Usa e Russia negoziano all’Onu per “colpire le finanze dell’Isis”. Attrito Turchia-Iraq in Kurdistan

L’avvicinamento tra Washington e Mosca probabilmente significa che c’è condivisione delle informazioni di intelligence sul ruolo turco nel commercio illegale di petrolio trafugato dallo Stato Islamico. Consiglieri militari di Ankara nel Nord Iraq provocano la reazione di Baghdad, che convoca l’ambasciatore per spiegazioni, ma Erdogan ha il fiato corto

Washington – Cambio di strategia alle Nazioni Unite da parte russa e americana, che stanno collaborando alla definizione di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza finalizzata a bloccare le fonti finanziarie dell’ISIS, in buona parte provenienti dal commercio di petrolio trafugato dalla Siria e dall’Iraq.

Con un ribaltamento (reciproco) di 180°, Mosca e Washington stanno convergendo in un negoziato sul testo del documento del Consiglio di Sicurezza, che lo discuterà a livello di ministri delle Finanze dei 15 membri attuali (i cinque permanenti e i 10 a rotazione) il prossimo 17 Dicembre. Una novità di non indifferente rilevanza, visto che impegnerà i governi firmatari in un meeting inedito nella storia dell’Onu.

La riunione – probabilmente a porte chiuse – sarà presieduta dal ministro del Tesoro statunitense, Jack Lew, come ha anticipato ieri il ‘New York Times’.

L’atteggiamento di Mosca sul tema è cambiato da quando le relazioni con la Turchia si sono improvvisamente raffreddate, a seguito dell’abbattimento del Sukhoi-24 avvenuto il 24 Novembre scorso a opera di due caccia F-16 dell’aviazione di Ankara, per una dichiarata violazione dello spazio aereo turco, durata però soli 17 secondi.

Da quel momento, il presidente Vladimir Putin ha prima accusato la Turchia di cooperare di fatto con l’ISIS, poi tre giorni fa la Russia ha spiegato apertis verbis che il presidente Recep Tayyip Erdogan protegge l’Isis perché la sua famiglia sarebbe in affari con i jihadisti. La conferenza stampa di , un’inedita alleanza tra il Sultano in animo e il Califfo in corpore, Abu Bakr al Baghdadi. Un’accusa non di poco conto, sia perché la Turchia è un Paese membro dell’Alleanza Atlantica e del suo braccio armato, la Nato (sono due cose diverse, spesso confuse per ignoranza), sia perché il petrolio commercializzato (in dumping) dai jihadisti è rubato alla Siria e all’Iraq.

L’ambasciatore russo all’Onu, Vitaly Churkin, non citando la Turchia, ha spiegato che ora è intenzione di Mosca includere nella risoluzione dell’Onu l’obbligo per il Segretario Generale Ban Ki-moon di riferire su chi stia violando il divieto di fare affari o di finanziare l’Isis.

L’altra inversione di 180° è di Washington. Passata la fase burocratica della solidarietà verbale ad Ankara, qualcuno al Dipartimento di Stato e alla Difesa – raccogliendo umori e informazioni delle relative filiere – deve aver posto all’attenzione di Barack Obama (che rimane il peggiore presidente della storia americana, ma che forse ha ancora un piccolo margine per migliorare in extremis il giudizio che gli storici daranno sulla sua Amministrazione), l’avvicinamento a Mosca è una rivoluzione copernicana. La Nato con la presenza di Ankara ha un grosso problema, non più un’opportunità.

Lo dimostra il dispiegamento di truppe turche in Iraq settentrionale, che ha spinto il governo di Baghdad a convocare l’ambasciatore turco per spiegazioni su una presenza controversa e imbarazzante, che mina la sicurezza atlantica e pone in pericolo tutta l’Alleanza e gli sforzi delle Nazioni Unite per debellare il jihadismo islamico.

L’agenzia Anadolu ha reso noto che le forze turche sono entrate in Iraq venerdì nell’area di Bashika, a Nord-Est di Mosul, capoluogo della provincia di Niniveh, roccaforte dell’Isis in Iraq dall’estate 2014, quando i miliziani jihadisti occuparono ampie zone del Paese.

Le truppe – supportate da 20 carri armati – sarebbero nella zona come consulenti militari delle milizie curde, in particolare nel campo di Al Zalkan, base della milizia irachena ribattezzata Moltitudine Nazionale.

La posizione del dispiegamento – posto 25 chilometri a nord di Mosul – sarebbe l’avamposto da cui 80.000 combattenti si preparano per l’offensiva finalizzata a liberare la città dalla presenza dell’Isis.

Il Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi ha convocato l’ambasciatore turco a Baghdad per ottenere ‘spiegazioni’ sulla presenza di uomini e mezzi nel proprio Paese. Una mossa dovuta, dopo le critiche elevate verso gli Stati Uniti, dopo la divulgazione della notizia che la Difesa Usa avrebbe dispiegato le forze speciali in Siria e Iraq contro l’Isis, spiegando che qualsiasi arrivo di truppe straniere sarebbe stato considerato come “un’aggressione”.

Una prova ulteriore per il governo iracheno, alle prese con delicati equilibri confessionali tra sciiti e sunniti e influenze internazionali di Iran, Russia, Stati Uniti e monarchie del Golfo. La richiesta di ritiro di queste truppe, formulata ad Ankara, non ha avuto seguito. Al contrario, sembra che la presenza turca nel Nord Iraq sia stata rafforzata, una mina per la stabilità dell’Alleanza Atlantica e una complicazione per il quadro mediorientale.

(Photo Credit: REUTERS/STRINGER) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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