Matteo Renzi: partitocrazia, ultima fermata!

Il presidente del Consiglio in pectore ha di fronte a se il difficile compito di riformare quel che in apparenza sembra irriformabile e di proporre un nuovo patto sociale di lealtà tra il popolo e le istituzioni, abbattendo quello tra popolo e partiti ormai putrefatto. Ci riuscirà? A noi viene in mente Mikhail Gorbaciov…

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Oggi alle 10.30 Matteo Renzi è atteso dal presidente della Repubblica, che gli conferirà l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri, secondo la procedura prescritta dalla Costituzione: procedura e carta oggi sembrano quel che sono, decrepite, inadatte a normare il mondo istituzionale contemporaneo, farraginose. Vecchie.

Renzi accetterà con riserva, perché ci sono alcuni nodi da sciogliere: economia, rapporto con il Nuovo Centro Destra di Alfano, la contestazione interna di parte del PD, che rifiuta l’assassinio politico del Governo Letta, sia per i modi che nel merito della scelta.

Non che l’esecutivo guidato dal mite Letta non meritasse critiche: l’elenco sarebbe lungo. Ma il modo con cui Matteo Renzi ha assaltato prima il PD, poi il Governo, ha lasciato un retrogusto sgradevole nella bocca dei puristi: qui è il nodo centrale del tempo che cambia e che noi – coetanei di Enrico Letta – non abbiamo compreso. Per mille motivi, noi – quelli della generazione 1964/1970 – avremmo dovuto fare la rivoluzione e non l’abbiamo fatta. Noi avremmo dovuto rivoltare lo Stato come un calzino, eliminando le incrostazioni criminali nella burocrazia, le saldature con la criminalità organizzata e non, i mille meandri in cui si nasconde un permesso e il suo reciproco: l’obolo della concussione.

Non l’abbiamo fatto e abbiamo fallito: falliremmo il doppio se non lo riconoscessimo. Molti della nostra generazione hanno approfittato della vicinanza con il potere, per lucrare rendite di posizione, ma la crisi profonda dell’economia italiana ha la radice nell’eccessivo costo della macchina statale, che ha richiesto sempre maggiori risorse trovate con un’esazione fiscale al limite della estorsione legalizzata da parte del Legislatore. Ne è derivato un crollo verticale della convenienza di fare impresa, un arroccamento verso forme di investimento che dessero delle rendite, il diffondersi dell’idea che fare impresa è inutile, costa troppo e rende poco.

Oggi Matteo Renzi deve avere la consapevolezza di avviarsi in un percorso di guerra interna – semi-civile – contro tutti i poteri davvero forti, a partire dagli ambienti più retrivi della nicchia di potere locale, che blocca ogni processo decisionale: si veda alla voce “dirigenti di assessorato”, che in ogni parte d’Italia traducono le decisioni della politica con un vocabolario maccheronico in cui le regole grammaticali sono da essi stessi elaborate.

La missione di Renzi è accompagnare la partitocrazia al capolinea. Ossia divellere quella relazione spuria pervenuta ai giorni nostri dall’epoca fascista (e anche precedente, se vogliamo essere onesti fino in fondo), una relazione che ha legato i cittadini ai partiti e non allo Stato: la fedeltà (fasulla) di tipo clientelare, in luogo della lealtà costituzionale (fiscale, legale, valoriale).

Cedo a te politico il mio voto (tanto non vale niente, un’aberrazione democratica) non perché sono convinto che tu possa governare bene, secondo i miei valori, ma perché pretendo che tu mi dia in cambio qualcosa: un posto di lavoro (meglio, uno stipendio), un incarico, un ruolo nell’organizzazione del sistema, spesso lucrati senza merito per preparazione, capacità, talento.

Il sistema partitocratico naturalmente resisterà e si aggrapperà con le unghie e con i denti per mantenersi nel privilegio; ma già in questo non tiene conto del contesto storico e delle mutate capacità relazionali consentite dalla rivoluzione informatica. Possiamo comunicare in tempo reale passando sulle barriere spazio temporali e conoscere quel che dieci anni fa era impensabile con analoga velocità, precisione, interattività. In breve, per i baroni del medioevo italiano del XX e dell’inizio del XXI Secolo è finita in ogni caso: costoro devono decidere di arrendersi con le buone maniere o essere travolti da movimenti protestatari di incredibile forza distruttiva.

Ecco perché Matteo Renzi ci fa pensare a Mickhail Gorbaciov, il comunista chiamato a riformare l’Urss l’11 marzo 1985 (sono passati quasi 30 anni…), che procedette nell’intento impossibile da conseguire, perché il sistema era marcio fino al midollo e si reggeva su una struttura di menzogne. L’Urss crollò e con essa molte delle certezze con cui eravamo cresciuti.

Renzi ha lo stesso compito, impossibile: lo dice la realtà, non c’è riuscito nessuno.

Forse c’è una sola possibilità grazie a cui Renzi può farcela: se l’Italia intera – tutti inclusi, nessuno escluso – decide di adottare una strategia cooperativa nel classico dilemma del prigioniero in cui siamo immersi fino alla gola. Ossia se scegliamo di risolvere in modo pacifico le mille controversie di interessi (i valori sono fuori dal dibattito e dall’agenda, tranne quelli cavalcati per motivi inconfessabili) che bloccano il Paese, lo rendono inaffidabile agli occhi di chiunque ci guardi da oltre confine (perfino dal cosiddetto Terzo Mondo), lo hanno reso non attrattivo per gli investimenti privati, non già per quelli coordinati da organismi statuali stranieri, che hanno un potere extra-contrattuale straordinario e non ricorrono certo ai tribunali della Repubblica per salvaguardare i propri interessi.

Visto da questo punto di osservazione, la missione di Renzi è impossibile. Ma è l’assetto cooperativo generale che può fare la differenza: se la burocrazia; le mille caste; chi protegge gli anfratti di illegalità nascosti dai titoli scritti con le iniziali maiuscole; i cialtroni che si piegano a presentarsi al telefono con roboanti “sono il dottor/ingegner/professor tal dei tali” per non correre il pericolo di non essere neanche presi in considerazione perfino dall’ultimo usciere di un ufficio pubblico; i cacciatori di indennità improduttive; se tutti costoro (lista indicativa, non certo esaustiva) non decidono di arrendersi, negoziando il massimo per una relativa quieta vecchiaia, allora questo Paese è destinato a implodere con livelli di violenza non prevedibili.

Lo Stato (meglio, l’apparato costituito dai politici di ogni ordine e grado di governo) è percepito come nemico del cittadino perbene, alleato di fatto con i delinquenti. Perfino negli ambienti militari – dove ci si sforza di mantenere un aplomb ammantato di esibita fedeltà ai valori democratici – si comincia a pensare se l’approccio lealista non abbia prodotto una malintesa complicità a un sistema ormai fallito e immorale. Al netto di comportamenti di “alte sfere” che si attagliano bene al clima di malversazione generale. E la vicenda dei fucilieri di Marina del San Marco, indagati in India perché i politici non hanno saputo dove mettere le mani per ben due anni, può essere la punta di un iceberg di malcontento e, allo stesso tempo, il detonatore di un malessere che può arrivare anche all’insubordinazione verso i politici, ma alla lealtà verso la Legge.

Speriamo che Renzi – insieme a tutti gli altri – si renda conto della posta in gioco: l’Italia e gli italiani, sempre più disamorati del proprio Paese, sempre più propensi a mettere a disposizione di altre nazioni le proprie capacità, il vero depauperamento di un tesoro che in 50 anni aveva portato la Penisola dalla fame più nera del Secondo Dopoguerra al quinto posto tra i Paesi industrializzati. “Fateci vivere in un Paese normale”, ha chiesto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, qualche giorno fa, “e vi faremo vedere di cosa siamo capaci”.

In bocca al lupo Matteo Renzi, in bocca al lupo Italia.

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