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Sicurezza informatica in Italia: cultura digitale cercasi

L’attacco informatico alla Regione Lazio è paradigmatico di un vulnus culturale più diffuso, da colmare con rapidità


Le grosse società e gli enti pubblici statali sono sempre più oggetto di attacchi informatici. Questa ormai è una certezza e i numeri purtroppo lo confermano, ma quello che fa più paura è che sono in netto aumento in tutto il mondo: l’attacco di qualche giorno fa ai sistemi della Regione Lazio dovrebbe farci riflettere.

I bersagli principali sono le infrastrutture critiche, le reti, i server, i client, i device mobili, le piattaforme social e di istant messaging. Il tutto 24h su 24h per 365 giorni l’anno.

È corretto affermare che nel campo della cybersecurity il rischio zero non esiste ma ci sono di certo delle azioni che posso ridurre al minimo i rischi.

Aziende private, enti statali, regionali e locali dovrebbero investire molto di più nella tecnologia, nella sicurezza e nella formazione dei dipendenti. La sola tecnologia però non basta ed è quindi necessaria un cambio di mentalità ed un’attenzione costante delle singole persone. Ogni computer è una porta di ingresso che va chiusa a chiave.

Gli hacker sono dei veri e propri criminali professionisti che al pari dei terroristi, sfruttano le falle dei sistemi di sicurezza. Senza dubbio in questo potrebbe aiutarci senz’altro l’intelligenza artificiale, ma per fare ciò bisognerebbe rivedere il nostro approccio culturale verso il mondo digitale.

A farne le spese non sono solo le grosse società e gli organi statali. Il fenomeno dei cyber attacchi colpisce anche i comuni cittadini. Il ransomware ad esempio, molto frequente oggi, nato in Russia ma allargato in tutto il globo, è un tipo di “malware” che limita l’accesso del dispositivo che infetta, richiedendo un riscatto (ransom in inglese) da pagare per rimuovere la limitazione. Alcune forme di ransomware invece bloccano il sistema e intimano all’utente di pagare per sbloccare il sistema, altri invece cifrano i file dell’utente chiedendo di pagare per riportare i file cifrati in chiaro.

È bene ricordare che oggi gli attaccanti non sono più dei semplici hackers, e nemmeno gruppetti di giovani lentigginosi patiti del cybercrime: sono decine di gruppi criminali organizzati che fatturano miliardi, dotati di risorse illimitate, Stati nazionali con i relativi apparati militari e di intelligence.

Cresce il bisogno di rafforzare di continuo le norme in materia di cybersicurezza al fine di combattere la crescente minaccia dei cyber-attacchi e approfittare delle opportunità della nuova era digitale spinta anche dalla situazione pandemica attuale, questo perché norme sempre più forti consentono innovazione e sicurezza.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Vincenzo Priolo

Sono nato ad Agrigento nel 1981 e ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università Telematica Nicolò Cusano di Roma. Ho frequentato corsi di specializzazione in materie inerenti la sicurezza nazionale e la difesa militare/civile, maturando esperienza in settori pubblici e di rappresentanza. Sono docente di Scienze Cognitive ed Etica della Comunicazione presso l’università Unifeder e membro della Società Italiana di Intelligence. Attualmente lavoro presso il Ministero della Giustizia, Corte di Appello di Caltanissetta.