The Day After: 50 anni fa il disastro del Vajont

Dalla tragedia del Vajont una lezione inascoltata. Tra quanti parteciparono alle operazioni di soccorso, i militari dell’Esercito Italiano svolsero un ruolo di primaria importanza a sostegno della popolazione

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La notte del 9 ottobre 1963 un’enorme massa di roccia di 260 milioni metri cubi si staccò dal versante settentrionale del monte Toc, al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, piombando come un fulmine nel sottostante bacino idroelettrico artificiale che raccoglieva le acque del torrente Vajont.

L’onda di acqua e melma che scese nella valle sottostante era alta oltre 100 metri e, correndo velocissima, preceduta da una violentissima onda d’urto, distrusse tutto ciò che si trovava davanti, radendo al suolo interi abitati e lasciandosi dietro una lunga scia di morti. Alla fine il bilancio di circa 1917vittime: 1450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 originarie di altri comuni.

Lungo le sponde del lago del Vajont, vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa dell’abitato di Erto. Nella valle del Piave, vennero rasi al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova, Rivalta. Risultarono danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Anche i comuni di Soverzene e Ponte nelle Alpi risultarono danneggiati, mentre a Belluno venne distrutta la borgata di Caorera, allagata quella di Borgo Piave.

Per fronteggiare l’emergenza e rimediare ai danni, intervenne l’Esercito Italiano, in particolare i militari della Brigata Alpina “Cadore” furono tra i primi soccorritori e parteciparono all’opera di ricerca dei dispersi, con una presenza media di 2014 unità di varie armi e specialità. Fino al 17 novembre si alternarono in totale 3.488 militari. Giovani militari di leva, ufficiali e sottufficiali per 38 giorni scavarono tra il fango, anche a mani nude, per estrarre le vittime. Alle attività di soccorso, oltre agli alpini del 7° Reggimento, parteciparono centinaia di paracadutisti, fanti, artiglieri, genieri, trasmettitori, cavalieri ed elicotteristi. Un impegno per i quale le Bandiere del 7° Reggimento Alpini e del 6° Artiglieria da Montagna vennero insignite della Medaglia d’Oro al Valor Civile

A 50 anni da quella tragedia, il presidente della Repubblica ha affermato che “quell’evento non fu una tragica, inevitabile fatalità, ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilità“. Così Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione dell’anniversario del disastro.

La memoria del disastro che il 9 ottobre 1963 sconvolse l’area del Vajont suscita sempre una profonda emozione per l’immane tragedia che segnò le popolazioni con inconsolabili lutti e dure sofferenze. Il ricordo delle quasi duemila vittime e della devastazione di un territorio stravolto nel suo assetto naturale e sociale induce, a cinquant’anni di distanza, a ribadire che quell’evento non fu una tragica, inevitabile fatalità, ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilità. È con questo spirito – ha scritto nel messaggio il Capo dello Stato – che il Parlamento italiano ha scelto la data del 9 ottobre quale ‘Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo’, riaffermando così che è dovere fondamentale delle istituzioni pubbliche operare, con l’attivo coinvolgimento della comunità scientifica e degli operatori privati, per la tutela, la cura e la valorizzazione del territorio, cui va affiancata una costante e puntuale azione di vigilanza e di controllo”.

Nella ricorrenza del 50° anniversario del disastro – ha concluso il presidente della Repubblica – desidero rendere omaggio alla memoria di quanti hanno perso la vita, alla tenacia di coloro che ne hanno mantenuto fermo il ricordo e che si sono impegnati nella ricostruzione delle comunità così terribilmente ferite e rinnovare, a nome dell’intera nazione, sentimenti di partecipe vicinanza a chi ancora soffre. Desidero, inoltre, esprimere profonda riconoscenza a quanti, in condizioni di grave rischio personale, si sono prodigati, con abnegazione, nell’assicurare tempestivi soccorsi ed assistenza, valido esempio per coloro che, nelle circostanze più dolorose, rappresentano tuttora un’insostituibile risorsa di solidarietà per il paese“.

Di ferita “tuttora aperta” e di disastro che “poteva essere evitato” ha parlato Laura Boldrini, presidente della Camera, ricordando le ombre che ancora oggi circondano la vicenda. “Ricordare significa rendere omaggio alle vittime – ha sottolineato Boldrini – ma anche far memoria del lavoro eccezionale e eroico di chi ha prestato i soccorsi”.

Il presidente del Senato Pietro Grasso ieri è stato a Longarone per rappresentare lo Stato nelle cerimonie di commemorazione. “Il Vajont fu una strage che si poteva e si doveva evitare – ha detto – non è stata evitata perché sulla moralità, sul valore della vita, sulla legalità, è prevalsa la logica senza cuore degli ‘affari sono affari”. Grasso ha poi deposto una corona nel cimitero monumentale di Fortogna e la cerimonia è stata il momento iniziale della giornata in ricordo del disastro.

Alle 9.45 il presidente del Senato ha partecipato alla commemorazione civile al Palazzetto dello Sport di Longarone. “Siamo soddisfatti che il presidente del Senato abbia voluto essere presente in un momento così importante dedicato al ricordo, alla memoria e al silenzio”, ha detto il sindaco di Longarone Roberto Padrin, lanciando il monito che “altri Vajont si potrebbero verificare in Italia a causa delle speculazioni”.

Nei giorni scorsi era sembrato che nessuna autorità dello Stato avrebbe potuto presenziare alle cerimonie in ricordo delle vittime del disastro e non poche polemiche erano state sollevate dagli amministratori locali. Il sindaco di Feltre, Paolo Perenzin, a tal proposito aveva commentato che “non ci possono essere impegni più importanti e più gravi”, ha detto, che giustifichino l’assenza delle massime cariche dello Stato e del Governo a Longarone”.

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