La Lezione di Niki Lauda

Il tre volte campione del mondo di F1 austriaco ci lascia una lezione di umanità e di serietà


Verona – Come saprete, nella notte tra il 20 e il 21 Maggio è morto in Svizzera Niki Lauda, a seguito delle complicazioni renali seguite all’intervento di trapianto dei polmoni subito lo scorso anno.

La storia del pilota e dell’uomo Lauda in queste ore è stata raccontata da molti, con parole che contribuiscono a comporre il puzzle di una vita complessa, con alti e bassi umani, sportivi, imprenditoriali. Le corse, la vita affettiva, le imprese in cui si è lanciato Niki Lauda raccontano una esistenza complessa, come per molti di noi, a volte contraddittoria, mai banale.

Lauda è stato per gli appassionati della mia generazione uno dei ‘Cavalieri del Rischio’ – come si usava chiamarli – che ci hanno aperto le porte della passione per la Formula 1 e il motorsport.

I miei primi ricordi della F1, emersi dai meandri della memoria, mi mostrano la Ferrari di Niki Lauda impegnata a pennellare le curve tra la Chicane e le Piscine di un Gran Premio di Monaco sotto la pioggia. Poi il ritorno in pista a Monza, poche settimane dopo l’incidente al Nurburgring. Poi le foto dal Fuji nel 1976, infine la vittoria del titolo mondiale e la porta sbattuta a Maranello, prologo per l’arrivo di Villeneuve alla Corte del Drake.

Non ho mai tifato per Lauda, troppo calcolatore, troppo ragioniere: il mio cuore batteva per Clay Regazzoni, che Enzo Ferrari aveva definito “viveur, danseur, calciatore, tennista e, a tempo perso, pilota”, salvo poi precisare che col tempo il ticinese si era affinato “come stile e temperamento, che era fra i più audaci, fino a diventare un ottimo professionista”. La gioventù ama l’ardore, non il calcolo; la furia della competizione e la passione, non la misura e la ponderazione tra costo e beneficio; l’allegria bonaria e anche accomodante, non l’asprezza di una verità spiattellata in faccia.

Tuttavia, v’è una dimensione per ogni stagione e quel che Niki Lauda ci ha lasciato è una grande lezione: il coraggio.

Il coraggio di scommettere su una professione/passione e di giocarsi tutto per tutto – anche i rapporti familiari col padre e il nonno – per conquistarla. Il coraggio di pretendere il riconoscimento finanziario delle sue capacità senza sentimentalismi. Il coraggio di tornare in pista con le piaghe e il coraggio della paura al Fuji. Il coraggio di andarsene dalla Ferrari, da cui aveva avuto fama e denaro, e il coraggio di smettere di colpo due anni dopo, prendendo per cretini tutti i suoi colleghi. Il coraggio di lanciarsi in un’attività imprenditoriale complessa come una linea aerea e il coraggio di tornare a correre, smentendo se stesso, per riprendersi il mondiale perso per mezzo punto nel 1976 con mezzo punto di vantaggio sul compagno di squadra più giovane. Il coraggio di indossare quell’informe maschera sfigurata dal fuoco, rifiutando la chirurgia plastica con un atteggiamento di rigetto dell’immagine sulla sostanza.

Il coraggio di ritornare in F1 come consulente per la Ferrari di Montezemolo e il coraggio di andarsene alla Mercedes per mero denaro (‘mero’ per chi non ne ha bisogno, magari per mettere rimedio alla crisi della propria attività), un brand con cui non aveva mai avuto a che fare (così come l’intermedia Jaguar).

Infine, il coraggio di affrontare il deperimento della salute, il trapianto e l’affievolimento della fiammella della vita, con una scelta in controtendenza al mood odierno – quindi coraggiosa – di condividere tutto con tutti, tal che un imbarazzo di stomaco possa diventare argomento di discussione, analisi e elaborazione di scenari per molti.

La vera lezione di Niki Lauda è il coraggio.

E di questa lezione, caro Niki, noi ti ringraziamo.

(Foto AMG Mercedes F1) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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John Horsemoon

Sono uno pseudonimo e seguo sempre il mio dominus, del quale ho tutti i pregi e i difetti. Sportivo e non tifoso, pilota praticante(si fa per dire...), sempre osservante del codice: i maligni e i detrattori sostengono che sono un “dissidente” sui limiti di velocità. Una volta lo ero, oggi non più. Correre in gara dà sensazioni meravigliose, farlo su strada aperta alla circolazione è al contrario una plateale testimonianza di imbecillità. Sul “mio” giornale scrivo di sport in generale, di automobilismo e di motorsport, ma in fondo continuo a giocare anche io con le macchinine come un bambino.

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