La democrazia è sostanza, ma anche forma e forme: le balle sul recall del Movimento 5 Stelle

La “defenestrazione” dei senatori del Movimento 5 Stelle si basa su un’idea distorta dell’istituto della “revoca” istituzionale. È una forma di “purga” staliniana, di squadrismo fascista, di lotta all’infedele islamista. E se Grillo e i grillini non se ne avvedono è pure peggio

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La decisione presa dall’assemblea congiunta dei deputati e dei senatori del Movimento 5 Stelle, a favore dell’espulsione dei quattro senatori che avevano osato criticare l’atteggiamento di Beppe Grillo in occasione delle consultazioni che hanno preceduto la formazione del Governo Renzi, si iscrive nella storia delle azioni punitive di marca estremista, malgrado la pantomima del voto sul web, teso ad ammantare di una sostanza democratica una decisione degna dei peggiori dittatori degli ultimi 100 anni.

Espellere chi critica Grillo oggi equivale alle purghe staliniane, allo squadrismo fascista e ai processi condotti dagli islamisti fondamentalisti in nome della sharia contro gli infedeli.

Né convince il richiamo all’istituto del recall, previsto in sei cantoni svizzeri, nella provincia canadese della Columbia Britannica, in Venezuela e, soprattutto, in numerosi stati degli USA. Non convince per un motivo essenziale, presupposto perché si possa considerare uno strumento per revocare con metodo democratico una personalità politica o un funzionario dello Stato che si macchi di gravi colpe, non certo per l’espressione di valutazioni politiche diverse dal “capo”. Il “capo” in democrazia è il corpo elettorale, il popolo sovrano, non un numero – consistente o meno – iscritto a un club privato chiamato “movimento”, “partito politico” o circolo della caccia.

Infatti, in tutti gli Stati in cui il “recall” è previsto, il prerequisito per l’attivazione della procedura è la richiesta di un numero consistente di elettori, attraverso il deposito delle firme. Numero che varia, ma che tende a responsabilizzare sia chi richiedere la destituzione di una personalità politica o di un funzionario, sia il destinatario di tale richiesta.

Infatti, nell’esperienza canadese, dal 1995 (anno di introduzione nell’ordinamento) 24 procedure di recall sono state attivate, ma ben 23 non hanno raggiunto il numero minimo di firme nel corpo elettorale, una è decaduta per dimissione del politico da destituire, prima del voto. Un ultimo probabile sussulto di dignità a tutela delle Istituzioni, perché è evidente che la revoca di un politico colpisce tanto il politico, quanto intacchi l’intera procedura di selezione della classe dirigente.

Il secondo requisito, invero, è la partecipazione deliberante degli elettori, individuati in modo indistinto come “corpo elettorale”: in nessun Paese del mondo, neanche nel dittatoriale Venezuela, solo gli iscritti al partito di appartenenza possono richiedere la destituzione di un politico, perché entrare negli organi legislativi fa lievitare l’appartenenza partitica al livello di appartenente a un organo costituzionale che è parte indistinta, malgrado la distinzione in parti; fa assumere al parlamentare, al deputato statale, al delegato nell’assemblea locale uno status coerente con il funzionamento democratico delle istituzioni, perfino laddove le istituzioni sono ostaggio di piccoli dittatorelli locali (riferimento al Venezuela, terra cui ridare la libertà).

Non abbiamo verso il M5S pregiudizi di sorta, negativi o positivi: molti dei rilievi elevati verso il funzionamento della democrazia partitocratica italiana (in un paradosso di ossimori) sono fondati, ben argomentati. Forse i “grillini” peccano nella fase propositiva o nel modo di comunicarne i contenuti all’opinione pubblica, ma non sono certo peggiori degli appartenenti ad altri movimenti politici.

Deviano dalla democrazia di cui amano riempirsi la bocca quando perorano le esternazioni di Beppe Grillo e le traducono in modalità contrarie alla verità dei fatti, prima ancora che ai presupposti essenziali della democrazia.

Sir Winston Churchill, gran bevitore, eccelsa forchetta, imbroglione e giocatore di carte, ma anche salvatore dell’onore europeo durante la II Guerra Mondiale, disse: “è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Insomma, non ne conosciamo una migliore.

Non è un sistema migliore quello che prevede il pubblico ludibrio elettronico sul web: è la proposizione della dittatura con altri mezzi, parafrasando von Clausewitz. Se Grillo e i suoi adepti non se ne accorgono – o non lo capiscono per sconoscenza – è ancor più grave: non ci si può proporre per la guida di un Paese come l’Italia con lacune così gravi sui fondamentali della democrazia, neanche se è una parte consistente del popolo (unito nel vincolo dell’ignoranza, in senso etimologico) a spingere in questa direzione.

La democrazia ha bisogno davvero di sostanza, ma anche di forma e di forme. Ai grillini possiamo solo consigliare un vecchio strumento di aggiornamento, desueto oggidì: un manuale di diritto costituzionale comparato. Studiandolo avranno molte sorprese.

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