Processo sulla trattativa “Stato-mafia”. Oggi audizione del presidente Napolitano al Quirinale. Un fatto senza precedenti

No a pubblicità, trascrizione e messa ad atti spetta al tribunale di Palermo

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Roma – Alle 10 il Quirinale diventerà per qualche ora aula di tribunale. L’inedita occasione è arrivata alla fine di un lungo percorso in cui, nell’ambito del processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, la procura della Repubblica di Palermo ha ritenuto indispensabile ascoltare di persona il presidente della Repubblica non solo sulla lettera del luglio 2012 del giurista Loris D’Ambrosio (morto un mese dopo, stroncato da un infarto), in cui il consigliere giuridico del Quirinale confessava di temere di essere stato “strumento di indicibili accordi“, ma anche sugli eventi del 1993 e su un possibile specifico progetto d’attentato di tipo mafioso nei suoi confronti.

La testimonianza verrà resa al Quirinale – e non nella sede del tribunale dove si svolge il processo – in ossequio all‘articolo 205 del codice di procedura penale.

Secondo chi ha avuto modo di parlare con Giorgio Napolitano, il presidente della Repubblica in queste ore ha riletto gli atti e i documenti relativi al ’93, per rinfrescare la memoria di quegli anni difficili per il paese. Del rapporto con Loris D’Ambrosio Napolitano invece ha la memoria fresca: basta ricordare la durissima reazione alla scomparsa del suo consigliere giuridico, quando espresse “il rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose” che lo rese “vittima di un perverso giuoco politico-giudiziario e mediatico di impronta mistificatoria“.

Più di un anno fa Giorgio Napolitano, chiamato in causa, scrisse al presidente della Corte d’Assise di Palermo che sarebbe stato “ben lieto di dare, ove ne fosse in grado, un utile contributo all’accertamento della verità processuale“, ma evidenziando “i limiti delle sue reali conoscenze” della vicenda. “Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo – anticipò il capo dello Stato lo scorso 31 ottobre alla Corte d’Assise di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Montalto – come sarei ben lieto di poter fare se davvero ne avessi da riferire e tenderei a fare anche indipendentemente dalle riserve espresse dai miei predecessori Cossiga e Scalfaro, sulla costituzionalità della norma di cui all’articolo 205 del codice di procedura penale“.

La lettera però aveva sollevato critiche da parte di chi ci leggeva un tentativo di evitare l’audizione, cui il Colle aveva cercato di mettere fine, assicurando che la missiva “non preannuncia alcuna determinazione del Presidente a questo riguardo. Neanche quella di ‘non andare a Palermo’”.

A settembre quindi la Corte d’Assise di Palermo, nuovamente sollecitata dai pubblici ministeri al riguardo, ha deciso di procedere all’audizione del presidente della Repubblica, ritenendo “l’audizione né superflua né irrilevante“. Notizia cui Napolitano rispose assicurando di non avere “alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza – secondo modalità da definire – sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso“.

Quanto alla pubblicità della testimonianza da parte del capo dello Stato – e non di un assessore regionale, di un consigliere comunale o di un burocratucolo qualunque – non è stata ammessa alcuna forma di partecipazione della stampa che pure la magistratura aveva autorizzato. Ci sarà la “registrazione ordinaria” che verrà trascritta a cura della magistratura palermitana e poi allegata agli atti del processo, realisticamente non prima di qualche giorno.

A quel punto saranno le parti a poterne fare richiesta e da loro potrebbe eventualmente essere diffusa, seppure ufficiosamente, come spesso accade.

Sulla durata dell’audizione i tempi li detterà il presidente della Corte d’Appello. I partecipanti tra toghe e legali saranno una quarantina e alcuni hanno già preannunciato di avere molte domande da porre, come il difensore di Riina, Luca Cianferoni, il quale ha fatto anche una previsione: “se la cosa prende una certa piega può durare anche cinque o sei ore“. Più che una minaccia, sembra una promessa, che però conferma le perplessità sul coinvolgimento processuale – nella qualità di mero testimone – del presidente della Repubblica. 

In altri Paesi democratici, il capo dello Stato è salvaguardato da ogni procedura penale o processuale, a qualsiasi titolo, come forma di salvaguardia dell’Istituzione, non della persona. Un rispetto che non cancella diritti altrui o le procedure processuali, ma li sospende, per riattivarli una volta venuto meno l’incarico istituzionale. 

(askanews)

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