Quando Israele sbaglia. A proposito di insediamenti coloniali e di palestinesi deprivati delle abitazioni

A Gerusalemme est la polizia esegue espropri e demolizioni forzate. Intanto la politica degli insediamenti prosegue finanziata dallo stesso governo. I palestinesi dei Territori non cedono alle intimidazioni e cercano soluzioni di fortuna pur di non abbandonare i propri terreni

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Gerusalemme – Israele è l’unica democrazia di tipo occidentale in Medio Oriente, ma criticarla fa parte del metodo democratico e non significa ansemitismo o antisionismo: si criticano “gli amici”, si esecrano e combattono “i nemici” (anche senza virgolette). La politica israeliana degli insediamenti nei Territori Occupati è sbagliata, perché esacerba le tensioni e mette in difficoltà le persone, le famiglie, i bambini arabi palestinesi, che cresceranno intrisi di odio, spesso non conoscendo la natura intricata dei problemi di cui vivono solo le conseguenze.

All’espansione degli insediamenti dei coloni a Gerusalemme Est, anche in contrasto con gli accordi internazionali e perfino con il semplice buon senso, fa da contraltare la sostanziale impossibilità di ottenere permessi di costruzione da parte dei palestinesi. «Vogliamo costruire ma le autorità ce lo vietano, se non possiamo farlo sul nostro terreno lo faremo sugli alberi» ha spiegato un giovane imprenditore di Betlemme ad AsiaNews. Mazen Saadeh, proprietario di una piccola azienda agricola a Beit Jala, così è riuscito ad aggirare le imposizioni delle autorità israeliane, senza vedere distrutto il proprio lavoro.

«Di solito – ha descritto Saadeh – se alziamo di un centimetro la nostra casa Israele arriva e distrugge tutto l’edificio; è difficile andare avanti così». Così è stata avviata la costruzione di abitazioni sugli alberi e la cooperativa Hosh Jasmin ha avuto la possibilità di espandersi e diventare un modello imprenditoriale nel contesto di un’area pressata dalla presenza militare israeliana. Le stanze sugli alberi sono affittate a turisti stranieri e palestinesi, che possono usufruire di un ristorante e comprare i prodotti biologici dell’azienda. «È uno splendido modo di resistere – ammette Saadeh – così si può riportare la vita all’interno dell’area C». Insomma, una specie di reazione pacifica e non violenta del tutto eco-compatibile.

Dal 1967, al termine della Guerra dei Sei Giorni, Gerusalemme Est fu progressivamente colonizzata da migliaia di israeliani. Dopo 40 anni, la popolazione israeliana di sfiora le 200mila persone. L’Area C, la più popolosa delle tre sezioni territoriali in cui è suddivisa la Cisgiordania, comprende la metà orientale della Città Santa e ospita oltre 400mila palestinesi.

Nell’arco degli ultimi 10 anni, Israele ha demolito 448 abitazioni arabe, lasciando senza casa circa 1800 persone. Dall’inizio del 2013 sono almeno 30 le case distrutte nella periferia orientale di Gerusalemme, ma gli espropri e le demolizioni forzate non fanno desistere i palestinesi dell’area C dal difendere la propria presenza sul territorio. «Rimaniamo qui e portiamo pazienza – racconta Khalid Zir, padre di 5 figli e costretto a vivere in una grotta – a costo di patire il sole, la pioggia o la neve, resteremo qui».

I problemi della presenza israeliana nei Territori Occupati sono importanti e richiedono la fantasia del coraggio. In questo momento di profonda crisi in tutto il Medio Oriente – con allo sfondo la lotta di supremazia in corso all’interno del mondo islamico, tra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita, mentre in Turchia monta un neo-ottomanesimo che non fa sperare in niente di buono – Israele dovrebbe con realismo affrontare la presenza dei coloni, ascoltando le voci dei Paesi amici per una soluzione pacifica del problema palestinese.

Del resto, l’unico modo per togliere l’acqua ai piranha dell’islamismo radicale come Hamas, Hizballah e i salafiti – tanto attivi in Siria – è  quello di un’alleanza sostanziale con le forze palestinesi laiche, per dare dignità a quel popolo e un nuovo futuro a tutta la regione.

(fonti AsiaNews/Agenzie)

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