Dissesto idrogeologico, l’Enea ha preparato uno studio ad hoc che individua una metodologia di azione

L’analisi ha riguardato aree particolarmente esposte a eventi franosi in Versilia, in Irpinia, nella costa ionica messinese e nei bacini dei torrenti Virginio (Firenze) e Fiumicino (Roma)

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L’Italia è un Paese giovane, sotto il profilo geologico, e questo è un fattore che contribuisce a renderlo soggetto a fenomeni di dissesto idrogeologico, che però vengono amplificati da diversi tipi di intervento umano, come “l’abbandono delle aree montane, la canalizzazione e la cementificazione dei corsi d’acqua, la impermeabilizzazione delle superfici naturali“, azioni che determinano “l’aumento del deflusso superficiale delle acque piovane a discapito dei processi di infiltrazione e la crescente urbanizzazione di aree soggette a frane e inondazioni“.

Gli effetti si vedono ormai da tempo, ma negli ultimi mesi una serie di eventi meteorologici di particolare intensità si sono verificati in molte parti della penisola, dalla Sardegna alla Liguria, dalla Toscana al Lazio, per non citare aree in cui il rischio di frane e smottamenti è ormai un dato con cui le popolazioni hanno preso l’abitudine a convivere.

Secondo alcuni osservatori, occorrerebbero “appena” tre miliardi di euro per mettere in sicurezza le aree a rischio del Paese, ma è un dato su cui spesso si discute nei talk show politici che invadono i palinsesti di tutte le reti televisive, soprattutto a ridosso di gravi emergenze. Spenti i riflettori, tutto torna come prima – nel buio del silenzio – ma con la sceneggiatura pronta a essere riproposta alla successiva occasione: intervento dell’esperto, opinione dell’alto funzionario ministeriale, proteste della popolazione, pulci fatte alla spesa pubblica locale con citazione delle opere incompiute e dei denari pubblici dilapidati come ciliegina sulla torta.

Eppure, servirebbe un’opera preventiva, una mappa dettagliata, completa e aggiornabile delle situazioni di rischio presenti in Italia, con una gradazione del rischio idrogeologico per valutare gli interventi necessari, i tempi di attuazione e la filiera delle varie responsabilità di azione, dal vertice al cittadino, ultimo punto in cui albergano le possibilità di dare al Paese un territorio gestito con oculatezza e tendendo conto che la ricchezza principale dell’Italia è l’Italia stessa, con la sua varietà morfologica e gli infiniti panorami disponibili da Nord a Sud, da Ovest a Est.

Negli ultimi 15 anni l’Enea ha “condotto campagne di studio in aree colpite da eventi franosi registrati in territori particolarmente vulnerabili come la Versilia e i comuni di Cervinara (Avellino), Giampilieri (Messina), Scaletta Zanclea (Messina), San Fratello (Messina) i bacini dei torrenti Virginio (Firenze) e Fiumicino (Roma)” – recita una nota dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile – con il fine di contribuire a “contribuire a definire le mappe delle aree più pericolose“, un passaggio propedeutico per una più proficua “opera di prevenzione“.

Questi studi “hanno permesso di evidenziare le criticità geomorfologiche” all’origine di tali eventi. In particolare, “è emerso che tra i fattori di attivazione dei movimenti franosi ci sono lo stato di abbandono dei sistemi di terrazzamento dei versanti e dei relativi circuiti di drenaggio superficiale, il sovraccarico dei versanti causato dallo sviluppo di vegetazione boschiva in aree precedentemente coltivate e l’incuria dei versanti sovrastanti i percorsi stradali e i tagli stradali stessi“. Insomma, incuria, cattiva manutenzione, errori di allocazione di edifici.

A seguito di tale analisi dei territori osservati, l’Enea ha “sviluppato una metodologia innovativa volta alla quantificazione della pericolosità da frana“, che può rivelarsi uno strumento decisivo per l’individuazione di piani di gestione sostenibile del territorio, per l’elaborazione di efficaci piani di protezione civile e per la individuazione di una road mapdi interventi di ripristino del territorio quale passo fondamentale per “la mitigazione del rischio“.

Nello specifico, “la metodologia ENEA si concentra sull’analisi dei fattori di carattere naturale e antropico, responsabili del livello di pericolosità di un territorio” perché consente di valutare l’intensità dei fenomeni presenti alla luce di dati storici riguardanti il territorio di riferimento, così rendendo possibile la prevenzione del rischio per il futuro. Il metodo elaborato dall’Enea fornisce anche alla definizione “di soglie pluviometriche di innesco“, che risultano “indispensabili per la predisposizione di sistemi di allerta rapida“.

Il lavoro svolto dall’Enea quindi fornisce un metodo di analisi del territorio che – una volta acquisito dagli enti locali – dovrebbe condurre alla mappatura dei livelli di rischio idro-geologico sul territorio, in modo da predisporre i piani per affrontare grazie a buone pratiche le temporanee emergenze, ma anche le azioni necessarie per abbattere i rischi.

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