Al Vittoriano i capolavori dell’impressionismo del Musée d’Orsay

Prestiti eccezionali al Complesso del Vittoriano per raccontare il prima, il durante e il dopo di uno dei movimenti artistici più rivoluzionari della storia dell’arte

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ROMA – “Sono costretto a continue trasformazioni, perché tutto cresce e rinverdisce. Insomma, a forza di trasformazioni, io seguo la natura senza poterla afferrare, e poi questo fiume che scende, risale, un giorno verde, poi giallo, oggi pomeriggio asciutto e domani sarà un torrente” affermava Claude Monet esplicitando un pensiero-cardine – quello dell’en plein air – dell’Impressionismo sorto, in Francia alla fine del XIX sec, dopo le novità introdotte dal romanticismo e dal realismo.

Proprio ciò che ha preceduto e ciò che è derivato dal movimento saranno fruibili dal 22 febbraio all’8 giugno al Complesso del Vittoriano. Ben 70 opere eccezionalmente prestate dal Musée d’Orsay saranno esposte durante la rassegna “Musée d’Orsay. Capolavori” curata da Guy Cogeval – presidente e direttore del museo parigino – e Xavier Rey – conservatore di pittura dello stesso –  secondo un racconto sul fermento creativo tra il 1848 e il 1914 e sul passaggio dalla pittura accademica dei Salon alla “pittura nuova” impressionista fino alle proposte dei nabis e dei simbolisti.

La volontà di non soffermarsi solo sulle tele di Manet, Monet, Renoir, Degas, Pissarro che, largamente amati, sono però stati protagonisti di diverse mostre-evento in giro per l’Italia, ha spinto alla creazione di un percorso cronologico in cinque sezioni – utili a comprendere retroscena e influenze dell’Impressionismo come avanguardia della modernità – con inoltre un inedito approfondimento del lavoro di allestimento e di museografia svolto dall’architetto Gae Aulenti – morta lo scorso anno – nel 1986, opera che trasformò l’ex stazione ferroviaria in una delle istituzioni culturali più prestigiose del mondo, il Muséè d’Orsay.

Si parte ovviamente dalla tradizione dei Salon – esposizioni collettive e periodiche di pittura e scultura all’interno del Louvre – in cui, tra il 1860 e il 1870, si fecero strada artisti come Cabanel, Bouguereau e Henner capaci di rinnovare lo stile accademico in linea con il nascente Realismo di cui il maggior esponente fu Coubert che, in un opuscolo scritto in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1855, dichiarò: “Ho voluto essere capace di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto della mia epoca secondo il mio modo di vedere, fare dell’arte viva, questo è il mio scopo.” Il Realismo introdusse, infatti, una visione dell’arte scevra da allegorie e finzioni e totalmente devota a una rappresentazione vera della realtà – stimolata anche dall’invenzione negli anni ’30 del dagherrotipo – in cui il quotidiano e il sociale potessero avere spazio, non senza punte provocatorie – e ancora oggi scioccanti – come nel quadro L’origine du monde sempre di Coubert.

Da una costola del Realismo, quella più lirica, più paesaggistica e vicina al romanticismo, nacque la Scuola di Barbizon da cui gli impressionisti trassero grande ispirazione e su cui si sofferma la seconda sezione della mostra romana. L’affermazione della libertà e della soggettività dell’artista, l’attenzione verso il colore, la negazione dell’importanza del soggetto e ovviamente l’en plein air associato alle ricerche luministiche furono stilemi di questo gruppo di pittori situati vicino alla foresta di Fontainebleau. Forme sfuggenti e tinte sfocate, colore impastato di luce e lirismo pittorico appaiono nelle tele di Jean Baptiste Corot – capofila della scuola insieme a Rousseau e a Daubigny – che si accostò alla rappresentazione dal vero con umiltà e animo sincero, non perseguendo l’idealizzazione della natura ma indagando il suo mistero.

Proprio a Barbizon Monet e Bazille sperimentarono la tecnica della frammentazione della pennellata volta alla resa e alla distribuzione delle vibrazioni luminose sulle opere non più legate solo alla pittura di paesaggio ma anche alla rappresentazione della modernità parigina con la borghesia rampante, il teatro, il treno, il paesaggio urbano. I nuovi stili di vita e la frenesia dell’epoca appaiono, come in una danza, in L’orchestre de l’Opéra di Degas, in Jeunes filles au piano di Renoir e in quadri emblematici- non presenti in mostra – come La Gare Saint-Lazare di Monet e la celeberrima Le déjeuner sur l’herbe di Manet che – esposta al Salon des Refusés voluto dall’imperatore Napoleone III nel 1863 – è considerata l’opera antesignana del movimento. La raffigurazione di due donne nude con accanto due giovani ben vestiti fu un vero e proprio scandalo; il soggetto apparve volgare e osceno poiché, al di là del motivo erotico, i personaggi ritratti erano persone dell’epoca – due modelle e due studenti – senza fronzoli e in assoluta libertà; lo stile era inoltre moderno con quei contrasti di luci e ombre – “il veder tramite macchie” appunto -, l’uso di una prospettiva area e non classica – accennata solo dagli alberi -, l’esecuzione rapida – quasi ad abbozzo – del sottobosco che rimbalza le figure facendole galleggiare.

In poco meno di 20 anni, quelle impressioni istantanee – volte a catturare la mutevolezza del reale – sconvolsero la vita della Ville Lumiere, determinando, nella seconda metà dell’Ottocento, la nascita di diverse correnti artistiche, rappresentate nella parte conclusiva della rassegna al Complesso del Vittoriano.

L’abbandono del dato realistico, già anticipato da un Monet sempre più legato all’astrazione, troverà spazio nel neo-impressionismo di Signac e Seaurat che, pur mantenendo un certo rapporto con il romanticismo, posero l’esigenza di un rapporto tra arte e scienza, dando voce ai pointillisti. Siamo negli anni ’80 quando gli esponenti di questo movimento spinsero al massimo il concetto di separazione delle macchie cromatiche introdotto dagli impressionisti, raccogliendo la lezione di Chevreul secondo cui accostando due colori complementari l’aura del colore di uno rafforza quella dell’altro aumentandone la luminosità.

La tecnica di giustapporre colori complementari per accentuarne la percezione si ritrova ne L’Italienne di Vincent Van Gogh – in mostra a Roma – in cui il pittore olandese unisce i rossi ai verdi e i blu agli arancio senza utilizzare la tecnica del puntinismo, preferendo un tratteggio energico, nervoso e espressivo. L’assenza di prospettiva, lo sfondo monocromatico, il bordo asimmetrico e la stilizzazione della figura di Agostina Segatori – modella già di Corot e Manet e che ricorda la piramide della Madonna col bambino e Sant’Anna di Masaccio – richiamano le stampe giapponesi e un certo primitivismo vicino a Gauguin.

Accolto nel villaggio bretone di Pont Aven, Gauguin e coloro che lo seguirono sperimentarono, infatti, un’altra avanguardia post-impressionista, volta a scoprire nuove forme e nuovi generi per ritrovare una maggiore interiorità all’interno delle tele. Rifuggendo il mito del progresso e scoprendo, invece, l’arte primitiva africana e l’esotismo questi artisti anticiparono il linguaggio simbolista interpretato da artisti come Moreau e Chavannes che, pur partendo da una pittura di paesaggio, ricercarono nella rappresentazione dal vero anche una nuova spiritualità, associando al soggetto l’io creativo. Dalla scuola di Pont Avent prese il via anche il gruppo di Sèrusier e dei Nabis che – gettando le basi per l’Art Noveau – proposero un’arte dalle forme primitive e bidimensionali, dove la giustapposizione dei colori divenne espressione dell’io e della purezza, riaffermando la dimensione decorativa della pittura in opere di grande formato.

La complessità dell’eredità lasciata dall’Impressionismo – non a caso definito all’epoca “pittura nuova” – dimostra quanto il movimento fu rivoluzionario, quanto tutte le correnti pittoriche successive abbiano dovuto confrontarsi e attingere da esso arrivando a spalancare le porte dell’arte contemporanea. Le numerose esposizioni con protagonisti Monet, Degas, Cezanne, Renoir hanno incendiato, in questi anni, gli animi di orde di visitatori letteralmente in balìa della “moda dell’Impressionismo”, suggestionati dalla poetica di questi artisti – a volte scambiata per fuga in mondi idilliaci – ma spesso dimentichi della profonda innovazione – soprattutto in termini tecnici – introdotta.

Sarà questa l’occasione per ripristinare un po’ di ordine e per favorire un reale approfondimento? A coloro che avranno il piacere di visitarla, l’ardua sentenza!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Complesso del Vittoriano, “MUSÉE D’ORSAY. Capolavori“, dal 22/02/2014 al 8/06/2014

Orario: dal lunedì al giovedì 9.30 –19.30 | venerdì e sabato 9.30 – 23.00 | domenica 9.30 – 20.30 (la biglietteria chiude un’ora prima della chiusura)

Biglietto: € 12,00 intero, € 9,00 ridotto

Informazioni: Tel: 06 6780664

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