Mauro Moretti avrebbe ragione, se non avesse torto marcio

Lo Stato non dovrebbe avere manager che gestiscano aziende: lo Stato dovrebbe essere giudice terzo e non giocatore in economia. Le incongruenze di un Paese in bilico d’identità

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Le dichiarazioni di Mauro Moretti di ieri hanno fatto scalpore. Di fronte all’eventualità – anzi, allo scenario – di una riduzione degli emolumenti per i manager di aziende pubbliche, una misura della spending review prospettata dal capo del Governo italiano, Matteo Renzi, l’amministratore delegato del Gruppo Ferrovie dello Stato ha dichiarato: “così i manager se ne andranno dall’Italia”. E alla specifica domanda se avrebbe fatto quella scelta, di fronte alla riduzione netta del suo emolumento (attualmente intorno agli 850 mila euro annui), ha risposto senza esitazione: “ma certamente”.

Moretti ha inteso sottolineare che la retribuzione è, in un sistema di mercato, connaturata alle capacità professionali e che mortificare la retribuzione significa spingere i professionisti ad andarsene dall’Italia.

Mauro Moretti ha ragione, senza alcun dubbio: ma non in Italia, non per i manager pubblici.

Le sue parole sarebbero del tutto condivisibili in un Paese in cui la politica non avesse così gravi responsabilità nella programmazione dello sviluppo del Paese; e in cui un altro Mauro Moretti dovrebbe essere parte del sistema partitocratico per poter rivestire le funzioni di primaria importanza esercitate dall’attuale ad del Gruppo Ferrovie dello Stato.

Nella denominazione “Gruppo Ferrovie dello Stato” c’è tutta l’incongruenza di un Paese che vive un’irrisolta crisi di identità e di collocazione in Occidente, tra economia di mercato e dirigismo. Perché è chiaro che richiamare il valore di mercato di un professionista è incompatibile con le modalità di crescita professionale al traino di sindacati e di partiti politici (a prescindere dalla collocazione), come avvenuto nella storia di Moretti.

Intendiamoci, Moretti è una persona in gamba, lo è stato fin dall’università. È un tecnico di indubbie capacità, è stato in grado di tirare fuori le Ferrovie dello Stato dal pozzo senza fondo delle perdite, che però erano (sono) l’effetto di una serie di criticità genetiche nel sistema italiano dei trasporti, in cui la causa principale è l’incapacità della politica di programmare il territorio. Ma il risanamento è solo l’aspetto contabile, non ragguaglia sulla qualità del servizio e sull’omogeneità della qualità del servizio in tutto il Paese.

Moretti avrebbe avuto un raddoppio del suo emolumento se avesse risanato le “Italian Rails”, mantenendo il servizio a livelli di qualità elevata in tutto il Paese e in tutte le fasce di trasporto, risolvendo le criticità, azzerando gli sprechi. Non è andata così. Basta provare a viaggiare nel Sud del Paese, dove la politica ha impresso scelte a favore del trasporto gommato, spesso grazie a legami spuri, e dove la rete ferroviaria è fatiscente per azzeramento di investimenti e di sviluppo. Basta provare a viaggiare sui treni regionali nella tratta Milano-Padova (ma è solo un esempio), per capire la differenza esistente con i Frecciabianca nella semplice gestione dell’igiene. Un bar con analoga sporcizia diffusa, fetori vari, manutenzione al minimo sindacale, non resisterebbe un minuto a una visita ispettiva dell’Asl competente: perché questo non avviene per i treni italiani del gruppo presieduto da Moretti? Grazie alla politica?

Infine, Mauro Moretti ha potuto espletare le proprie capacità in un sistema in cui ha potuto godere del privilegio monopolistico: come non ricordare gli impedimenti posti a Ntv e a Italo Treno, che non può raggiungere Termini, ma deve “accontentarsi” di far base alla stazione “Ostiense” a Roma?

Il paragone con Michele Santoro di questa mattina è assolutamente incongruo: Santoro è un imprenditore, che produce un programma e lo vende. A volte può piacere, a volte no, il telecomando è il mezzo democratico per decidere di riconoscerne la validità o negarla.

Quindi, caro Mario Moretti, prepari le valigie: è giusto che la sua professionalità trovi una retribuzione adeguata, ma forse anche un giudice più severo sul bilancio tra costi e benefici della gestione di un’attività. Lei senza politica forse non avrebbe potuto guadagnarli 70 mila euro al mese. Ci pensi…

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Un pensiero riguardo “Mauro Moretti avrebbe ragione, se non avesse torto marcio

  • 23/03/2014 in 11:45:02
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    complimenti davvero per questo articolo.cominciamo a mandarli via questi bastardi super pagati che pensano di essere insostituibili,quando caso contrario ci possono essere altri giovani ch possono fare meglio con uno stipendio adeguato(dieci volte quello di un impiegato medio)
    come e’ di prassi in tutti gli altri paesi del mondo.e gia che ci sono fottuti dirigenti della casta rai||pubblicate le retribuzioni di tutti i dirigenti e collaboratori in modo che la gente sappia quanti sperperi fate con i ns soldi(es clerici 3 milioni.fazio 6 milioni ecc).

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