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‘Suburra’, la Roma cupissima di Sollima diventa metafora della moderna assenza di valori

Dopo il successo di Gomorra – La serie, il regista romano aggiunge al realismo il divertimento intrinseco ai codici del genere

 


Tra le ombre e il cielo grigio di una Roma perennemente oscurata dalla pioggia, si muovono i destini dell’onorevole Filippo Malgradi, corrotto e invischiato in un giro di escort e droghe; Sebastiano, Pr che eredita la montagna di debiti accumulata dal padre suicida; Numero 8, piccolo boss della malavita di Ostia; Manfredi Anacleti, capo di un clan di zingari che vorrebbe allargare i suoi affari criminali; infine, c’è il Samurai, una figura oscura che manovra i fili per conto di un insieme di famiglie mafiose che vorrebbero rendere Ostia la nuova Las Vegas d’Italia, grazie a un giro di appalti truccati e favori ministeriali.

Mettiamo subito in chiaro il punto: Suburra non è il miracolo italiano che tanta stampa sta decantando, spingendo alle stelle una promozione esagerata, ma giustificabile visto la portata commerciale del prodotto. L’ultimo film di Stefano Sollima è un buon film di genere, che ha dalla sua molte qualità inattaccabili, ma anche alcune cadute di tono e stile che non gli fanno mai compiere quel balzo grandioso verso un tipo di cinema elevato e alto, volutamente schivato.

Sollima, dopo il discreto esordio con ACAB – All Cops Are Bastards e il successo planetario di Gomorra – La serie, dimostra ancora una volta di possedere un’idea precisa di cinema, di messa in scena e di costruzione narrativa; lo fa ancora una volta attraverso i personaggi e la loro caratterizzazione. Sebbene in larga parte stereotipate, le figure che si muovono nella cupa e corrotta Roma rappresentata sullo schermo, riescono sempre a trasmettere un senso di realismo quasi estremo che ha il merito di scuotere e prendere a schiaffi uno spettatore disinteressato e rimetterlo in riga, non attraverso un falsa morale, ma usando il cinema di genere per intrattenerlo e allo stesso tempo invitarlo alla riflessione. L’intento di Suburra non è mai quello di educare: gli eventi (fittizi) narrati dal film sono già accaduti (novembre 2011) e l’innesco di un nuovo clima di corruzione è già avviato. La totale assenza di figure di riferimento è un chiaro segnale indicatore del metro adoperato dalla sceneggiatura, disfattista e mai polemico, semplicemente perché l’intenzione è quella di donare al pubblico un divertissement da cui potersi finalmente risvegliare, una volta usciti dalla sala.

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Tutto questo non fa di Suburra un film perfetto, ma la perfezione non è qui contemplata, né pretestuosamente ricercata: la voluta ridondanza di certe scene (con il supporto quasi pedissequo delle musiche degli M83), l’estrema enfasi della recitazione di alcuni (Pierfrancesco Favino su tutti), la fotografia fin troppo patinata e ammiccante al pubblico dell’alta definizione a tutti i costi. A differenza dei colleghi italiani (anzi proprio in controtendenza) però, è chiaro l’intento di Sollima di voler frenare le ambizioni del proprio prodotto per ingraziarsi la più grossa fetta di pubblico possibile, anche in vista di un’esportazione oltreconfine.

I fatti gli hanno già dato ragione: l’interesse di Netflix a distribuire il film, più la produzione americana di una serie da diffondere sulla piattaforma digitale non può che essere accolto come un segnale più che positivo, merito di una visione, di un’idea, che Sollima ha reso fruibile e condivisibile commercialmente, scuotendo magari chi al momento non se la sente ancora di rischiare con prodotti che non siano la classica commedia dei buoni (falsi) sentimenti.     

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