12 anni schiavo, il film candidato a nove premi Oscar sbarca in Italia!

La pellicola di Steve McQueen, vincitrice del Golden Globe e del BAFTA come miglior film, uscirà il 20 febbraio nelle sale italiane

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Come rendere sensazionale la storia di Solomon Northup? Un personaggio che, ve ne accorgerete, nel corso della pellicola non mostra grandi segni di cambiamento interiore, perché parte dal presupposto di essere nel giusto (ovviamente) e nel quale il pubblico non potrà non identificarsi totalmente, estraniandosi da tutti gli altri protagonisti che di volta in volta gli si presentano su un cammino di dolore, sofferenza e resistenza. Se ti chiami Steve McQueen sarai abile a sfruttare una storia in definitiva “semplice” per continuare un discorso intrapreso fin da inizio carriera.

Il regista londinese, omonimo di quel McQueen al cento per cento americano, torna a parlarci e a utilizzare il corpo come metafora: dopo il fulmine a ciel sereno rappresentato dall’esordio con Hunger, in cui il corpo di Michael Fassbender si trasformava in un’arma politica potentissima e quello prettamente fisico/mentale di Shame, dove mancava la propensione alla comunicazione attraverso il corpo, incapace di ritrasmettere gli stessi sentimenti riprovati meccanicamente all’infinita a causa di una dipendenza, quella del porno su internet, molto aggressiva e dura da eguagliare nel quotidiano. In questo 12 Years a Slave, per la prima volta, McQueen si ritrova in mano un copione che non porta la sua firma, allora la chiave deve essere tutta registica; perché se i due precedenti lavori lasciavano spazio aperto alle riflessioni, alle sfumature, al non detto di alcuni sofferti passaggi qui, invece, la stessa sceneggiatura costituisce la riflessione, che è sola e inequivocabile.

Ecco che il corpo martoriato di Solomon Northup non lascia spazio a metafore, se non le più semplici e scontate, così come il protagonista della storia (un Chiwetel Ejiofor molto convincente, che però dovrà “inginocchiarsi” alla mostruosa bravura ancora di Fassbender) non cederà mai il passo a una deformazione del proprio carattere in base agli eventi che è costretto ad affrontare; il suo andamento in questo modo diventa simbolo della dignità di un uomo, che ad ogni colpo violento si rialza a testa alta. La cinepresa di McQueen osserva, documenta, filtra gli sguardi, i corpi, l’odio, la lotta, la speranza, la disperazione che coinvolge (forse eccessivamente) lo spettatore, caricando ogni singola inquadratura (perfetta) con suoni e rumori ora elegiaci ora agghiaccianti.

12 Years a Slave è il terzo atto di una carriera splendida, un film se vogliamo più maturo dal punto di vista formale rispetto ai precedenti, che perde però qualcosa in termini “filosofici” per arrivare a colpire un pubblico sicuramente più vasto.

VOTO : 8,5

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il trailer ufficiale italiano: 

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