Imola, 1994-2014. La mietitura dell’aria. Capitolo 1, Roland Ratzenberger

Dopo 12 anni, la Nera Signora decise di farsi un week-end in Romagna e colpì con drammatica precisione, per riportare sulla terra chi pensava di volare senza rete e il favore degli dei pagani dell’incoscienza

⇒ Leggi pure Imola, 1994-2014. La mietitura dell’aria. Capitolo 2, Ayrton Senna

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Sono passati 20 anni da quel week-end maledetto in cui la Nera Signora decise – come un campeggiatore qualsiasi – di fermarsi sulle rive del Santerno. Non che la “Signora” si fermi davvero mai: continua indefessa il lavoro diuturno affibbiatole dal Grande Ingegnere, Colui che tutto muove. Fosse stato per lei, avrebbe fatto la cassiera al supermercato, magari con le poppe di fuori per sentirsi bella e guardata dai giovanotti scombussolati dall’onda ormonale.

Invece, quello il lavoro è: mietere aria, mietere arie. Luogo di lavoro: ovunque. Orario di lavoro: h24. Mai un giorno di riposo, mai relax, lavoro, lavoro, lavoro. Ci vorrebbe un sindacalista per imporre un giorno di sosta la settimana, almeno uno. E invece, niente.

Epperò quel fine settimana di aprile 1994, che sarebbe sfociato nella domenica del Gran Premio di San Marino di Formula 1, attorno al toboga di Imola c’era la creme-de-la-creme di chi – a volte inconsapevolmente – è alleato naturale, facilitatore della Nera Signora: il pilota di auto (e di moto, of course) da corsa.

Ché – non raccontiamoci panzane – al netto della storia, chi sale su una monoposto, su un mezzo da corsa, sa anzitutto di mettere il proprio talento o la propria capacità in mano altrui: qualcuno ha costruito il mezzo, l’ha gestito, l’ha montato-smontato-e-rimontato. Si deve fidare oppure si scende e non si sale più. E quindi, altra faccia della medaglia, si consegna idealmente il serbatoio dell’Aria alla Signora con la falce (e senza martello…).

Il quadro della situazione però era più complesso. Fino al 1994 sulla Formula 1 s’era abbattuta una disgrazia, una calamità chiamata “senso di invulnerabilità”. Dopo l’anno orribile della morte di Villeneuve e Paletti in Belgio e in Canada nel 1982, solo la sveglia al Paul Ricard avrebbe potuto svegliare il Circo dei Cavalieri del Rischio e dei Padroni dell’Incoscienza. Prevalsero i distinguo, non si capì il messaggio. O non si volle capire.

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Sì, però, forse se, quantunque: ogni scusa per prendersi in giro. Non era stata l’assenza di personale di emergenza a uccidere Elio de Angelis a “Le Castelet”, ma il castello di carte pericolose su cui tutti ballavano come sul filo di un rasoio pronto a tagliare le teste di tutti. Le monoposto avevano perso la reale collocazione nella realtà di un equilibrio tra rischio e piacere, tra costo e beneficio.

Sicché, dovendo operare come al solito, la Nera Signora cercò d’unire utile (lavoro) e dilettevole (relax proattivo). E piombò su Imola, sventagliando quella falce maledetta a destra e a manca. Ebbe, invero, una predilezione per il portoghese: venerdì Barrichello, tenuto dai suoi Angeli Custodi per un pelo di culo (fuor di metafora…); domenica iniziò le danze Pedro Lamy, cieco a fiondarsi su JJ Lehto, disseminando ruote e pezzi di carbonio sulla folla festante e ignara che il peggio doveva ancora arrivare, per la seconda volta in 24 ore (ma di questo parlerò domani).

Il sabato infatti Lei – la Nera Sinistra – s’era data un tono imperiale: fu affascinata da quella bandiera rossa e bianca sul casco di Ratzenberger – austriaco e innamorato di Salisburgo e del mondo, del sogno e della velocità – un richiamo impossibile da eludere. E fu la fine per Roland, che uscì dal “teatro” con l’applauso delle grandi occasioni, dopo un botto micidiale nello stesso punto in cui – 12 anni prima – Gilles Villeneuve l’aveva fatta franca per l’ennesima volta, spalmando il suo nome su quel muretto all’esterno della curva prima della Tosa.

Se ci togliamo la maschera che tutti indossiamo e ci guardiamo in faccia con l’onesta dei momenti solenni, possiamo dirci tranquillamente che di Roland Ratzenberger e del suo ultimo volo si parla ogni anno solo perché il giorno dopo se ne andò Ayrton Senna, in circostanze analoghe in sostanza, ma diverse nella forma. Una forma di pudore impone a tutti i commentatori – per non rischiare di essere sommersi dalle offese personali e alle catene di ave degli ultimi 100 anni – di parlare di quel “ragazzo” austriaco che ragazzo non era più fuori, lo sarebbe rimasto per sempre dentro.

Se le cose fossero andate come avrebbero potuto andare, si sarebbe ricordato il ragazzo-non-ragazzo di Salisburgo con due righe, tra la circostanza e il rispetto per un’anima da corsa, ma l’asse sarebbe stato spostato magari sul vincitore della gara che aveva sventolato la bandiera rossa-e-bianca dell’Austria, per tributarne il ricordo e per dare onore a una vittoria che avrebbe avuto il senso del “ritorno”.

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Invece, quel week-end la mietitura avrebbe dovuto essere copiosa, come se la Nera Signora avesse ricevuto l’ordine di colpirne una ventina per educarne qualche milione. Piloti, meccanici, spettatori, con un’eguaglianza che è nelle sue corde, giacché ella non porge il proprio sguardo a portafoglio, bellezza, professione, lignaggio, cognome, nazionalità: livella a colpi di falce, fa il suo spiacevole lavoro (di qua), apre le porte della vera vita (che chiunque ha fede sa – o vuol sapere – ci sia). Si piange di qua, si gioisce della Luce di là. Difficile spiegarlo per chi non crede, quindi non oso oltre. Fides et amor.

Oggi, dopo 20 anni, si può dire solo che Roland inseguiva un sogno con tutte le sue forze e la sua passione, ma forse lo sforzo gli oscurò la vista, gli tolse lucidità, non gli diede modo di valutare i tempi giusti: si fosse fermato ai box per controllare l’ala danneggiata sul cordolo della Tosa il giro prima, alla Signora vestita di nero avrebbe fatto un pernacchione napoletano con la nuance di una danza salisburghese. Forse non si sarebbe qualificato per la gara, ma avrebbe potuto restare “in corsa”. Così non fu.

Quando muore un pilota, si formano due partiti contrari: quello de “lo spettacolo deve continuare, sanno i rischi che corrono” e quello “la-vita-è-sacra-avrebbero-dovuto-fermarsi”. Non entrerò nel merito, perché entrambe le fazioni hanno argomenti solidi, inscalfibili, esprimendo valori robusti forse non del tutto incompatibili. Quindi non vi dirò il mio punto di vista, ma solo perché è guercio: guarda un po’ qua, un po’ là. La sacralità della vita umana è fuori discussione, ma ciascuno di noi interpreta una maschera, un ruolo, che comporta l’uscita di scena non prevista nel copione che ciascuno di noi si scrive nella mente, non tenendo però conto del fatto che lo Sceneggiatore Vero, l’Unico Regista della Commedia, è Un Altro.

La verità, tristissima quanto banale, è che quel fine settimana sulle rive del Santerno c’era la mietitura dell’aria e il “raccolto” avrebbe dovuto essere più copioso: accontentiamoci di sapere che molti furono sottratti alla Nera Vacanziera Campeggiatrice e che Roland Ratzenberger se ne sia andato facendo quel che amava di più, correre con un’auto da corsa.

Di più non possiamo fare ora, così come nulla avremmo potuto fare allora. A volte occorre fermarsi ad osservare. Anche la mietitura dell’aria.

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John Horsemoon

Sono uno pseudonimo e seguo sempre il mio dominus, del quale ho tutti i pregi e i difetti. Sportivo e non tifoso, pilota praticante(si fa per dire...), sempre osservante del codice: i maligni e i detrattori sostengono che sono un “dissidente” sui limiti di velocità. Una volta lo ero, oggi non più. Correre in gara dà sensazioni meravigliose, farlo su strada aperta alla circolazione è al contrario una plateale testimonianza di imbecillità. Sul “mio” giornale scrivo di sport in generale, di automobilismo e di motorsport, ma in fondo continuo a giocare anche io con le macchinine come un bambino.

2 pensieri riguardo “Imola, 1994-2014. La mietitura dell’aria. Capitolo 1, Roland Ratzenberger

  • 01/05/2014 in 03:34:16
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    Ti prego dimmi di.cosa ti.sei fatto per scrivere una cosa del genere…

    • 01/05/2014 in 03:46:32
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      Il massimo della libidine, ma proprio quando voglio strafare, è assumere della roba scura, dal 70 all’80%. Si chiama cioccolato fondente, almeno noi addicted la chiamiamo così. Prediligo quella italiana, Novi (72%), giusto equilibrio di flavonoidi, antociani e antiossidanti. E te?

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