Jean Asselborn, il ministro socialista insostenibile cialtrone

Paragonare l’immigrazione italiana (ed europea) in Lussemburgo (e nel resto mondo) con l’afflusso di immigrati irregolari da Asia, Medio Oriente e Africa è una insostenibile cretineria, indegna di un ministro degli esteri di uno Stato membro dell’Unione Europea

Verona – Bisognerebbe analizzare la Scheda Paese del Lussemburgo per capire la radice delle affermazioni ridicole e indegne per un ministro degli Esteri di uno Stato membro dell’Unione Europea, Jean Asselborn, proferite ieri al Vertice di Vienna dell’UE sul tema dell’immigrazione (clandestina). Bisognerebbe farlo per capire che Paese è oggi quello Stato e per avere un’idea di che Paese sarebbe rimasto senza integrazione europea e il suo limitato precedente, il Benelux, l’unione doganale tra Belgio, Olanda e Lussemburgo firmata a guerra ancora non finita il 5 Marzo 1944 dai governi dei tre Paesi in esilio, poi entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

Il Lussemburgo oggi ha 550 mila abitanti, meno di un quinto di Roma. Monarchia parlamentare, con al vertice il Granduca Enrico di Lussemburgo, ha un motto nazionale assai significativo: “Mir wëlle bleiwe wat mir sinn” (“Vogliamo rimanere ciò che siamo”).

Come ricorda il demografo Giancarlo Blangiardo intervistato da Andrea Zambrano su ‘La Nuova Bussola Quotidiana’ di oggi (“Immigrazione, il boomerang del ministro lussemburghese”), da paese dedito alla pastorizia e all’agricoltura è progredito grazie alla cooperazione europea e all’immigrazione, anche italiana.

Paragonare però l’immigrazione italiana in Lussemburgo (statisticamente non elevata) o in altre parti del mondo all’ingresso di centinaia di migliaia di persone da Asia, Medio Oriente e Africa dalle identità ignote e con metodi che violano le leggi esistenti è una stupidaggine sesquipedale per diversi motivi.

Anzitutto, gli italiani (e non solo) lasciarono il proprio Paese rispettando le leggi sull’immigrazione in vigore, spesso nel quadro di accordi tra Stati, con la propria identità, i propri documenti che ne confermavano i dati, acclarati dalle autorità consolari italiane nei Paesi di approdo.

In secondo luogo, gli italiani – con la premessa precedente – in prevalenza rispettarono le leggi, sottoponendosi a umiliazioni personali che oggi neanche il più imbecille degli italiani si sognerebbe di rivolgere a chicchessia.

Terzo, gli italiani (e non solo) che emigrarono in altri Paesi lo fecero con un progetto di vita mirante a migliorare l’esistenza propria e dei propri figli, inserendosi nelle realtà ospitanti in punta di piedi e conquistando (chi è riuscito) prestigio professionale con il duro lavoro (perfino i criminali italiani di esportazione, percentualmente una sparuta minoranza, ebbero italiani emigrati a contrastare le loro illecite attività).

Infine, il paragone offende anche gli immigrati in Italia ed Europa arrivati rispettando le leggi o grazie alle norme sulla protezione dei rifugiati e dei profughi di guerra, i quali vivono con lo stesso approccio dei nostri emigranti in terra straniera, rispettando le leggi e cercando di conquistare con la fatica del lavoro il miglioramento della propria vita che intendono assicurare alle proprie famiglie e a se stessi.

Il paragone di Asselborn dunque non è solo infondato, inconsistente, irreale, ma è l’affermazione grave (perché proferita da un ministro degli Esteri di uno Stato membro dell’UE) di un insostenibile cialtrone.

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