di ribaltare la decisione del ministro dell’allora ministro degli Esteri, Giulio Terzi, di non rimandare in India Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.

Verrà il tempo di capire il ruolo di Corrado Passera e di Mario Monti, quello del presidente della Repubblica e quello degli uomini della Procura di Roma, che non esercitarono l’azione penale obbligatoria a Costituzione vigente.

Verrà il tempo maturo per fare i conti con i vari miles gloriosii intestatisi alcune roboanti dichiarazioni, in Patria e in India, con figure che rinunciamo a qualificare per amor di Patria.

Ora però è il tempo di tenere tutti i nervi saldi e di mirare all’obiettivo primario: assicurare che l’Italia possa esercitare la propria giurisdizione sull’incidente accaduto in acque internazionali al largo del Kerala quasi due anni fa e capire se i due fucilieri di Marina del San Marco sono due servitori dello Stato leali e fedeli al servizio o hanno compiuto qualche errore di troppo e cagionato la morte di due pescatori.

A occhio e croce, tutti i dati in possesso dell’opinione pubblica non lasciano adito a dubbi: dalla premura con cui sono stati cremati i corpi, alla perizia balistica, al calibro dei proiettili incompatibili con le armi lunghe e corte in dotazione ai militari italiani (in standard NATO).

Tuttavia, noi siamo cittadini di uno Stato con certo molti problemi, ma anche di una democrazia che si fonda sullo Stato di diritto (rule of law): le prove della colpevolezza o dell’innocenza si raccoglieranno nell’eventuale processo, se la pubblica accusa competente ne disporrà il rinvio a giudizio.

Quel processo però non può che svolgersi in Italia, per espressa previsione del diritto internazionale marittimo. Un punto su cui si sono registrati troppi tentennamenti.

Allora, occorre avere alcune accortezze, anche di ordine formale, nel prosieguo delle attività giudiziarie in India. Anzitutto, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non devono più andare in udienza vestiti da civili: questi due individui sono – senza alcuna concessione alla retorica – in India in nome e per conto di tutta Italia. Deve essere evidente che sotto processo non ci sono due persone, ma un Paese intero. Quindi, ne discende che occorre andare in udienza con le divise di ordinanza, secondo il protocollo della Marina Militare.

Ancora, nessun rappresentante del Governo italiano dovrebbe essere presente in aula, a eccezione dell’addetto militare e all’ambasciatore italiano in India. Staffan De Mistura se ne torni in Italia, la sua presenza legittima un processo illegittimo.

Terzo, la ministra degli Esteri, Emma Bonino, intraprenda, subito e senza chiedere avalli, supporti, beneplaciti altrui, i passi fondamentali per attivare un arbitrato internazionale all’Onu. E si prepari anche a ricorrere, con la velocità di un pit stop di Formula 1, alla Corte Internazionale dell’Aja contro l’India: perché non illudiamoci, l’India ripeterà le violazioni al diritto internazionale, perché questa è un’occasione storica per guadagnare visibilità e consenso tra i Paesi emergenti e del Terzo Mondo, di cui intende diventare punto di riferimento alle Nazioni Unite.

Quarto, occorre inviare all’India una nota diplomatica pubblicizzata sul web, con cui andrebbe comunicato il veto per i prossimi 30 anni all’ingresso nel Nuclear Supplier Group, per cui ha ottenuto per anni il sostegno di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, ma trovando altresì il diniego e le perplessità di Austria, Svizzera, Norvegia e Nuova Zelanda. Ecco, far sapere a New Delhi che l’Italia sposa la posizione di questi prestigiosi e democratici Paesi avrebbe un significato ben preciso: l’Italia ha ancora una posizione importante sullo scacchiere internazionale e può esercitarne il ruolo con dignità non inferiore a nessuno.

Noi italiani abbiamo perso il vizio pessimo di dichiarare guerra, sappiamo solo dichiarare la pace. Ma non ci stiamo a farci umiliare da nessuno e sappiamo come agire, in conformità con il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite.

Infine, il quinto punto riguarda l’Unione Europea. L’idea di nuova Europa che potesse rendere impossibili gli orrori dei due tempi del fratricidio del XX Secolo sono nate anche in Italia, grazie al pensiero federalista sviluppato dagli Esuli di Ventotene. Ma l’Italia – che sposa alla cieca il futuro dell’Unione – ha anche la capacità di staccarsi e di vivere in Pace e prosperità, dichiarando una neutralità che ben si attaglierebbe alla propensione globale del messaggio culturale nazionale.

Se accettiamo le limitazioni che ci derivano dall’adesione agli organismi internazionali multilaterali (UE e Nato) è perché il nostro contributo è moltiplicato dalla nostra stessa adesione. Ma potremmo vivere neutrali e felici lo stesso, perché depositari di messaggi universali di Pace e promozione umana.

Aver coscienza di questa dimensione della nazione italiana è importante per tutti: per noi stessi e per la nostra autostima internazionale, per i nostri soci in Europa, per i partners nella Nato, per gli Stati amici e per quegli Stati con cui abbiamo qualche controversia, risolvibile solo con il ricorso al diritto internazionale, non certo con antistoriche alzate di cresta cui – anche sotto il profilo strettamente operativo – si potrebbe rispondere in modo adeguato.

È tempo di nervi saldi e di intelligenza creativa: se Enrico Letta non se la sentisse, un motivo in più per farsi da parte.

Ultimo aggiornamento 11 Febbraio 2014, ore 3.35 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

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