Libia, l’emergenza che non è emergenza

Nel dicembre 2015 il Parlamento approvò un decreto legge che nascondeva una norma pericolosa, che si pone in contraddizione con la Costituzione, il diritto internazionale e che esautora Parlamento e Stato Maggiore Difesa dal coordinamento di azioni militari. Comanda il Controspionaggio estero: ossia Renzi (oggi. E domani?)

In pochi giorni, siamo passati da “in Libia non c’è alcun militare italiano” a “ci sono una decina di militari delle Forze Speciali con compiti di addestramento” a “i militari italiani sono tra 50 e 100”.

Dichiarazioni di esimi esponenti della stampa italiana, abbattute come birilli dal sottosegretario agli Esteri Mario Giro, il quale durante una trasmissione televisiva (TG24 Pomeriggio, Sky) ha confermato che quella era “una non notizia”: i militari italiani delle Forze Speciali ci sono, fanno gli sminatori e gli istruttori.

Se fosse vero che unità delle Forze Speciali sono impegnate in opere di sminamento e di addestramento sarebbe una follia, ma presumibilmente non è così. Non sappiamo chi ci sia in Libia (possiamo ragionevolmente immaginarlo), per fare cosa e con che mezzi.

Perché avviene tutto questo? Perché non c’è dibattito politico sul tema? Perché in Parlamento non se ne è discusso?

Perché il Governo nel novembre scorso inserì nel decreto di proroga delle missioni all’estero (Decreto legge 30 ottobre 2015, n. 174, convertito con modificazioni dalla L. 11 dicembre 2015, n. 198 in G.U. 16/12/2015, n. 292: disponibile qui) una norma che esautora il Parlamento dalle questioni attinenti a missioni militari all’estero e attribuisce il comando delle stesse operazioni al Controspionaggio Estero (AISE).

È come se le operazioni dell’esercito americano le guidasse la Central Intelligence Agency”, scrisse sul tema Mario Sechi sul suo blog personale, unico in Italia ad aver messo il dito nella piaga, inascoltato (come capita spesso in Italia a chi ne sa di più). “Il rischio – notava l’ex direttore de Il Tempo – è quello della confusione dei ruoli: le spie fanno le spie, i soldati i soldati e i politici i politici. C’è chi monitora il campo, chi preme il grilletto, chi controlla la coerenza dell’obiettivo politico con la missione”. Punto.

Se comanda l’Aise, ne conseguono tre aspetti:

  1. il controllo di tutte le operazioni militari all’estero spetta al Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), che opera in genere in regime di segreto e che su tutta la questione dovrà relazionare al Parlamento solo 24 mesi dopo la conversione in legge del decreto (sempre che una norma successiva non posponga questo termine).
  2. il Copasir non rappresenta tutto l’arco delle forze politiche presenti in Parlamento: Forza Italia, per esempio, non ha propri commissari. Un vulnus costituzionale, perché viene alterato l’equilibrio di poteri tra Governo e Parlamento, con quest’ultimo esautorato.
  3. i militari italiani in missione all’estero sono coperti dalla immunità funzionale assoluta prevista per gli ‘agenti segreti’: non risponderebbero di eventuali reati militari commessi durante l’esercizio delle loro funzioni, neanche le SS naziste avrebbero potuto sperare in tanto (con massima stima per i militari italiani, ma in certi contesti la trebisonda si può perdere più facilmente). Tutto questo in violazione del diritto internazionale generale e di quello bellico in particolare (Convenzioni di Ginevra). Ma Renzi lo sa? Dubitiamo.

Oltre al Parlamento, sono esautorati il ministero della Difesa e lo Stato Maggiore della Difesa nella classica (e democratica) catena di comando e controllo politico delle operazioni militari, sia in tempo di pace che in tempo di guerra, anche perché la guerra – vietata dall’Articolo 11 della Costituzione come azione di offesa per la soluzione di controversie internazionali – è ammessa nel nostro ordinamento come extrema ratio, in un quadro giuridico certo, dovendo ottenere la deliberazione del Parlamento (secondo il dettato dell’Articolo 78 della Costituzione) in un processo complesso che coinvolge il Capo dello Stato, che a norma dell’articolo 87 “la dichiara”, come atto avente conseguenze nella Comunità Internazionale (proprio per le prerogative ‘esterne’ del presidente della Repubblica).

L’operazione in Libia è iniziata con due anni di ritardo.

L’Italia avrebbe dovuto appoggiare il governo presieduto da Abdullah al-Thani, riconosciuto dalla Comunità Internazionale fino a quello imposto dall’Onu e presieduto da Fayez al-Sarraj (che però non controlla tutto il Paese).

La questione non è andarci-non andarci, partecipare-non partecipare a un’operazione militare che serve per difendere gli interessi nazionali italiani, anzitutto quello alla difesa del Paese, nonostante le dichiarazioni mendaci dei ministri del Governo Renzi.

La questione principale è che il Governo Renzi viola la Costituzione con la complicità del Parlamento e del Presidente della Repubblica, soprattutto perché l’Italia non ha una norma legislativa che stabilisca regole certe per lo ‘Stato di Eccezione’ (Stato di Emergenza): le norme esistenti limitano la dichiarazione dello Stato di Emergenza ai soli eventi causati da calamità naturali.

Per un’emergenza causata da eventi traumatici che coinvolgano la sicurezza e la difesa del Paese (e dell’Unione Europea) l’Italia è in un limbo giuridico: così Renzi copre il vulnus legislativo con un atto pericoloso, che dà al presidente del Consiglio dei Ministri poteri semi-assoluti. Una follia.

Avete mai letto osservazioni del genere su altri giornali (a parte Mario Sechi)? Dubito. Ignoranza o malafede pro-Renzi? Noi propendiamo per la malafede.

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