La scomparsa dell’aereo della Malaysia Airlines in Cina solleva i fantasmi del terrore islamista uiguro

Il timore più grande è che la minoranza islamica dello Xinjiang abbia alzato il tiro e, con una escalation spettacolare, si sia allacciata al jihad globale. Dalla falsificazione dei documenti, al narcotraffico, alla rete globale del terrore, verso gli uiguri si concentrano le preoccupazioni della Cina, che potrebbe “aprirsi” al mondo per questo

Foto Archivio NATO/North Atlantic Treaty Organization

Pechino – L’attentato alla stazione di Kunming e la scomparsa del volo MH-370 della Malaysia Airlines hanno riaperto in Cina il tema della sicurezza nazionale. Proprio mentre i vertici della politica e i circa tremila delegati provenienti da ogni parte del Paese sono riuniti nella Grande Sala del Popolo in piazza Tiananmen per discutere i futuri assetti della Cina alla luce delle riforme decise a novembre scorso dal terzo plenum del Comitato Centrale, le speculazioni sull’attentato continuano a imperversare sulla rete, nonostante le autorità locali abbiano fornito la loro versione fin dalle prime ore dopo la strage di Kunming, costata la vita a 33 persone.

Nelle scorse ore, la scomparsa del volo MH370 nei cieli del Mare Cinese Meridionale, a sud delle coste vietnamite, ha riacceso il dibattito tra gli utenti dei social network cinesi, sulle possibili cause di quello che a tutti appare sempre di più come un attentato terroristico, ipotesi fino a ieri formalmente rigettata da Pechino.

Su Weibo, il Twitter cinese, i primi commentatori tracciavano un legame tra i due fatti e con la minoranza uighura autoctona dello Xinjiang, la vasta regione nell’estremo nord-ovest del Paese. Le autorità di Kuala Lumpur che stanno indagando sulla scomparsa del volo della Malaysia Airlines hanno identificato uno dei passeggeri sospetti, che non avrebbe sembianze asiatiche. “Posso confermare che non si tratta di un malese – ha confermato l’ispettore nazionale di Polizia Khalid Abu Bakar – ma non posso rivelare ancora di quale Paese sia“. Oggi si è saputo che i due imbarcati con i passaporti dei due cittadini europei sono due iraniani.

Il sospetto di un coinvolgimento di individui provenienti dallo Xinjiang si era fatta strada nelle scorse ore anche tra chi sta ancora indagando ufficialmente sulla scomparsa del volo MH370. Come esempi di un possibile coinvolgimento di uomini originari dello Xinjiang erano stati citati casi degli anni passati, 2011 e 2012, di rimpatrio di cittadini cinesi di etnia uighura che si trovavano illegalmente su suolo malese.

Gli uiguri, era stato detto in via semi-formale, sono noti per la falsificazione dei passaporti, un legame che porterebbe apparentemente al furto dei passaporti del cittadino italiano Luigi Maraldi e dell’austriaco Christian Kozel, entrambi nella lista dei passeggeri, ed entrambi al sicuro mentre il volo della Malaysia Airlines spariva dai radar. Gli uighuri sono negli ultimi giorni nel mirino delle autorità di Pechino, che hanno parlato intensamente della minaccia terroristica dei gruppi che chiedono l’indipendenza dello Xinjiang.

Solo lo scorso anno, negli scontri con la polizia sono morte almeno 110 persone nell’estremo ovest della Cina. A ottobre, un suv con a bordo tre kamikaze uiguri si era schiantato contro le barriere di piazza Tiananmen, travolgendo la folla che passeggiava nel centro storico della capitale cinese uccidendo due persone.

L’attentato è stato in seguito elogiato da Abdullah Mansour, un capo della guerriglia separatista dello Xinjiang, a distanza di quasi un mese dai fatti. Il timore delle autorità di Pechino, e ora anche di quelle di altri Paesi del sud-est asiatico, è la possibilità di un “salto di qualità” della guerriglia uigura, che potrebbe essersi unita al jihad globale. Dal 2009 –  quando gli scontri etnici nello Xinjiang hanno provocato circa 200 vittime – molti uiguri hanno scelto di lasciare la regione autonoma cinese per trasferirsi all’estero. Per farlo, hanno scelto in prevalenza di dirigersi a sud, verso lo Yunnan, in cerca di un passaggio tra le frontiere meridionali della Cina per riparare in Laos.

Proprio nello Yunnan, che sta all’estremo sud della Cina, all’inizio di ottobre scorso erano stati fermati cento uiguri che stavano cercando un passaggio per il Laos nei pressi della località di Mohan. Nel 2010, il Laos aveva riconsegnato alla Cina sette uiguri entrati illegalmente nel Paese, dopo le rivolte dell’estate precedente. Nel 2009, invece, fu la Cambogia a restituire alla Cina un gruppo di uiguri che erano riusciti a introdursi nel Paese. I controlli si sarebbero fatti più serrati con il passare del tempo, e le vie di fuga dalla Cina per il Laos si sarebbero ristrette, impedendo ai gruppi di uiguri in fuga di superare il confine cinese. La frustrazione di alcuni di questi gruppi respinti alla frontiera sia nello Yunnan che in altre località del sud del Paese ne avrebbe scatenato la rabbia, che il 1 marzo scorso avrebbe preso la forma dei coltelli usati per la carneficina della stazione di Kunming. Una tesi, questa sostenuta nei giorni scorsi, durante l’Assemblea Nazionale del Popolo, anche dal segretario del Partito Comunista dello Yunnan, Qin Guangrong, secondo cui gli otto terroristi responsabili dell’attentato alla stazione di Kunming avrebbero cercato di lasciare il Paese in diversi modi, prima di decidersi a portare il jihad in patria: una sorta di “ultima spiaggia” per i terroristi, scrivono alcuni esperti sul sito eastbysoutheast.com che si occupa della relazioni tra la Cina i paesi del sud-est asiatico.

La spiegazione fornita dalle autorità cinesi e le notizie comparse su Radio Free Asia compongono un quadro plausibile, anche se non l’unico, a spiegazione dell’attentato del primo marzo scorso. Gli uiguri non sono gli unici nemici della Cina, che trova oppositori anche appena oltre il confine sud-occidentale dello Yunnan, nel Myanmar, dove è in fase di realizzazione un’importante condotta energetica che deve attraversare il Paese per arrivare in Cina e distribuire gas e petrolio nel sud del Paese: I lavori sono andati incontro a diversi ritardi e rinvii negli ultimi anni, ma Pechino considera la condotta come “la quarta via energetica” del Paese che ha un’importanza vitale per il proprio approvvigionamento di gas e petrolio, e la tratta rappresenta un progetto a cui non vuole rinunciare. Le autorità cinesi stanno cercando di riallacciare i rapporti con la controparte birmana, ma i rapporti sembrano destinati a rimanere tesi tra i due Paesi.

Il 27 febbraio scorso, formalmente per altri motivi, una delegazione del PCC si era recata in Myanmar per ricucire i rapporti con la Lega per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, dopo circa venti anni che le due parti avevano interrotto i legami, scriveva il magazine Irrawaddy. Alcune settimane prima, però, una ventina di operai birmani erano stati arrestati per avere scatenato una rissa con i loro colleghi cinesi impegnati nella realizzazione della condotta. I rapporti sono ancora peggiori tra i cinesi e gli esponenti dell’etnia shan, che vivono nel nord del Myanmar, al confine con lo Yunnan.

Tra i due popoli c’è un motivo di attrito in più. E a legarli, impercettibilmente, anche una coincidenza che oggi suona sinistra. Nel 2012, una task force composta da agenti delle forze speciali di quattro Paesi (Cina, Myanmar, Laos e Thailandia) aveva arrestato un signore della droga locale, Naw Kham, ritenuto responsabile della strage di 13 marinai cinesi, colpevoli di avere attraversato il Mekong senza pagare il pedaggio a lui e ai suoi uomini. I cadaveri dei marinai sono stati trovati nel fiume e sulla chiatta usata per il trasporto di merci nel sud-est asiatico era stato scoperto un ingente quantitativo di metanfetamine, nuova droga simbolo della regione del Triangolo d’Oro. Il messaggio mandato dagli uomini di Naw Kham ai cinesi era chiaro: la guerriglia shan del nord della Birmania non aveva gradito l’invasione cinese del Mekong sotto forma di casinò e attività illecite – sparsi nei vari Paesi della regione – che non prevedessero guadagni per i guerriglieri locali.

I casinò sul fiume sono delle vere e proprie enclavi cinesi, in cui il personale è in maggioranza cinese e vive in maniera completamente separata dalle popolazioni locali. Naw Kham, negli ultimi tempi, era assurto a una figura semi-leggendaria nella regione, una sorta di “Robin Hood” del Mekong, secondo alcuni resoconti ripresi anche dalla Reuters per spiegarne la fama tra le popolazioni locali.

Catturato nel maggio 2012, dagli uomini della task force, Naw Kham è stato spedito in Cina per il processo, celebrato il 6 novembre 2012, e condannato per reati legati al narcotraffico e omicidio. Condannato a morte, la sua esecuzione ha fatto il giro del mondo, mandata in onda dall’emittente statale cinese. Naw Kham si trovava in un carcere dello Yunnan, ed è stato giustiziato il 1 marzo 2013, esattamente un anno prima dell’attentato alla stazione di Kunming.

La Cina potrebbe essere di fronte a un bivio storico: aprirsi al mondo o aprire una pagina di persecuzione interna, dai dubbi risultati finali. Negli ultimi giorni si è – per esempio – assistito a un certo rallentamento nell’iniziale supporto alla Russia di Putin sulla crisi della Crimea. All’iniziale supporto quasi incondizionato si è passati a un moderato richiamo al diritto internazionale e all’illegale annessione della penisola sul Mar Nero, un fatto che potrebbe essere connesso con il supporto incondizionato fornito dagli Stati Uniti alle ricerche dell’aereo che trasportava in prevalenza cittadini cinesi. E con un coté interessante anche per Taiwan, da cui sarebbe partito nelle ultime settimane una segnalazione precisa per via diplomatica sulle montanti minacce del terrorismo di marca islamista.

(Credit: AGI)

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