Confcommercio denuncia: in 20 anni le imposte locali cresciute del 500 per cento. Fallito il decentramento

Indagine in collaborazione con il CER: dal 1992 tributi locali passati da 18 a 108 miliardi di euro. La vera misura del fallimento del decentramento amministrativo promosso da Bassanini per incapacità delle classi politiche locali, regionali e nazionali

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Roma – Il decentramento amministrativo, iniziato in ritardo nel 1970 con l’istituzione delle regioni a statuto ordinario e proseguite venti anni dopo con le norme sul decentramento promosse da Franco Bassanini, è fallito. È questo il dato centrale della denuncia di Confcommercio, che in uno studio condotto in collaborazione con il CER – Centro Europa Ricerche – ha rilevato come negli ultimi 20 anni la spesa pubblica complessiva sia raddoppiata: la spesa corrente delle amministrazioni centrali (dello Stato e dei vari enti di diretta emanazione statale) del 53 per cento, quella di regioni, province e comuni del 126 per cento e quella degli enti previdenziali del 127 per cento.

Per fare fronte a questa dilapidazione improduttiva (visto lo Stato del Paese…), l’esazione fiscale locale è aumentata di ben il 500 per cento, passando da 18 a 108 miliardi, mentre a livello centrale è raddoppiata.

Confcommercio non le manda a dire, perché sottolinea a chiare lettere come il decentramento «non sembra aver quindi portato a risparmi di spesa»: con più soldi le amministrazioni locali non hanno reso più efficiente la macchina amministrativa, né reso servizi di qualità maggiore ai cittadini, tartassati e mazziati da uno Stato (latu sensu…) ladro.

La spesa corrente della pubblica amministrazione, compresa quella degli enti di previdenza, è passata da 413 a 753 miliardi, con un aumento delle spese dell’82 per cento, nonostante un saldo negativo in conto interessi, voce che ha registrato un risparmio di ben 12 miliardi, pari al 12 per cento. La sanguisuga delle amministrazioni locali ha succhiato risorse anche all’amministrazione centrale, con i trasferimenti verso la periferia aumentati del 20 per cento in 20 anni, da 72 a 86 miliardi.

Un’Italia a macchia di leopardo, quella disegnata dallo studio di Confcommercio, che segnala la differenziazione dell’esazione fiscale locale nelle varie regioni italiane. Minore in Val d’Aosta e nella provincia di Bolzano, dove la pubblica amministrazione ha punte elevate di efficienza, maggiore nelle regioni in cui a un impatto fiscale elevato corrisponde una forte inefficienza amministrativa.

Un dato che dovrebbe far riflettere i cosiddetti politici locali, che continuano a lamentarsi per il calo continuo dei trasferimenti dallo Stato e dalle Regioni: la soluzione è usare meglio il denaro del contribuente, non averne di più.

Se si rapporta il gettito effettivo derivante dall’Irap e dalle addizionali locali sull’Irpef (escluso quindi il gettito dall’Imu) al valore aggiunto regionale, emerge come Campania e Lazio abbiano una pressione fiscale locale circa doppia di Trentino e Val d’Aosta, dato che dimostra come la sospirata ripresa economica passi inevitabilmente per un abbattimento del peso fiscale dello Stato e delle amministrazioni locali, vera palla al piede dell’economia nazionale.

Va da se che quando si parla di efficienza delle amministrazioni locali viene al pettine il nodo inestricabile tra politica e reti clientelari, fagocitanti risorse pubbliche, divise in mille rivoli improduttive. La denuncia della Confcommercio dunque attiene alla relazione essenziale tra governati e governanti, in cui i secondi hanno potuto dilapidare il denaro del contribuente grazie alla disattenzione del contribuente stesso, che ha mancato di sanzionare le classi dirigenti locali, preferendo una relazione para-clientelare che sta portando il Paese al disastro.

Colpa di tutti, quindi, questo buco vergognoso delle casse pubbliche, cui è indispensabile porre immediato rimedio. Forse il popolo italiano non è ancora maturo per governarsi da se, questo il nocciolo amaro della denuncia di Confcommercio.

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