Norvegia, terrorismo jihadista fai da te (o quasi…)

Riflessioni sulla natura del jihadismo islamico che ha colpito Oslo


Il timore per il terrorismo in Norvegia spaventa sempre di più. L’attacco con coltello a Oslo da parte di un uomo di nazionalità russa, come al solito, già noto alle forze dell’ordine dal 2019, pone qualche riflessione. Il bilancio è stato di tre persone ferite, tra cui un agente di polizia.

Solo un mese fa, un cittadino danese di 37 anni, armato di arco e frecce, ha generato terrore nella cittadina di Kongsberg, a circa 70 km chilometri a sudovest della capitale. Una notte di terrore, quella del 13 ottobre che ha consentito al killer, islamista convinto, come da sua dichiarazione, di uccidere quattro donne e un uomo. Anch’egli già noto agli apparati di sicurezza dal 2020.

Ma chi sono i cosiddetti lupi solitari e perché vengono etichettati con questo termine?
Bisogna innanzitutto dire che il terrorismo internazionale è mutato nel tempo: ce ne siamo accorti in Europa, dove lo Stato Islamico ha fatto parecchi attentati in diversi paesi, mietendo centinaia di vittime. I governi, le polizie e le agenzie di intelligence sono state costrette a cambiare il loro approccio sviluppando ed acquisendo nuove competenze, come ad esempio quelle necessarie per fermare la propaganda islamista online. Anche il “lone wolf”, lupo solitario in italiano ha contribuito sostanzialmente a cambiare il sistema di prevenzione.

Nel lupo solitario, l’invisibilità del terrorista “classico” si unisce al silenzio di individui che, non avendo alcun legame diretto con associazioni o comunque non avendo una gerarchia da dover rispettare, agiscono in modo isolato. Questa fattispecie di terrorista risulta essere la più difficile sia da delineare che da contrastare. La stessa definizione di lupo solitario non deve trarre in inganno: non vi è un profilo psichiatrico o criminologico che possa indicare le caratteristiche tipo di questo individuo e non vi è, nemmeno, una descrizione dettagliata di cosa si debba intendere per lupo solitario. In ogni caso, e secondo ogni accezione che è stata data al suddetto termine, Italia ed America sono concordi nell’affermare che non vi è una relazione diretta tra il soggetto che pone in essere l’atto terroristico ed una qualsiasi organizzazione “madre”. Ciò non deve, però, trarre in inganno e far supporre che questi individui siano del tutto scevri da un qualsiasi legame con le organizzazioni “classiche” del terrorismo. Il lupo solitario non è un fenomeno nuovo; atti terroristici posti in essere individualmente, infatti, sono ravvisabili già all’interno del XIX secolo.

Guai a chiamarli pazzi! Sono esclusivamente uomini, spesso dotati di ottime capacità intellettive (talvolta il loro QI rasenta la genialità) e pienamente capaci di intendere e di volere, nonostante vi sia in alcuni la presenza di alcune patologie psichiche.

Ancora più complesso è tuttavia comprendere cosa sia davvero un “lupo solitario” e, una volta tentata una concettualizzazione, stimare l’impatto di questa categoria non nuova ma facilitata dalle comunicazioni via Internet e social media sulla minaccia terroristica globale.

Quel che sappiamo per certo è che i vertici della propaganda di ISIS ne hanno un’idea ben precisa: si tratta di tutti quei soggetti che operano al di fuori dei confini del Califfato, in modo autonomo e con qualunque mezzo per colpire l’Occidente e più precisamente chiunque faccia parte della coalizione che lo combatte sul terreno. Anche questo fa parte di strategia propagandistica ben precisa che consente di prevalere mediaticamente su Al Qaeda e/o altri gruppi terroristici.

Ma c’è un problema: il termine lupo solitario non descrive in modo corretto la minaccia terroristica con cui abbiamo a che fare in quanto risulta fuorviante. Usare un termine sbagliato per descrivere un problema che abbiamo bisogno di capire meglio distorce la percezione pubblica e oscura la vera natura della minaccia rendendo tutti meno liberi.

Come comportarsi in vista del Natale?
È un problema molto complicato per le forze di sicurezza. Quando un individuo lancia un attacco con armi che tutti hanno in casa, come un coltello o come arco e frecce, è quasi impossibile prevenirlo. Ancora più difficile se l’individuo non parla con nessuno delle sue intenzioni, non scrive messaggi che possano segnalarlo ai servizi antiterrorismo.

È impossibile scoprire tutti gli islamisti fai da te e sarebbe antidemocratico considerare tutte le persone con problemi mentali come potenziali terroristi. Le nostre democrazie corrono dei pericoli davanti a questo fenomeno: devono reagire aumentando i controlli di sicurezza ma senza esagerare, senza rinunciare ai propri valori e principi.

(Nella foto di apertura, ecco come titola il quotidiano norvegese online in lingua inglese The Local (screenshot dal sito thelocal.no) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Vincenzo Priolo

Sono nato ad Agrigento nel 1981 e ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università Telematica Nicolò Cusano di Roma. Ho frequentato corsi di specializzazione in materie inerenti la sicurezza nazionale e la difesa militare/civile, maturando esperienza in settori pubblici e di rappresentanza. Sono docente di Scienze Cognitive ed Etica della Comunicazione presso l’università Unifeder e membro della Società Italiana di Intelligence. Attualmente lavoro presso il Ministero della Giustizia, Corte di Appello di Caltanissetta.

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