Dolce e Gabbana: sette anni tra assoluzioni, condanne e liti

Una vergognosa storia italiana di incertezza del diritto, di moralismo un tanto al chilo e di cialtronerie diffuse

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Milano – Sette anni dopo l’inizio dell’indagine a loro carico, il procuratore generale di Milano chiede l’assoluzione di Dolce e Gabbana. Un anno fa gli stilisti erano stati condannati in primo grado a un anno e otto mesi di reclusione per omessa dichiarazione dei redditi, ma erano stati assolti per il reato di dichiarazione infedele dei redditi. Una condanna a sua volta arrivata a due anni da una prima assoluzione per lo stesso contenzioso fiscale, che era stata annullata a fine 2011 dalla Cassazione. L’indagine sui due stilisti e su altri cinque amministratori del colosso della moda, cui vengono contestati fatti relativi al biennio 2004-2005, era nata nel 2007 da una verifica fiscale.

Ecco le tappe principali della vicenda.

– 15 ottobre 2010: la procura di Milano chiude le indagini su Dolce e Gabbana e su altri cinque amministratori del gruppo di moda, tra cui il fratello di Domenico Dolce, accusati a vario titolo di truffa aggravata ai danni dello Stato e di dichiarazione infedele dei redditi. Viene contestata una presunta evasione di circa 1 miliardo di euro (420 milioni a testa per i due stilisti e altri 200 milioni riferibili alla società). L’ipotesi del pm è che sia stata creata una società lussemburghese, la ‘Gado’, di fatto gestita dall’Italia ma proprietaria dei marchi del gruppo, in modo che i proventi derivanti dallo sfruttamento del brand venissero tassati all’estero e non in Italia.

– 19 novembre il pm di Milano, Laura Pedio, chiede il rinvio a giudizio.

– 1 aprile 2011: il gup di Milano, Simone Luerti, assolve i sette imputati “perché il fatto non sussiste”. Secondo il gup, tutti i passaggi che portarono alla creazione della ‘Gado’ furono compiuti “alla luce del sole”. La sentenza sarà impugnata a metà maggio in Cassazione dal pm.

– 23 novembre 2011: la Cassazione annulla il proscioglimento dei due stilisti e degli altri imputati, rinviando gli atti al gup per una nuova decisione. L’elusione fiscale, secondo la suprema corte, può assumere in determinati casi rilevanza penale.

– 21 gennaio 2012: gli stilisti vengono condannati a pagare 343 milioni di euro di multa al fisco. La condanna sarà confermata anche in appello, un anno dopo, dalla commissione tributaria di Milano.

– 8 giugno 2012: il nuovo gup di Milano, Giuseppe Gennari, restituisce gli atti alla procura, che chiamerà i due stilisti a processo con citazione diretta senza passare attraverso l’udienza preliminare. L’inizio del processo viene fissato per il 3 dicembre; la Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi degli imputati.

– 29 maggio 2013: condannare Domenico Dolce e Stefano Gabbana a due anni e sei mesi di reclusione in quanto “soggetti che hanno maggiormente beneficiato” dell’operazione che ha portato alla maxi-evasione fiscale. è la richiesta del pm di Milano, Gaetano Ruta, che riguarda il solo reato di omessa dichiarazione dei redditi perché per la dichiarazione infedele è intervenuta la prescrizione. Per gli altri cinque imputati, tra cui Alfonso Dolce, sono chieste quattro condanne e un’assoluzione. L’agenzia delle entrate, parte civile nel processo, chiede 10 milioni di euro per danno all’immagine. I legali degli stilisti invocano l’assoluzione perché “hanno pagato fino all’ultimo centesimo tutte le tasse dovute”.

– 19 giugno 2013: Dolce e Gabbana vengono condannati a un anno e 8 mesi (pena sospesa) per omessa dichiarazione dei redditi. Assolti invece dall’accusa di “dichiarazione infedele dei redditi” perchè il fatto non sussiste.

– 19 luglio 2013: gli stilisti proclamano una “chiusura per indignazione” di tutti i negozi di Milano per tre giorni. Nodo del contendere le parole dell’assessore al commercio della giunta Pisapia, Franco D’Alfonso, secondo il quale il Comune avrebbe dovuto negare a “evasori fiscali” l’uso di spazi comunali, qualora ne avessero fatto richiesta.

(Credit: AGI) .

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